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Non fermarsi alle apparenze

by redazione

di Teresa Isenburg (docente di Geografia economico-politica all’Università di Milano)

A che punto è il Brasile deformato dal colpo di Stato parlamentare e istituzionale che nell’agosto 2016 ha insediato un esecutivo illegale portatore di politiche antisociali deponendo la legittima presidente Dilma Rousseff? Direi un momento importante, per non dire cruciale.

Delle elezioni cruciali
Il 7 ottobre 2018 si terranno le elezioni politiche per presidenza della Repubblica, governatori degli stati, camera dei deputati e due terzi del senato. Non è ancora definito quali saranno i candidati, le eventuali alleanze, mentre diversi aspetti procedurali rimangono nebbiosi. Ma una cosa è chiara: il gruppo che ha realizzato il golpe e che da due anni smantella le istituzioni e spoglia gran parte della popolazione ha l’obiettivo di impedire che l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva possa presentarsi candidato alla presidenza. Ampia è la corte che coopera con i golpisti a questo fine. Infatti tutto indica che Lula potrebbe raccogliere un vastissimo consenso. Lo strumento utilizzato per espellerlo dalla competizione è il potere giudiziario coadiuvato dai mass media monopolistici e in modo operativo dalla polizia federale.

Delegittimare Lula
Il progetto è semplice: accusare Lula di reati, processarlo, condannarlo e quindi renderlo ineleggibile in base alla legge del cosiddetto “certificato penale pulito”. Senza dimenticare di calpestarne l’onore. E questa strada è stata imboccata con decisione all’indomani della deposizione della presidente costituzionale Rousseff. Apro una parentesi: è difficile comunicare l’illegalità dell’eversione golpista in Brasile perché un’apparente forma delle procedure viene conservata. I tempi, per diversi motivi, non sono più quelli dei carri armati, anche perché con ogni probabilità le forze armate non hanno questo progetto, ma piuttosto quello della sovranità nazionale. Ma bisogna capire che attraverso procedure solo in apparenza legali, legittimate dall’esclusivo ed escludente linguaggio giuridico, si nascondono manovre con intenti ben diversi. A tal proposito mi permetto quindi di presentare alcuni fatti che consentono, mi sembra, di confermare l’illegalità di molto di ciò che avviene. Nel caso della Rousseff, ricordo che il Supremo tribunale federale (Stf) a tutt’oggi (e ne è passato di tempo dal 31 agosto 2016!) non ha omologato la deposizione votata dal senato, forse perché fondata su un’accusa non prevista della Costituzione, quindi illegittima. Chiusa parentesi.

Operazione autolavaggio
A metà settembre del 2016 (si presti attenzione alla concatenazione delle date) l’ex presidente Lula veniva incriminato dalla procura della Operação lava jato (in italiano: Operazione autolavaggio, un’indagine su tangenti all’interno dell’azienda petrolifera statale Petrobras che ha coinvolto imprenditori e politici) di avere goduto di favori indebiti in atti collegabili a tale operazione. Il procuratore nel presentare la propria accusa dichiarava di non avere prove, ma convinzioni: una categoria giuridica e giudiziaria ignota ai più. Nonostante questa premessa, il tribunale di Curitiba accettava la denuncia e iniziava un processo ricco di anomalie procedurali a cominciare dal non rispetto del giudice naturale (l’oggetto del presupposto reato, un edificio, era nello Stato di San Paolo e non di Paraná). Il processo contro Lula ha avuto e ha un iter di inusuale celerità (sanno i cittadini italiani quanto può essere lenta la giustizia), anteponendo tale pratica a molte precedenti nel tempo, impedendo le verifiche, respingendo i testimoni a difesa e via discorrendo. Per giungere il 24 gennaio 2018 alla condanna in secondo grado e il 7 aprile all’incarcerazione di Lula. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.

La “prova” sovrana addotta dal tribunale di Curitiba contro Lula riguarda un appartamento al mare a Guarujá, nello stato di San Paolo, in cui sarebbero state fatte delle ristrutturazioni milionarie che nascondono tangenti; nulla importa che l’appartamento non sia intestato a Lula, anzi questo dimostrerebbe la volontà occultativa. Ma pochi giorni dopo l’arresto di Lula, il 16 aprile, i militanti del Movimento dei lavoratori senza tetto (Mtst) hanno occupato per alcune ore l’appartamento incriminato, lo hanno fotografato e le immagini hanno mostrato che nessuna delle ristrutturazioni presentate a “prova” del malaffare era presente: non un faraonico ascensore, non una piscina olimpionica, non marmi di Carrara: poche modeste stanzette. Quindi non solo l’appartamento non è di Lula, ma le prove del giudice erano e sono false, montaggi di foto, montaggi di fatture.

Lula rimane in carcere
E Lula continua ad essere in carcere. È in carcere in base ad una votazione del Supremo tribunale federale che ha stabilito, ad personam, che sì, Lula poteva essere arrestato e incarcerato prima dell’espletamento di tutti i gradi di giudizio (che tradotto in lingua corrente significa prima delle elezioni), buttando alle ortiche l’antico ed indiscusso principio che tutti sono innocenti fino alla sentenza definitiva al termine di un processo giusto.
Come si vede il ruolo del potere giudiziario, sceso in campo politico e partitico senza ritegno, è stato ed è centrale, ma fondamentali sono pure i mass media. Lula per anni – ripeto: anni – è stato oggetto di una diffamazione ininterrotta da parte dei mezzi di comunicazione: Rete globo della famiglia Marinho, TV Record del “vescovo” Edir Macedo della Igreja universal do reino de Deus, riviste settimanali con copertine oltraggiose ecc.
Dopo la carcerazione fraudolenta è calato, su Lula, nella stampa monopolistica, il silenzio più totale: la strategia, evidente, è di produrre l’oblio, cancellare.
Tuttavia non tutto fila liscio per coloro che vogliono decidere chi può candidarsi e chi no: l’eccesso del sequestro carcerario ha fatto nascere un costante presidio di vigilanza a Curtiba davanti al commissariato della polizia federale dove Lula è detenuto; l’agire avventato della giudice di sorveglianza di proibire tutte le visite inclusi premi Nobel (Pérez Esquivel), teologi (Leonardo Boff), parlamentari (!), medici (!!), in disprezzo delle Regole Mandela delle Nazioni unite, ha imposto un intervento correttivo per dare una vernice di decenza. Ma Lula continua ad essere detenuto.

Perché mi sono dilungata su queste vicende? In primo luogo perché quel che avviene in Brasile non sono fatterelli marginali di un paese arretrato: sono accadimenti di un grande paese dell’Occidente che interessa molto l’Italia, che farà bene a non guardare altrove. In secondo luogo perché è illusorio pensare che processi destrutturanti di grande ampiezza rimangano confinati entro limiti nazionali, anzi è sicuro che dilaghino.
Se la divisione fra i poteri viene meno e il giudiziario si arroga il campo politico e chi occupa i luoghi politico-istituzionali disconosce le competenze di ciascun potere, il sistema di pesi e contrappesi che regge la democrazia dirocca.
E anche in Europa si assiste a situazioni preoccupanti in questa direzione.

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