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Presentato il Rapporto “Poverty Watch”

by redazione

intervista a Letizia Cesarini Sforza (Cilap – Eapn Italia)

a cura di Rocco Luigi Mangiavillano (redazione di Confronti)

 

Presentato a Bruxelles da Eapn (European Anti-Poverty Network) all’inizio del mese di ottobre del 2017, il Rapporto “Poverty Watch”, che fornisce informazioni aggiornate sulla povertà in Italia e in Europa. Alla sua stesura hanno collaborato, sia in Italia sia nei paesi membri dell’Unione europea, gruppi di persone e associazioni impegnate sul tema. Cosa ci dicono questi numeri complessivi? Sono la fotografia delle disuguaglianze crescenti, delle persone e dei gruppi maggiormente vulnerabili. In particolare i senza dimora, le famiglie, i lavoratori, i bambini, i giovani, le donne, i migranti, gli anziani…

Come sostiene Nicoletta Teodosi, esperta di politiche di inclusione sociale, ormai è appurato che le strategie europee di lotta alla povertà e all’esclusione sociale non riescono a migliorare la vita delle persone in povertà. I pochi risultati positivi a livello macroeconomico e finanziario, hanno allargato ancora di più la forbice tra ricchi e poveri. Invece, a livello di economia reale, il ceto medio è diventato ceto medio-basso, in balia di reazioni emotive fomentate da chi soffia sul fuoco; mentre le forze politiche che dal secondo dopoguerra hanno rappresentato la classe lavoratrice e quella popolare si sono dissolte.

 

Letizia Cesarini Sforza, già vice-presidente di Eapn, è responsabile delle politiche sociali europee del Cilap – Eapn Italia e membro del gruppo di lavoro Eapn sulle strategie d’inclusione dell’Unione europea, in questa intervista che ha rilasciato al nostro mensile, ci mostra un quadro dettagliato del fenomeno povertà, e ci fornisce soprattutto chiavi di lettura per aiutarci a superare quei luoghi comuni e stereotipie, armi del populismo, costruiti ad arte per spostare il problema su altri poveri, gli stranieri, utilizzati come capro espiatorio, causa dei mali delle nostre società malate.

 

Qual è il ruolo di Eapn e delle reti nazionali nella realizzazione del Rapporto “Poverty Watch”? Cosa tratta nello specifico e quali sono gli obiettivi di questo lavoro?

Prima di tutto bisogna capire un po’ cos’è e da chi è fatta la Rete. Siamo nati nel 1990 e, ad oggi, siamo la più grande rete europea di organizzazioni nazionali, regionali e locali e gruppi di base impegnati giorno per giorno contro la povertà e l’esclusione sociale in Europa. Siamo presenti in tutti gli stati membri dell’Unione e anche in Macedonia, Norvegia, Islanda, Serbia e forse a questo punto e con rammarico dobbiamo aggiungere a questa lista di paesi extra Unione anche il Regno Unito. Certo, le varie reti nazionali sono molto diverse l’una dall’altra, rispecchiando la realtà dei singoli paesi in cui operano, ma sicuramente ci uniscono alcune convinzioni. Quella che povertà ed esclusione sociale sono due violazioni dei diritti umani; che i livelli di povertà ed esclusione sociale in Europa, uno dei continenti più ricchi del mondo, sono inaccettabili; che le istituzioni europee potrebbero e dovrebbero fare molto di più.

Ognuno di noi, ognuna delle nostre reti lavora autonomamente sul proprio territorio nazionale e locale ma tutte ci ritroviamo in Europa per chiedere, con una voce sola, più giustizia, più democrazia, più partecipazione, meno povertà, meno divario tra ricchi e poveri, più lavoro, più dignità per tutti e per tutte. E questa nostra voce “unica” di cui ci serviamo in Europa poi arriva ai vari livelli nazionali e, nel tempo, si è rivelata preziosa per spingere i nostri governi (se non tutti e se non sempre, certamente qualcuno e a volte) a cambiare in meglio le proprie politiche sociali e quelle che, in un modo anche indiretto, aumentano povertà ed esclusione. Insomma lavoriamo come vasi comunicanti: spingiamo l’Europa a fare di più e meglio e, quando raggiungiamo il nostro obiettivo, ce ne serviamo affinché le politiche nazionali dei nostri governi riflettano il “più e meglio” che siamo riusciti a spuntare in Europa.

