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Il Museo della mente: patrimonio della legge 180

by redazione

(intervista a) Pompeo Martelli (psichiatra e direttore Uosd Museo laboratorio della mente, Asl Roma 1 www.museodellamente.it)

Qual è l’eredita e quali le sfide della legge 180 quarant’anni dopo la sua promulgazione?
Il Ministro Salvini, a seguito del suo comizio a Pontida, ha scritto un tweet dove definisce la 180 una legge “assurda” perché, a suo dire, fa soffrire migliaia di pazienti e abbandona i familiari a se stessi. In questa espressione si coglie un vecchio leitmotiv, che tutti noi che abbiamo superato una certa età ricordiamo negli anni di scontro della 180: che è una legge ingiusta, pericolosa, che abbandona le persone. La storia di questo Paese e i fatti dicono chiaramente che non è così. Il Museo laboratorio della mente non ha paura di confrontarsi con tali affermazioni perché raccoglie le storie della sofferenza delle persone. Ci sono storie di genitori, pazienti, operatori, anche quelle più difficili. Naturalmente non tutto è perfetto e laddove esistono degli abbandoni (che noi per primi documentiamo), allora bisogna intervenire. Non per questo è la legge ad essere assurda, direi piuttosto che è il sistema gestionale a essersi inceppato, perché c’è stato un troppo scarso investimento. La psichiatria di comunità prende questo nome perché deve essere della comunità, e spesso questo non accade e non si fa in modo corretto. La guarigione, intesa anche come la risoluzione totale di un problema, si può avere; ma la guarigione, in salute mentale, significa spesso convivere adeguatamente con il disturbo. La persona, la famiglia e la società possono convivere con certi tipi di problema. La gestione della salute mentale è una sfida continua alla democrazia, all’inclusione. Se si smarriscono questi elementi, che sono concentrati nella legge 180, e si continua a dire che essa è “assurda”, si stanno smentendo anche i suoi principi fondanti. Visitare il museo ci fa capire che questi principi sono quanto mai attuali e fondamentali. Ad essere “assurda” è la situazione che c’era prima della legge 180: il fatto di avere un luogo dove poter rinchiudere una persona quando disturba. La storia ha dimostrato che un’alternativa era ed è possibile e non si può addossare alla 180 la responsabilità di una persona che improvvisamente compia un atto di violenza nei confronti di chicchessia.  Quella condizione, quell’atto di violenza su cui si interroga la società non risponde sempre ed esclusivamente al gesto folle, che è un luogo comune per definire la follia. Dopo la chiusura dei manicomi il tasso di suicidi e omicidi di persone affette da malattie mentali è stato il più basso d’Europa. Ma l’attuale congiuntura economica, con l’aumento della disoccupazione e la riduzione degli investimenti pubblici, insieme al processo di invecchiamento della popolazione, ha visto un aumento di suicidi e di prescrizione di antidepressivi.

La legge 81/2014 ha decretato la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari in Italia. Ad oggi sono 600 le persone ospitate nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), meno della metà degli internati del 2011, ma l’obiettivo è sempre quello delle misure alternative. Pensa ci sia il rischio di un’interruzione di questo percorso?
Mi auguro di no. Va migliorato e potenziato. Ovviamente gli orrori di un Ospedale psichiatrico giudiziario sono stati visibili a tutti. Quando Ignazio Marino era presidente della Commissione sanità ha fatto un ottimo lavoro di inchiesta e tutti abbiamo potuto vedere che cos’era un Opg: l’ultimo brandello di disumanità in questo Paese. Questo percorso è stato giusto, necessario e anche tardivo. Va completato e migliorato. L’idea della volontà di intendere e di volere, di avere ancora un doppio binario di osservazione, uno del Sistema sanitario e uno del Sistema giudiziario, non va bene. Le Rems non devono diventare delle nuove carceri perché in questo modo il controllo giudiziario viene demandato alla psichiatria a cui per secoli è stato demandato il controllo sociale. Ma la psichiatria è una scienza medica, non deve e non può fare controllo sociale, non è uno strumento che si presta al controllo giudiziario. Le Rems vanno migliorate sotto questo profilo, ma per far questo bisogna avere una società disponibile. Oggi purtroppo la nostra società è esposta a molteplici cambiamenti, contaminazioni e tumulti. Bisogna mantenere il coraggio di guardare le cose come sono. Tutto quello che noi immaginiamo essere la paura dell’altro genera costrizione, segregazione, rabbia e aggressività. Non avere l’ospedale psichiatrico è un elemento di garanzia perché chiunque di noi in qualsiasi momento della nostra vita può avere un problema mentale, nessuno di noi è al sicuro. Attraversiamo con la nostra esistenza il mondo e siamo tutti esposti a perturbazioni. Questo museo ricorda alle persone come era un tempo questo luogo, come non tornare indietro, chiede alle persone contributi per consolidare giustizia sociale, inclusione, affetti. Noi dobbiamo rendere felice la nostra esistenza e il mondo in cui viviamo È utopico, ma è un’utopia concreta, non è un obiettivo irraggiungibile.

