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Una risposta ebraica al Vaticano II

by redazione

di Luigi Sandri

Rappresentanze molto qualificate dell’ebraismo ortodosso danno la loro valutazione di “Nostra aetate”, il testo del Concilio che cambia radicalmente l’atteggiamento cattolico fino ad allora anti-ebraico. I rabbini raccomandano la collaborazione per la pace con i “fratelli” cattolici, ma mettono in guardia da cedimenti teologici.

Arriva, dopo oltre cinquant’anni, ma con speciale autorevolezza, la risposta di una assai ampia – per quanto non esaustiva – rappresentanza del mondo ebraico ortodosso alla Nostra aetate, dichiarazione del Vaticano II sulle relazioni della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane. Per ben comprenderla, è però necessario ricordare quello che il Concilio approvò il 28 ottobre 1965, alla sua quarta e ultima sessione. Perciò, per comodità di chi ci legge, premettiamo al documento ebraico qualche flash sul “chi è” di quello commentato.

Un cambiamento di 360 gradi

Il testo, tanto breve quanto denso, è suddiviso in cinque punti: il 1°, 2° e 5° affrontano argomenti generali; il 3° è dedicato alla religione musulmana e il 4° alla religione ebraica. Il dibattito su quest’ultimo tema fu uno dei più drammatici, dal punto di vista storico e teologico, del Vaticano II: bisognava fare i conti con un “insegnamento del disprezzo” verso gli ebrei diffuso per quasi due millenni; con l’accusa lanciata ad essi, e globalmente, di “deicidio”; con le punizioni e anche le persecuzioni contro gli ebrei volute – lungo i secoli – dalle gerarchie cattoliche, oppure da esse tollerate. Vi furono, certo, anche voci amiche, e ammirevoli gesti di solidarietà verso gli ebrei (in particolare, più recentemente, nel periodo del nazifascismo); però, nell’insieme, la strutturazione teologica, e la prassi cattolica, furono, nella storia, aspramente anti-ebraiche.

Ma al Concilio, grazie all’input di papa Giovanni, la gran maggioranza dei “padri” a poco a poco si convinse di dover compiere una metànoia, un cambiamento di 360 gradi rispetto al passato, nel rapporto con l’ebraismo; insistita invece, fu l’opposizione dei vescovi provenienti dai paesi arabi, i quali, ribadendo di essere anch’essi semiti, e di non aver nessun motivo religioso per contrastare l’ebraismo, temevano però che il testo conciliare favorisse, politicamente, lo Stato d’Israele e delegittimasse la causa dei palestinesi.

«Mysterium Ecclesiae perscrutans, scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo». Così inizia il punto 4 di Nostra aetate, della quale riportiamo le affermazioni più importanti:

– anche «se gli ebrei, in gran parte, non hanno accettato il Vangelo, essi – secondo l’apostolo Paolo – rimangono ancora carissimi a Dio»;

– «quanto è stato commesso durante la passione di Cristo non può essere imputato né a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo»;

– «e se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli ebrei tuttavia non debbono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalle Sacre Scritture»;

– «la Chiesa, spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora tutti gli odi, le persecuzioni e le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque».

 

Fra Gerusalemme e Roma

Su quel testo, rivoluzionario dal punto di vista cattolico, vi furono, allora, da parte ebraica, alcuni rari commenti entusiasti: ma prevalsero quelli attendisti. Nei decenni successivi, anche in conseguenza di viaggi dei papi a Gerusalemme e di visite al Tempio maggiore (la grande sinagoga di Roma), arrivarono segnali di grande portata – ad esempio una dichiarazione del 3 dicembre 2015 sul cristianesimo, firmata da venticinque rabbini ortodossi, di vari paesi, di tendenza liberal: «Come Maimonide [†1204] e Yeduhah Ha-Levi [†1141] riconosciamo che il cristianesimo non è un incidente né un errore, bensì l’esito dovuto alla volontà divina e dono alle nazioni»; questa, però, restò un masso erratico, e inquietudini diffuse perdurarono.

Infine, è arrivata una risposta davvero corposa: quella datata 10 febbraio 2016, e adottata il mese successivo dalla Conferenza dei rabbini europei (il cui presidente è rav Pinchas Goldschmidt, che è anche rabbino capo di Mosca), e dal Comitato esecutivo del Consiglio rabbinico d’America e dalla Commissione del Gran Rabbinato d’Israele impegnata con la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo.

Si intitola Fra Gerusalemme e Roma (Riflessioni a 50 anni da Nostra aetate). Essa pone fermissimi paletti teologici da non oltrepassare, ma invita gli ebrei a collaborare con i “fratelli” cattolici per favorire diritti umani, giustizia e pace; e ad opporsi insieme all’islam radicale.

Presentando il 31 agosto il documento al papa, Goldschmidt ha ammesso che, dopo il passato “scetticismo”, «ora possiamo affermare che il cambiamento» della Chiesa cattolica nei confronti del mondo ebraico «è stato genuino e profondo». E Francesco, rispondendogli: «Nel nostro cammino comune, grazie alla benevolenza dell’Altissimo, stiamo attraversando un fecondo momento di dialogo. Va in questo senso il documento che avete elaborato e che oggi ricevo dalle vostre mani. È un testo che tributa particolari riconoscimenti alla dichiarazione conciliare… Fra Gerusalemme e Roma non nasconde le differenze teologiche delle nostre tradizioni di fede. Tuttavia esprime la ferma volontà di collaborare più strettamente oggi e in futuro».

 

(pubblicato su Confronti di ottobre 2017)

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