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Quando Varsavia si tinse di nero

by redazione

di Pawel Gajewski (pastore, professore incaricato di Teologia delle religioni alla Facoltà valdese di teologia di Roma)

Tra lo sconcerto degli altri paesi europei, le manifestazioni per festeggiare i 99 anni di indipendenza del paese hanno visto decine di migliaia di persone esibire simboli neofascisti, razzisti ed antisemiti, al grido di «Polonia pura, Polonia bianca, Europa bianca, fuori i rifugiati». Ma il governo non ha battuto ciglio.

Il gelido vento di novembre fa volare le ultime foglie cadute dagli alberi. I pesanti nuvoloni scuri, gravidi di pioggia, si stanno spostando per lasciare spazio al cielo azzurro. Il silenzio, abbastanza insolito in una metropoli come Varsavia, è interrotto di rado dall’urlo di una sirena o da una raffica di spari piuttosto sordi che annunciano un altro lancio dei lacrimogeni. Drappelli sparsi di manifestanti giocano a una sorta di “acchiapparello” con le squadre antisommossa. I celerini polacchi sono vestiti pesantemente, il loro equipaggiamento è ingombrante, gli ufficiali sembrano smarriti e la catena di comando è visibilmente interrotta. Approfittando della situazione i manifestanti riescono a riunirsi in piccoli cortei che, col passare del tempo, formano un unico fiume umano costellato di bandiere bianche e rosse, striscioni con la caratteristica scritta Solidarność (“Solidarietà”, il sindacato fondato da Lech Wałesa nel 1980, ndr). I manifestanti scandiscono chiaramente due parole: wolność, niepodległość (“libertà”, “indipendenza”). È l’11 novembre 1982, la prima festa dell’indipendenza dopo la proclamazione della legge marziale avvenuta il 13 dicembre 1981.

Sono passati trentacinque anni da quel corteo. L’11 novembre 2017, esattamente novantanove anni dopo la prima riconquista dell’indipendenza, le strade di Varsavia si sono colorate di nero. La scritta Solidarność è stata sostituita con la falange, che era un emblema dell’estrema destra antisemita polacca negli anni Trenta. Le parole «libertà, indipendenza» sono state soffocate dalle urla: «Polonia pura, Polonia bianca, Europa bianca, fuori i rifugiati». Non sono in grado di valutare se tra i manifestanti ci fosse qualcuno che aveva partecipato al memorabile corteo del 1982. Probabilmente no. A guardare bene le fotografie e le riprese televisive si capisce bene che molti dei sessantamila manifestanti avevano meno di trentacinque anni. Sono invece certo che nelle numerose “stanze dei bottoni” a Varsavia, allestite per monitorare l’evento, erano presenti non pochi manifestanti e celerini del 1982. Sì, anche i celerini, perché il partito Prawo i Sprawiedliwość (“Diritto e Giustizia”), attualmente al governo, è riuscito a imbarcare sulla sua “zattera di salvataggio” anche gli ex-membri dei servizi di sicurezza comunisti, convertiti alla “retta via” nazionalista.

Ciò che è successo a Varsavia l’11 novembre scorso è particolarmente grave. La gravità del fatto non sta nella manifestazione in sé. In una società libera e democratica ogni cittadino ha il pieno diritto di manifestare pubblicamente le sue opinioni politiche e religiose. Il problema è la posizione assunta dal governo di Varsavia. Un governo in linea con gli standard democratici universalmente accettati avrebbe dovuto mantenere almeno la totale neutralità di fronte a una manifestazione marcatamente xenofoba e razzista. Una chiara e ufficiale presa di distanza sarebbe stata più che auspicabile. Ciò non è accaduto, anzi è abbastanza evidente che gli organizzatori della “marcia nera” hanno potuto contare sulla piena collaborazione delle autorità. Il paradosso veramente sconcertante è che le forze politiche che oggi governano la Polonia non si definiscono nazionaliste (tale autodefinizione sarebbe un gesto di onestà intellettuale) bensì democristiane (il che è un’offesa agli statisti del calibro di Konrad Adenauer o Alcide De Gasperi).