Per quanto riguarda “Poverty Watch” (che da ora in poi sarà ripetuto ogni due anni), si è trattato di un “esercizio” che ha cercato di raggiungere due obiettivi. Abbiamo usato le ultime statistiche degli istituti di statistica nazionali e di Eurostat e abbiamo voluto renderle leggibili non solo agli addetti ai lavori ma anche a chi di queste cifre e statistiche è una componente. Sono più di 15 anni che le reti nazionali, tutte, lavorano per quello che si chiama “empowerment” delle persone in povertà, convinti che bisogna lavorare con e non per i poveri e consapevoli che sono proprio queste persone che bisognerebbe ascoltare per prime quando sono in campo decisioni politiche che influiranno direttamente sulle loro vite. Insomma, sono loro i primi “esperti” di povertà sapendo bene di cosa avrebbero bisogno per uscire fuori dalla loro condizione. Purtroppo chi si occupa di lotta alla povertà a livello nazionale, regionale o locale, almeno qui in Italia continua a ignorarle… è come se i governi mettessero in campo politiche del lavoro senza almeno ascoltare i sindacati o politiche industriali senza aver ascoltato la Confindustria.

Queste persone però spesso mancano di strumenti anche concettuali per potersi difendere da soli, per poter prendere la parola. “Poverty Watch” è un tentativo di dar loro uno strumento, agile e di facile ma non semplicistica lettura, di conoscenza, per affiancarle verso la strada dell’auto-rappresentazione e dell’autonomia. Il secondo obiettivo è stato quello di presentare alle istituzioni europee e nazionali un quadro d’insieme. Intendiamoci, non che dovrebbero aver bisogno, in senso stretto, di un “Poverty Watch” come il nostro per avere una visione di quello che succede… ma troppo spesso, se da un lato conoscono bene cifre e statistiche, dall’altro, spesso, hanno perso o forse non hanno mai avuto la consapevolezza che dietro i numeri che sfoderano, con presentazioni grafiche di grande eleganza, ci sono altrettante persone che stanno male e, ripeto, in uno dei continenti più ricchi del mondo. Abbiamo voluto dimostrare ancora una volta che sappiamo di cosa parliamo, che conosciamo a fondo il problema e forse anche meglio di loro perché sappiamo dei numeri ma sappiamo anche della realtà dietro questi numeri e che quindi farebbero un piacere a sé stessi e alle persone in povertà se aprissero le porte non solo a noi che siamo le loro organizzazioni di riferimento e lavoriamo ogni giorno sui nostri territori, ma anche alle persone in povertà, per ascoltare direttamente dalle loro voci i loro bisogni, sogni, aspettative e agire di conseguenza.

 

Da questo monitoraggio sulle politiche di inclusione sociale e a partire dalle esperienze delle persone che vivono in condizioni di povertà che tipo di fotografia emerge a livello europeo?

Oltre al monitoraggio di “Poverty Watch” abbiamo anche un altro strumento importante per fotografare quello che succede a livello europeo: gli incontri europei delle persone con esperienza di povertà, l’ultimo dei quali si è tenuto a Bruxelles i primi di novembre. Se uniamo i risultati di questi due ultimi accadimenti, ne emerge una fotografia con molto nero e poco bianco, malgrado alcuni passi avanti fatti in alcuni paesi. Secondo Eurostat (2015), il 23,7% della popolazione dell’Ue, ovvero circa 118.700.000, persone sono a rischio di povertà o di esclusione sociale; il 17,3% è a rischio di povertà economica, l’8,2% è severamente deprivato materialmente, il 10,5% vive in famiglie a bassa intensità lavorativa. Esistono poi differenze ampissime tra gli stati membri dove si va da un minimo di rischio povertà dell’11%, come per esempio nei Paesi Bassi, a un massimo del 37% di Bulgaria e Romania. Per approfondire tutto questo, inclusa la condizione insostenibile dei bambini, consiglio di studiare i dati pubblicati da Eurostat – Silc nel marzo del 2017.

