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1948: l’anno del destino

by redazione

di Roberto Bertoni (giornalista e scrittore)

18 aprile 1948, il giorno che ha cambiato l’Italia. Sono tante, per carità, le date decisive nella storia del nostro Paese, sia prima che dopo quella domenica elettorale che ci fece entrare a far parte, a pieno titolo, del blocco occidentale. Fatto sta che, senza quello snodo cruciale, oggi saremmo qui a raccontare chissà quali vicende e con chissà quali protagonisti, nel settantesimo anniversario di una ricorrenza che non è neanche lontanamente paragonabile alla melassa indistinta e priva di speranze e di passione civile che ci pone di fronte la realtà contemporanea.

Ci aiutano a ripercorrere le tappe di quella stagione di riscossa due bei saggi storici, scritti rispettivamente da Gianluca Quadrana (“Roma 1948”, Ponte Sisto) e dalla rodata coppia composta da Mario Avagliano e Marco Palmieri (“1948”, il Mulino). 

Nella prima opera, quella di Quadrana, si raccontano i mesi che precedettero l’appuntamento elettorale e, in particolare, i giorni a ridosso delle votazioni, in una Roma che esplodeva di passione civile e politica, con tutti i leader impegnati in una campagna senza esclusione di colpi e caratterizzata da una miriade di comizi, incontri e iniziative d’ogni sorta, dalle zone del centro alle periferie estreme, dai luoghi del benessere e della stabilità a quelli del dolore e della sofferenza. 

Un saggio, quello di Quadrana, in cui rivivono atmosfere, aneddoti e protagonisti ormai misconosciuti dalla maggior parte delle persone ma, invece, essenziali per la nascita della Repubblica. 

E così, si tornano a percorrere le strade, del centro o della periferia non fa differenza, se non per la base sociale e per il conseguente esito del voto (all’epoca le periferie erano appannaggio della sinistra, oggi della destra), si tornano a gremire le piazze, cariche di entusiasmo e di comizi di altissimo livello, soprattutto per la notevole qualità oratoria dei principali leader del tempo, si torna a passeggiare in una Galleria Sordi, all’epoca Galleria Colonna, trasformata in una sorta di comitato elettorale collettivo, si torna a credere nella politica e ad amarla, considerandone l’importanza e la capacità di modificare lo stato delle cose.

E poi, grazie al saggio di Avagliano e Palmieri, si scoprono i retroscena di quella campagna elettorale, nel contesto di un Paese immerso nella Guerra fredda, con Secchia, numero due di Togliatti, che parlava apertamente di insurrezione, specie nel Nord (oggi, per dire, vota Lega e centrodestra, all’epoca molte sue regioni, eccetto il Veneto, erano un feudo delle sinistre), e il leader comunista, reduce da Mosca e noto per la sua saggezza tattica, che invece frenava, comprendendo che gli accordi di Jalta avevano situato l’Italia nel contesto occidentale. E poi De Gasperi e la sua mite fermezza, Nenni e Saragat ancora segnati dalla scissione dei socialdemocratici dal Partito Socialista nel gennaio del ’47, in quel di palazzo Barberini, il Fronte popolare con l’effigie di Garibaldi e il manifesto provocatorio della DC che la rovesciava, mostrando il volto di Stalin al posto di quello dell’eroe dei due mondi. Senza dimenticare il ruolo iper-attivo di papa Pio XII, autore della scomunica nei confronti dei comunisti, e delle alte sfere vaticane nonché dei comitati civici di Luigi Gedda e persino di Gino Bartali, il campione del ciclismo, ultra-cattolico, che vinse una tappa decisiva del Tour de France nel giorno in cui Antonio Pallante, un giovane attivista di destra, aveva sparato a Togliatti, rischiando di condurre nuovamente l’Italia nell’incubo della guerra civile. Solo la saldezza di nervi del segretario del PCI, del segretario della CGIL, Di Vittorio, di De Gasperi e della classe dirigente dell’epoca riuscirono a scongiurare un’evenienza dalle conseguenze imponderabili. 

Tuttavia, ci fu anche dell’altro, molto altro, fra ironie, slogan, le prime “fake news” e le innumerevoli vicende complementari, solo apparentemente secondarie, su cui soprattutto Avagliano e Palmieri si soffermano, al fine di rendere chiaro il quadro complessivo di una stagione ormai remota ma ancora in grado di parlare all’oggi e confrontarsi con esso in tutta la sua straordinaria attualità. 

1948: quando Montanelli veniva mandato dal Nuovo Corriere a seguire il Giro d’Italia per impedirgli di occuparsi di politica, considerandolo ancora in qualche modo colluso con il regime che, pure, lo aveva condannato a morte, e il grande Indro trasformava le sue corrispondenze in una serie di racconti esilaranti, alcune fra le pagine più politiche della sua lunga ed invidiabile carriera. 

1948: quando gli intellettuali partecipavano attivamente alla vita politica e il PCI era capace di riunire, in un giorno solo, la crema della cultura italiana, non a caso definita spregiativamente “culturame” dal ministro degli Interni, Scelba, l’anno dopo durante il congresso democristiano di Venezia. 

1948: un anno, una vita, il destino di milioni di persone e di un intero Paese. 

Due libri per ricordarlo, oggi, che di quella storia e della sua imponenza rischiamo di perderne le tracce. 

 

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