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Siria: il festival delle bugie

by redazione

della Redazione di Confronti

La notte del 13 aprile scorso Usa, Francia e Inghilterra hanno scagliato un’offensiva contro la Siria. L’accusa, non ancora provata, è che Assad abbia usato armi chimiche.

 

Il festival internazionale delle bugie e degli scherzi è andato in onda, in mondovisione, la mattina di sabato 14 aprile, dopo che ovunque tutte le televisioni avevano trasmesso immagini del raid missilistico tripartito – di Usa, Francia e Gran Bretagna – lanciato nella notte contro località siriane dove, secondo gli attaccanti, il regime del presidente Bashar Assad fabbricava, o occultava, armi chimiche.
I leader dei tre paesi occidentali affermavano che la punizione da essi decisa era “proporzionata” ed eticamente e militarmente dovuta, in quanto era “certo” che le autorità di Damasco, violando ogni convenzione internazionale, erano responsabili di aver fatto sganciare, una settimana prima, armi chimiche, con gas letali, su Douma, provocando un centinaio di vittime, bambini compresi, e cinquecento feriti. Insomma, per stroncare sacche di resistenza di gruppi anti-regime asserragliati nella città siriana, il rais – crudele successore del padre, Hafez Assad – non avrebbe avuto scrupoli di eliminarli con armi pur proibitissime.

Nella guerra “civile” siriana – in realtà un conflitto direttamente o indirettamente guidato o gravato da potenze esterne – che dal marzo 2011 si è via via aggrovigliato, sono coinvolti, a vario titolo e in vari modi, Usa, Russia, Turchia, Iran, Israele, Arabia Saudita, Qatar: e non vi sono dubbi che ciascuno di questi paesi non esiterebbe a mentire per negare proprie responsabilità per l’uccisione di civili in Siria. Ma, tornando alla strage di Douma, Bashar ha smentito ogni coinvolgimento, e così pure la Russia. Invece Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron affermano di avere le “prove” – mai portate! – che a sganciare i gas sia stato l’esercito siriano, magari aiutato dai russi. In tale balletto sulle responsabilità, stava ad un organismo dell’Onu accertare i fatti e decidere eventuali punizioni.

Ci si potrebbe chiedere quale interesse avesse Assad a lanciare armi chimiche, quando sapeva benissimo che avrebbe pagato a carissimo prezzo la sua audacia. Altri ipotizzano che a usarle siano state potenze straniere, oppure guerriglieri anti-regime asserragliati a Douma dove stavano per essere sopraffatti: e poi attenti ad attribuire a Bashar la colpa della strage. Fantasticherie? Può essere. E può essere che le inchieste Onu inchiodino Assad e anche Putin. Tuttavia, per ora l’unica cosa certa è che i tre leader hanno violato la legalità internazionale, perché hanno bombardato la Siria prima, e senza, che un’autorità terza, super partes, accertasse i fatti.

D’altra parte, non può non far riflettere il modo dell’attacco franco-anglo-americano: qualche ora prima del blitz hanno preavvertito Putin (che ha informato Assad) così che avessero il tempo di far sgomberare da ogni presenza umana i target che sarebbero stati bombardati. Un gesto di squisita cavalleria e di gentilezza tra vecchi amici. Di fatto, il lancio di oltre cento missili – tuttavia il Cremlino sostiene che oltre una settantina, intercettati dalla contraerea siriana di marca russa, sono stati distrutti in volo – non hanno fatto nessuna vittima. Potenza della perfezione delle armi moderne!
E allora, perché tanto spreco – ogni missile “intelligente” Tomahawk usato il 14 aprile costa ottocentomila dollari? Perché il Grande gioco faceva comodo a (quasi) tutti i leader dei paesi interessati. Trump ha dimostrato di non essere come Barack Obama, che minacciava fuoco e fiamme contro la Siria, ma poi ordinava di “non” sparare; e negli States i fan di The Donald saranno stati rassicurati dal vedere in tv i disastri provocati dai missili. Putin potrà dire di aver neutralizzato il capo della Casa bianca, costringendolo ad evitare vittime umane. Francia e Gran Bretagna, coinvolgendosi nell’operazione, si sono guadagnate le stellette per partecipare, un giorno, alle trattative sul dopo-guerra. Gli altri paesi possono rallegrarsi perché il problema siriano, dopo il raid del 14 aprile, resta intonso, e quindi con le loro chances intatte.
Infatti, dopo l’“operazione”, tutto, sul terreno, e sui tavoli della diplomazia, è come prima, con i grovigli irrisolti, le sofferenze della popolazione perduranti, e assenti sbocchi per porre fine alla guerra. E, con clamorose contraddizioni all’interno di ciascun campo, rimangono in piedi le due alleanze nemiche: Usa, Israele ed Arabia saudita da una parte; Russia, Turchia e Iran dall’altra. In mezzo i curdi siriani (che pur diedero un contributo decisivo per battere l’Isis/Daesh) e siriani “anonimi” che pagano il conto per tutti.

(pubblicato su Confronti di maggio 2018)

 

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