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Libano: tanto fumo e poco arrosto

by redazione

di Michele Zanzucchi (direttore di Città Nuova e cittanuova.it docente di comunicazione all’Università Gregoriana e a Sophia)

Il 6 maggio scorso si sono svolte le elezioni legislative in Libano, la democrazia più originale di tutto il Medio Oriente. Originale perché, pur rispettando le regole del convivere democratico, in primis le elezioni libere e (più o meno) a scadenza regolare, ha un elemento caratteristico che la rende unica: il fattore confessionale.

Il Patto nazionale, quello che ha dato il via all’indipendenza del Paese, nel 1943-1944, ispirato non a caso da un cristiano, Béchara el-Khoury, e da un musulmano sunnita, Riyad al-Solh, prevedeva la coesistenza tra cristiani e musulmani, il loro equilibrio e l’attribuzione di diritti alle comunità. Il Patto è stato rinnovato, dopo la guerra civile, dagli Accordi di Taef, che hanno consentito di ritrovare almeno in parte uno “spirito nazionale”. Il trattato, firmato il 22 ottobre 1989 in Arabia Saudita, era stato il risultato degli sforzi politici di un gruppo di leader arabi, come i re marocchino e saudita e il presidente algerino Chadli, con il sostegno sotterraneo Usa.

Gran parte di quel trattato, va detto, è restato sulla carta, basti l’esempio della mai realizzata smilitarizzazione delle milizie, come testimoniano le truppe di Hezbollah tutt’ora più che mai attive. Ma Taef ha avuto il merito di confermare che il Libano è un Paese fatto di minoranze, e che tali minoranze per vivere hanno bisogno di riequilibrarsi, mantenendo alcuni elementi non modificabili: il presidente è un cristiano maronita, il primo ministro è sunnita, il capo del Parlamento è sciita. Come si vede, il Libano è sì una democrazia, ma originale e “non laica”, basata com’è su una piattaforma confessionale in cui muftì e cardinali hanno da dire la loro. Lo si può costatare anche nella composizione del Parlamento, che prevede un fifty-fifty tra cristiani (maroniti, greco-cattolici, armeni…) e musulmani (sunniti, sciiti, drusi…), con 18 confessioni riconosciute.

La lotta elettorale, quindi, è in realtà una doppia competizione: quella tra i partiti politici e quella all’interno delle comunità religiose. La leadership di una comunità precisa è comunque evidente nei singoli schieramenti politici, come il tandem dei partiti guidati da cristiani formato dalla Corrente patriottica libera (Cpl), diretta da Gebran Bassil, attuale ministro degli Esteri, legato al presidente Aoun, e le Forze libanesi (Fl) di Samir Geagea; o come il tandem sciita, composto dal movimento Hezbollah, guidato dall’indiscusso leader Nasrallah, e dal movimento Amal, diretto dal presidente del parlamento, Nabih Berri; o ancora come il partito dominante sunnita, quello della famiglia Hariri, la Corrente del futuro, diretto dal premier Saad. Il problema è che, a causa della nuova legge elettorale, le due lotte si sono ulteriormente confuse, per cui un cristiano poteva far parte del partito sunnita ma venir eletto in “quota cristiana”, o un sunnita entrare nella lista del presidente maronita Aoun e venir eletto come musulmano sunnita.

La nuova legge elettorale, la cui lunga gestazione congiuntamente alla difficoltà nell’eleggere il presidente ha ritardato l’indizione delle elezioni – la scadenza naturale era il 2013 – prevedeva il passaggio dal sistema maggioritario al sistema proporzionale. Ci sono stati assestamenti dovuti più al cambiamento di sistema che al numero dei voti: il maggior perdente è stato Hariri e il maggior vincente Geagea, mentre 76 deputati su 128 sono cambiati. Ma gli equilibri politici non sono mutati granché, tanto che gli osservatori prevedono che, a meno di sorprese sempre possibili, dopo lunghe ed estenuanti trattative il governo rimarrà nelle mani di Hariri e il parlamento in quelle di Berri, con qualche spostamento nell’attribuzione dei ministeri.
Ma il Libano, pur essendo un’isola a suo modo laica e democratica, in un mondo a maggioranza musulmana in cui dominano forme di cesaropapismo e teocrazia, risente delle tensioni esistenti in Medio Oriente, della guerra di Siria, del conflitto tra sunniti e sciiti, delle paurose frizioni tra Israele e Iran, degli ondeggiamenti di Trump, del pugno duro di Putin, della voglia di califfato di Erdogan.

Il Libano è un miracolo di equilibrismi e di invenzioni politiche sempre nuove, che gli consentono di restare sul bordo del baratro senza cadervi dentro.

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