Nel 2015 la vittoria del partito di Jaroslaw Kaczynski è stata apparentemente schiacciante: 37,6% delle preferenze. Se al posto delle percentuali analizziamo invece il numero dei voti, il quadro si fa decisamente più interessante: 5.711.687 (in una popolazione di quasi quaranta milioni). Se sommiamo le percentuali dei voti ottenuti dai principali partiti di orientamento democratico progressista, il quadro si fa ancora più interessante: 51,6% (fonte: wikipedia.org). Il principale problema della Polonia (e dei polacchi, la cui litigiosità è famosa) è però che questi voti si sono dispersi tra sei partiti diversi che non sono riusciti a coalizzarsi in alcun modo. Ha dunque ragione Wlodek Goldkorn, giornalista e saggista, nell’affermare che «alla gretta ideologia dell’identità etnico-religiosa, appoggiata da gran parte della Chiesa (con lodevoli e significative eccezioni) si oppone una visione di nazione formatasi con la partecipazione di diverse culture, pluriconfessionale, socialisteggiante, tesa verso l’Europa e il Mediterraneo. È una Polonia in questi giorni spaventata, ma che molto presto rialzerà la testa, perché ha un’altra, altrettanto antica e radicata, tradizione: laica e multiculturale» (fonte: moked.it).

L’analisi degli eventi di Varsavia tuttavia non sarebbe completa se si trascurasse la loro dimensione internazionale. Infatti al corteo hanno preso parte delegazioni di diversi movimenti ultranazionalisti europei. I risultati delle recenti elezioni in Francia, Germania e Austria dimostrano che non si tratta solo di ragazzi con teste rasate, rumorosi e, talvolta, violenti. Il fenomeno è molto più complesso e riguarda tutti i paesi dell’Unione europea.

«Fare politica significa operare per il bene della polis. Donare sé stessi sempre, in nome di un’idea di comunità e di bene comune in cui non c’è posto per l’arricchimento personale o per una visione partigiana della realtà. […] Torna a credere, ricomincia a lottare». Queste parole non sono tratte dal sito di un partito di sinistra, bensì dal sito di CasaPound. Se si va ad esplorare questo sito si scopre che nel corso degli anni CasaPound ha elaborato alcune proposte di legge promosse attraverso campagne nazionali di raccolta firme. La principale è quella del “mutuo sociale”, che prevede la costruzione con soldi pubblici di case popolari da vendere a famiglie italiane attraverso un mutuo che non passa attraverso le banche e pertanto senza interessi. Questa proposta venne discussa in vari consigli comunali e nel 2011 la Regione Lazio la inserì all’interno del suo Piano casa. Altra proposta di legge elaborata dal movimento è Tempo di essere madri, che chiede la riduzione dell’orario lavorativo a parità di retribuzione per le donne con figli di età compresa tra 0 e 6 anni.

È quasi superfluo aggiungere che in Europa molti altri movimenti di questa matrice si muovono lungo simili coordinate. Naturalmente tutto questo è condito con una forte e indistinta avversione contro tutti i migranti nella prospettiva di salvaguardare la vera (o presunta?) identità nazionale. La crescente popolarità dei partiti e movimenti di estrema destra si nota soprattutto negli strati più bassi delle società europee. Le ragioni di tale trasformazione sociale sono indubbiamente molteplici e complesse. Una di queste è sicuramente la debolezza degli Stati che, non solo in Italia, si manifesta con tutta la sua preoccupante chiarezza. I movimenti e i partiti di estrema destra riempiono abilmente spazi lasciati dallo Stato completamente incustoditi. Il trionfo di tali movimenti e partiti è dunque ineluttabile? Probabilmente no. Dalla lezione della “Polonia nera” bisogna imparare almeno una cosa: affinché il bene comune diventi realtà, tutte le forze progressiste devono ritrovare il coraggio e la tenacia necessari per superare individualismi e personalismi deleteri per ogni società democratica.

 

(pubblicato su Confronti di dicembre 2017)

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