Sempre il Ministro Salvini recentemente ha fatto un’altra dichiarazione, ha detto che è inaccettabile che una percentuale elevata di persone in Italia faccia uso di psicofarmaci. È vero?
No, è inaccettabile dire così. Abbiamo un problema che fa parte della nostra storia. Gli sviluppi delle nostre conoscenze  e  scientifiche degli ultimi decenni ci hanno permesso di capire molto meglio il funzionamento del sistema nervoso, del cervello, di alcune patologie. Non abbiamo paura della ricerca e della scienza, anche quella farmacologica, che fanno grandi passi avanti. Questo non vuol dire che si può sostituire tutto con i farmaci. Non si può e non si deve. Ma per non farlo bisogna avere delle persone che agiscono affinché ci sia un corretto equilibrio tra la capacità di prescrizione e l’opportunità e l’efficacia di quella prescrizione, quindi bisogna avere persone competenti. Inoltre, si parla sempre dei malati di mente, ma ci dimentichiamo della popolazione anziana. Anche in questo caso non si deve aumentare l’uso del controllo chimico ma monitorarlo e trasformarlo in giusta e corretta prescrizione. Ci dimentichiamo del controllo chimico delle migliaia di anziati malati di Alzheimer e demenza senile, facciamo finta di non vederle. Occultiamo una parte considerevole della popolazione, scoprendo ogni tanto luoghi di controllo violento di queste persone maltrattate. Un mondo delegato alla gestione personale delle famiglie. Allora Salvini che parla del carico delle famiglie dei malati di mente si dimentica dell’enorme carico che hanno i familiari delle persone che non hanno nessuna malattia mentale, ma che hanno delle conseguenze comportamentali causate da una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale per la quale al momento non esistono cure. E non facciamo niente, non costruiamo percorsi di assistenza, di sollievo. Costruire nuovi percorsi di sollievo vuol dire investire nella cronicità, lavorando sul miglioramento dei processi di assistenza di persone di cui sappiamo qual è il destino. Qui si vede la civiltà. Noi siamo un paese vecchio: tra quarant’anni avremo problemi enormi e se non ci muoviamo ora nel migliorare la qualità della vita della comunità noi ci ritroveremo in una situazione drammatica.  Non possiamo pensare di risolvere i problemi con le badanti. Vogliamo davvero aiutare le famiglie? Cominciamo aiutando i pazienti. Si trovino ad esempio le risorse economiche adeguate per aiutare quelle famiglie bisognose che hanno un burden elevato conseguente  alla gestione di un paziente cronico grave. La legge sul “Dopo di noi” è una grande conquista sociale. Queste cose vanno facilitate e incrementate, sono politiche culturali del non abbandono che si fanno attraverso le politiche culturali del rispetto. Il rispetto per la sofferenza è sempre a 360°. Dobbiamo evitare di far rinascere fenomeni contagiosi irrazionali che considerano la diversità/alterità un pericolo. Chi ha responsabilità di Governo di deve rendere conto che questo non funziona.
Questa è la mission del Museo: «fare della comunità un corpo curante».

[intervista a cura della Redazione]

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