Israele "Stato-nazione" del popolo ebraico. Ecco perché la legge fa tanto discutere - Confronti
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Israele “Stato-nazione” del popolo ebraico. Ecco perché la legge fa tanto discutere

by Michele Lipori

Intervista a Janiki Cingoli, presidente del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO)

 

Le critiche più importanti alla “Legge Fondamentale” presentata recentemente alla Knesset col nome “Israel as the Nation State of the Jewish People” (approvata il 18 luglio 2018) è che nell’affermare i principi ebraici non garantisca l’uguaglianza alle minoranze (cittadini d’Israele), in primis quella araba. Qual è la sua opinione in merito?

La mia valutazione generale, per il modo in cui è stata formulata, è che questa sia una legge inutile e sostanzialmente propagandistica. Il fatto che Israele sia uno “Stato ebraico” è già chiaramente affermato nella risoluzione 181 dell’Onu del 29 novembre 1947 (che prevedeva la divisione dei territori della Palestina storica in tre parti: uno Stato ebraico, uno palestinese e una zona internazionale con Gerusalemme e Betlemme, ndr). Ed anche la Dichiarazione di indipendenza del ’48 lo riaffermò a chiare lettere. Riproporlo, con una sottolineatura così forte sulla questione della “componente ebraica” è un atto di arroganza che non può non preoccupare le minoranze che vivono in Israele. Mi riferisco naturalmente agli israeliani arabo-palestinesi, ma anche ai drusi, che sono talmente fedeli allo Stato d’Israele da servire nell’esercito e che però sono molto feriti e delusi dall’approvazione di questa legge.

Ma ci sono altri elementi negativi. Mi riferisco al punto 7, in cui si afferma la necessità di sostenere ed anche espandere gli insediamenti ebraici (con riferimento a quelli localizzati in Cisgiordania, ma anche in Israele). Quest’ultimo aspetto ha sollevato moltissime polemiche, perché sono stati diversi i tentativi in Israele di costituire comunità in cui gli arabi non potessero essere ammessi, nonostante una sentenza della Corte Suprema abbia dichiarato illegittima questa pratica. È strano, comunque, che questo punto sia stato poco sottolineato nei diversi commenti. Ma la questione essenziale non è solo ciò che la legge dice, ma ciò che tace. L’accento è posto esclusivamente sugli ebrei, mentre non c’è mai menzione delle varie minoranze se non in quei passaggi in cui si dice che (punto 4b) la lingua araba avrà uno statuto “speciale”, cessando di essere considerata seconda lingua ufficiale dello Stato. L’esistenza stessa delle minoranze viene rimossa. Il passo indietro è enorme. Infatti, nella Dichiarazione di Indipendenza del 1948, nonostante ci fossero conflitti aperti in atto, era contenuto un appello «alla popolazione araba dello Stato d’Israele a preservare la pace e a partecipare alla costruzione dello Stato sulla base di una piena e uguale cittadinanza e con la debita rappresentanza in tutte le sue istituzioni, provvisorie e permanenti».

Un afflato che manca completamente nella legge appena approvata. E non possiamo dimenticare che gli arabo-palestinesi israeliani rappresentano circa il 20% della popolazione totale. Persino i drusi, che pure fanno il servizio militare e sono considerati amici fedeli, sono ignorati, il che ha provocato la loro rivolta. Il problema per queste minoranze, va detto, non è il diritto all’autodeterminazione nazionale – questa è una cosa che devono rivendicare, piuttosto, i palestinesi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est – quanto il loro riconoscimento collettivo in quanto minoranze, e la tutela dei loro diritti di cittadini.

 

A cosa può portare questo declassamento?

