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Hariri e gli autogol del burattinaio saudita

by redazione

di Mostafa El Ayoubi (caporedattore di Confronti)

Il premier libanese usato dai sauditi come strumento di destabilizzazione del libano nella speranza di indebolire Hezbollah.

Il “sequestro” del premier libanese Saad Hariri e la costrizione di quest’ultimo, da parte dell’autorità saudita, a dimettersi dal suo posto con un messaggio televisivo diffuso da Riyad il 5 novembre scorso è una faccenda diplomatica e politica che ha scosso il Libano e non solo, che vive da anni in una crisi politica, sociale e di sicurezza. La poltrona del capo dello Stato era rimasta vuota per due anni, prima che nell’ottobre del 2016 le forze politiche riuscissero a “convergere” sul cristiano Michel Aoun, appoggiato dal fronte sciita di Hezbollah e dall’Iran, ma che il fronte opposto dei sunniti del clan Hariri e soprattutto dell’Arabia Saudita non volevano. Ed è in questo quadro di forte antagonismo geopolitico tra sauditi e iraniani che si inserisce l’attuale crisi diplomatica tra Beirut e Riyad.

Hariri – il cui partito “14 marzo” è un fedele alleato degli Al Saud – nel suo discorso di dimissioni ha attaccato direttamente l’Iran, accusandolo di violare la sovranità del Libano, attraverso il sostegno politico e militare a Hezbollah. Quest’ultimo è una delle principali forze politiche del Paese; fa parte del governo di unità nazionale guidato da Hariri. In sostanza, Hariri (che detiene anche un passaporto saudita per legame di sangue con la famiglia reale) è stato usato suo malgrado, forse, come strumento di destabilizzazione del Libano con la speranza di indebolire Hezbollah. Ma, a sorpresa, la risposta dei libanesi è stata unanime nell’accusare il governo saudita di interferire nei loro affari interni. La sperata discesa in piazza dei sunniti a sostegno del gesto di Hariri non c’è stata. Il presidente Aoun ha saputo gestire con lungimiranza questa crisi politica, ha rifiutato le dimissioni del suo premier e ha chiesto il suo rientro a Beirut. E il leader politico e religioso di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato pubblicamente che Hariri «è detenuto in Arabia Saudita e ne ha chiesto il ritorno in patria».

L’intervento del presidente francese Macron per la liberazione di Hariri è stato probabilmente dettato dalle richieste venute dalle forze politiche libanesi, “14 marzo” in particolare. Questo partito, presieduto dallo stesso Hariri e vicino alla politica estera attuale del governo francese (anche per quanto riguarda la guerra in Siria), si è trovato in grande imbarazzo di fronte all’inattesa mossa saudita.

Il 22 novembre Hariri è rientrato a Beirut. Ma ha congelato le sue dimissioni per ora. È tornato però molto indebolito politicamente e ciò intacca anche il suo movimento. Ne trarrà invece vantaggio il campo politico opposto, di cui Hezbollah fa parte insieme al Movimento patriottico libero, “8 marzo” che fa riferimento ad Aoun. Un’altra sconfitta per l’Arabia Saudita, che cerca da sempre di mettere ai margini gli sciiti libanesi di Hezbollah per fermare l’influenza politica dell’Iran sul Libano. Tra le altre sconfitte saudite (a favore dell’Iran) ricordiamo la guerra per procura imposta alla Siria sin dal 2011 e nella quale i sauditi hanno giocato un ruolo determinante, con l’obiettivo di far cadere con la forza militare – delle milizie islamiste – il governo siriano laico, alleato strategico di quello iraniano: una guerra di fatto in fase di conclusione a favore di Damasco e quindi di Teheran.

Ricordiamo poi anche la guerra contro lo Yemen innescata nel 2015 dal principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman; ad oggi ha causato migliaia di morti, ha affamato ulteriormente uno dei Paesi più poveri del mondo e ha provocato la diffusione del colera, con centinaia di bambini morti per mancanza di medicinali (perché i sauditi hanno imposto l’embargo).

L’obiettivo di questa guerra, alla quale partecipano alcuni Paesi arabi e musulmani, sotto l’influenza dei sauditi, è di cacciare da Sana’a il movimento degli sciiti Huthi, filo-iraniani, e conquistare al-Hodeida, porto nevralgico nel sud del mar Rosso. A dire di molti osservatori internazionali, anche questa operazione sembra destinata a fallire e a consolidare l’influenza di Teheran su Sana’a e confermare l’Iran come la principale forza politica regionale.

Infine va ricordato il conflitto dell’Arabia Saudita con il Qatar, che ha spinto quest’ultimo a stringere dei rapporti diplomatici con l’Iran. Insomma il governo saudita non ne ha azzeccata una finora. Ma Bin Salman, sostenuto da Trump, non sembra intenzionato a rivedere la sua politica. E ad oggi l’unico suo “successo” è il colpo di Stato di palazzo con il quale ha messo fuori gioco tutti i suoi rivali interni, tipico di un regime autocratico. Altro che concessione alle donne saudite di guidare la macchina!

 

(pubblicato su Confronti di dicembre 2017)

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