Inoltre, dai dati, ma ancora di più dall’incontro europeo che quest’anno è stato proprio dedicato a questo tema, emerge con forza che ormai «lavorare non basta a campare». Emerge che, mentre fino a una generazione fa chi aveva un lavoro era protetto dai rischi della vita, oggi molti di coloro che un lavoro ce l’hanno non riescono ad arrivare a fine mese e, se mai lo perdessero, si troverebbero a dover affrontare una situazione drammatica. Emerge che là dove esiste un reddito minimo dignitoso la gente che perde il lavoro non perde anche tutto il resto; emergono lavoratori sotto ricatto costante, costretti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro e qualsiasi stipendio pur di lavorare; emerge che la fiducia che si è posta nella famosa “trickle down economy”, cioè e in parole molto semplici, «scaliamo le tasse o diamo il più possibile ai ricchi così le briciole arriveranno anche ai poveri e staremo tutti meglio», non funziona; emerge che pagheremo questa crisi economica e il modo in cui è stata gestita per decenni (ammesso che nel frattempo non ce ne siano altre); emerge che le politiche di austerità hanno lasciato indietro tanta, troppa gente. Infine, emerge che l’obiettivo di “Europa 2020”, solennemente firmato da tutti i capi di Stato e di governo europei nel 2010, di ridurre il numero delle persone in povertà di 20 milioni entro il 2020 è, a questo punto, una chimera.

 

Da qualche mese si parla di ripresa e si dà molta enfasi al segno + del Pil. Ma qual è la situazione in Italia anche alla luce di quanto emerso, non solo da Poverty Watch, ma anche dagli ultimi rapporti Caritas e Istat?

Gli ultimi dati dell’Istat dicono che il Pil, così come il reddito disponibile delle famiglie italiane, aumenta e aumenta fortemente nel Mezzogiorno, anche se il divario con il nord rimane ancora alto. E qui finiscono le buone notizie, perché le disuguaglianze sono in aumento: il rapporto tra il reddito equivalente totale del 20% della fascia di popolazione più ricca e del 20% di quella più povera è aumentato dal 5,8 al 6,3. Questo vuol dire che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. E sono sempre di più.

Allora misurare il Pil è a mio parere, ma non solo, fuorviante. La Caritas e le tante organizzazioni (laiche o religiose) che da anni combattono e cercano di alleviare le conseguenze della povertà, hanno ben presente il fatto che il Pil non combatte la povertà, specialmente se continueremo a cercare di uscire dalla crisi facendo pagare il costo più alto alle fasce più deboli grazie a lavori sempre più precari e mal pagati, tagli ai servizi sociali e tagli alla sanità. Il rapporto Censis parla di povertà in aumento e di una società sempre più rancorosa. Non dobbiamo meravigliarci: se non condivideremo i frutti della ripresa, se non saremo in grado in tempi brevi di garantire lavoro e stipendi, il rancore continuerà a crescere, con conseguenze gravissime. Non vorrei essere negativa ma qui ci stiamo giocando il modello di società al quale abbiamo creduto e che è uscito dall’ultima, devastante guerra mondiale. Sono a rischio la coesione sociale, la democrazia, la pace.

 

Che tipo di raccomandazioni concrete è possibile indicare sia all’Europa che al futuro governo italiano, visto che siamo prossimi alle elezioni?