L’atteggiamento di Netanyahu è quello di chi vuole rivendicare il diritto della maggioranza ad approvare delle leggi che siano di gradimento della maggioranza, senza ricordare che il limite della maggioranza è nel rispetto delle minoranze interne allo Stato. La Dichiarazione di Indipendenza garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini qualsiasi sia la loro razza, il loro sesso o la loro religione. Ma l‘uguaglianza dei singoli cittadini (per cui ad ogni persona corrisponde un voto), non è sufficiente a garantire le minoranze, perché come si è visto la maggioranza può fare leggi per opprimerle o cancellarle. Va garantito il riconoscimento collettivo della loro identità e vanno loro attribuiti diritti positivi a loro tutela, come l’equa rappresentanza nelle diverse istituzioni dello Stato, la proporzione nel pubblico impiego, l’uso della loro lingua, la gestione di loro scuole, e un’equa ripartizione delle entrate fiscali.

 

Come nel caso del Sud-Tirolo…

Esattamente, anche se certo non può essere preso come un modello, ma come una esperienza estremamente avanzata, credo la più avanzata in Europa. Per fare un esempio concreto penso all’art. 6 della Costituzione italiana che riconosce la necessità di una tutela delle minoranze linguistiche. Poi, unitamente all’Accordo De Gasperi-Gruber e agli altri trattati con Vienna, ratificati successivamente dalla Risoluzione 1661 dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, veniva garantito uno Statuto di Autonomia alle minoranze tedesca e ladina in alto Adige composte rispettivamente da 300.000 e da 30.000 persone (e si pensi – a questo proposito – alla ben maggiore incidenza percentuale, sul piano demografico, della popolazione araba e drusa in Israele). Tale riconoscimento conferisce, come si diceva, dei diritti positivi, come un ritorno delle tasse, una presenza proporzionale nei corpi pubblici (consigli comunali, ecc.) e una presenza proporzionale nel pubblico impiego nei diversi livelli, la parità d’uso nella lingua, la gestione delle scuole. Sono questi i modi per garantire che la maggioranza non schiacci le minoranze.

Bisogna dire che, nel tempo, in Israele sono stati dei fatti dei passi in avanti sulla questione della maggiore rappresentanza dei palestinesi-israeliani nell’amministrazione pubblica, come anche per una maggiore allocazione di fondi per questa minoranza (c’è una legge che stanzia 6 miliardi di Shekel a favore delle cittadine abitate dagli arabi). Quello che notiamo è uno sforzo maggiore sul piano economico, a scapito della rappresentanza politica. Questa legge è emblematica di questa tendenza.

 

Come vede la minoranza arabo-palestinese che vive in Israele?

Posso riportare delle esperienze recenti, in collaborazione con l’Associazione ANTENNA Cipmo (che ha un’identità autonoma da CIPMO) e con l’Istituto di ricerca europeo sui diritti delle minoranze Eurac Research, entrambi con sede a Bolzano. In particolare, lo scorso gennaio abbiamo organizzato insieme a loro una missione in Israele proprio su questo tema, della minoranza arabo-palestinese, a cui farà seguito nel prossimo novembre, una missione di ritorno, capeggiata da due deputati della Knesset: uno arabo e l’altro ebreo, nonché da altri membri della società civile. Quello che ci ha più colpiti della missione di gennaio è constatare come i palestinesi israeliani della nuova generazione, pur consapevoli della condizione sfavorevole in cui ancora versano, abbiano sviluppato una volontà tenace di accettare la sfida per cui sono chiamati a lottare. Questa nuova generazione è, infatti, molto acculturata perché le famiglie investono molto sull’istruzione. Inoltre, sebbene si senta partecipe delle sorti del popolo palestinese in senso più ampio, la maggioranza dei palestinesi israeliani (le statistiche parlano di oltre il 60%) risponde – non a caso – di voler rimanere in Israele anche nel caso dovesse finalmente costituirsi uno Stato palestinese. Quello che osserviamo è una generazione che “lancia il cuore oltre l’ostacolo” e vuole dimostrare nei fatti che la popolazione arabo-palestinese può progredire e colmare il proprio gap all’interno della società israeliana. D’altra parte anche Israele ha l’esigenza di colmare i gap presenti al suo interno, sia per quanto riguarda la condizione degli arabo-palestinesi, sia di quella degli ebrei ortodossi: due settori il cui ritardo, pur dovuto a fattori diversi, costituisce un handicap grave per lo sviluppo complessivo del Paese.