Molto si può fare e alcune cose si sono cominciate a fare, per fortuna. Ma dobbiamo sbrigarci. L’Europa deve assolutamente e velocemente riprendere il camino verso l’Europa sociale in cui crediamo e che i padri fondatori volevano. La malagestione delle migrazioni – che proprio grazie alla pessima gestione europea è diventata un’emergenza – dimostra quanto poco solidali siano gli stati e quanta strada abbiano fatto i populismi in tutti i paesi dell’Unione ma in special modo in quelli con le democrazie più fragili e giovani. Ci sono però due novità positive in Europa. È stato appena approvato il Pilastro europeo dei diritti sociali, per il quale Eapn si è battuta moltissimo e che, anche se non mancano le critiche da parte nostra e, per il momento, è ancora un enunciato di principi, se ben applicato potrà fari fare un passo avanti notevole a tutti gli europei. Eapn e le reti nazionali si adopereranno affinché questo avvenga. La seconda novità è il Rapporto annuale della crescita, parte del Semestre europeo che è poi il sistema che coordina le politiche economiche e di bilancio dell’Ue. Sarebbe molto lungo e anche noioso entrare nei particolari, ma resta il fatto che malgrado le tantissime critiche che si possono continuare a fare, il Rapporto 2018 parla di «identificare le priorità economiche e sociali» e di «sostenere la convergenza economica e sociale». Così come è importante il riferimento esplicito al Pilastro europeo dei diritti sociali che, nelle parole dell’Analisi annuale, deve diventare «una bussola nella realizzazione del Semestre europeo». Non mancano poi i riferimenti alla necessità di una tassazione progressiva, alla lotta contro le disuguaglianze, al bisogno di investire in servizi di qualità accessibili a tutti, alla casa, ai «lavori di qualità», all’aumento dei salari, al sostegno al reddito, a una protezione sociale adeguata, a un reddito minimo.

Insomma, passi avanti ce ne sono anche se non si menzionano mai gli obiettivi di Europa 2020 e, in particolare, il fallimento di quello contro la povertà. C’è molto da fare, in Europa, ed è importante perché quello che succede lì, anche se ci ostiniamo a far finta che non sia vero, ha ripercussioni enormi su quello che succede qui. Credo infatti che senza lo stimolo costante dell’Europa noi oggi non avremo il Rei (reddito di inclusione sociale), che presenta moltissime criticità e non è abbastanza per far uscire dalla povertà nessuno, ma che indubbiamente è un passo avanti nella direzione di un reddito minimo adeguato per chiunque ne abbia bisogno, per alcuni per tutta la vita e per altri solo nei momenti brutti. Il Rei è anche un passo avanti riguardo all’idea di “inclusione attiva”, un concetto che noi di Eapn abbiamo sviluppato e fatto nostro fin dal 1992.

Per quanto riguarda la lotta alla povertà, raccomanderei ai nostri politici di oggi e di domani di leggere la povertà per quella che è: un fenomeno che investe tutta la società e per cui tutta la società è responsabile. Ci sono tantissime cose che si devono fare partendo dalla semplificazione e accorpamento delle varie misure di alleviamento giù giù fino al lavoro, a una scuola inclusiva, al funzionamento e qualità dei servizi sociali, dagli asili nido alla sanità. Ma povertà è anche un quartiere con strade sporche, poco illuminate, dissestate, senza trasporti. Lottare contro la povertà, anche se ci vuole tempo prima di vedere i risultati, vuol dire dare speranza alle persone. Perché senza speranza siamo destinati alla rassegnazione e al degrado. Non sono io a dirlo, è papa Francesco.

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1 comment

Presentato il Rapporto “Poverty Watch” – Articolo21 18 Dicembre 2017 - 11:50

[…] Prima di tutto bisogna capire un po’ cos’è e da chi è fatta la Rete. Siamo nati nel 1990 e, ad oggi, siamo la più grande rete europea di organizzazioni nazionali, regionali e locali e gruppi di base impegnati giorno per giorno contro la povertà e l’esclusione sociale in Europa. Siamo presenti in tutti gli stati membri dell’Unione e anche in Macedonia, Norvegia, Islanda, Serbia e forse a questo punto e con rammarico dobbiamo aggiungere a questa lista di paesi extra Unione anche il Regno Unito. Certo, le varie reti nazionali sono molto diverse l’una dall’altra, rispecchiando la realtà dei singoli paesi in cui operano, ma sicuramente ci uniscono… Continua su confronti […]

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