 

Nella legge viene menzionata anche la questione di Gerusalemme capitale unica e indivisibile. Questo significa negare la possibilità di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme est?

Persino le formulazioni di Trump, quando ha riconosciuto Gerusalemme come Capitale di Israele, ponevano dei paletti: veniva anche detto che con tale affermazione non si voleva incidere sulla questione dei confini tra israeliani e palestinesi all’interno di Gerusalemme, né su quella più generale dei futuri confini tra israeliani e palestinesi. È significativo come sia gli israeliani sia i palestinesi, per motivi differenti, abbiano trascurato questi caveat, e abbiano interpretato la dichiarazione di Trump come attribuzione della sovranità sulla intera Gerusalemme ad Israele: gli israeliani perché faceva loro comodo intenderla in questo modo, i palestinesi perché dovevano “vendere” in blocco all’opinione pubblica, soprattutto araba, il tradimento USA su Gerusalemme, anche per bloccare le derive in corso dei maggiori Stati arabi.

Ma i motivi che ostacolano la costituzione dello Stato palestinese sono molti. Tra l’altro, il presidente Abbas, che è oramai alla fine della sua carriera politica ed è gravemente malato, non vuole passare alla storia per aver fatto delle concessioni importanti a Israele su questioni delicatissime come quelle di Gerusalemme, dei confini e del “Diritto al ritorno”. Il problema sta nel fatto che senza concessioni sarà molto difficile che possa costituirsi davvero uno Stato palestinese.

Quanto a questo fantomatico Piano USA, il “Final Deal” di cui ha parlato Trump, le previsioni generali che questo piano ipotetico continuerà ad aleggiare senza essere reso pubblico. Una delle ipotesi più plausibili è che gli USA cerchino di ottenere un avallo preventivo da Arabia Saudita, Emirati, Egitto e Giordania, mettendo così i palestinesi di fronte alla scelta se accettare delle condizioni ritenute inaccettabili o scontentare gli Stati arabi “fratelli”.

Altro elemento ostativo è la scissione con Hamas. Continuano da parte egiziana i tentativi di arrivare ad un accordo interpalestinese, che naufragano puntualmente perché né Hamas né Abbas vogliono mollare la presa sui territori da loro controllati, Gaza e la Cisgiordania, in caso di esito avverso del voto, e soprattutto il Presidente Abbas pretende che l’Autorità palestinese riprenda il controllo integrale su Gaza, inclusa la forza militare, che invece Hamas non è disposto a cedere.

Ma c’è anche un altro elemento di ostacolo, che ha a che fare con un’idea di spartizione dei territori più complessa di come normalmente viene intesa. Infatti, si cerca di arrivare ad una stabilizzazione di Gaza, con il sostegno degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e dello stesso Israele (a patto però di una rinuncia da parte di Hamas di ogni attacco contro Israele).

Ma questa tregua di lungo periodo porterebbe a lungo andare alla costituzione non di due stati, né di uno stato unico binazionale, di cui tanto si parla oggi: ma di tre, o meglio di “due stati e mezzo”: Israele, Gaza, e una Cisgiordania erosa dagli insediamenti. Infatti, lo stesso Israele non ha davvero la volontà di annientare Hamas, perché teme che al suo posto possano insediarsi Isis o altre correnti jihadistiche, oppure in caso contrario perché teme di doversi nuovamente fare carico della amministrazione civile della Striscia.

Un ultimo elemento di stallo è che Hamas detiene i corpi di due soldati caduti e due civili israeliani, per il cui rilascio richiede uno scambio con prigionieri detenuti nelle carceri israeliane. Naturalmente, anche in questo caso, nessuno vuole fare il primo passo.

 

[intervista a cura di Michele Lipori, redazione Confronti]

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