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Unhcr: immigrazione, Europa e diritti

by redazione

(intervista a) Felipe Camargo (avvocato e attuale rappresentante dell’ufficio regionale per il sud Europa dell’Unhcr)

Com’è cambiato, secondo la sua esperienza, il fenomeno migratorio verso l’Europa?
Il fenomeno ha avuto inizio già diverso tempo fa. Ciò che è cambiato negli ultimi anni, però, è la dinamica e l’intensità, soprattutto a partire dalla crisi in Siria, che ha generato un flusso massivo di rifugiati in Europa, come mai visto dalla Seconda guerra mondiale. Inoltre, sono cambiate alcune specificità: si sta parlando, infatti, di una popolazione proveniente da paesi spesso sconosciuti a tanti in Europa. In Siria c’era un livello di qualità della vita, anche in termini di servizi sociali e di sviluppo, piuttosto elevato, e anche la popolazione aveva un grado di educazione e formazione molto alto. Questi flussi migratori “misti”, ovvero composti da persone che cercano una vita migliore e quindi un lavoro o che fuggono da un conflitto o da una persecuzione, sono qualcosa che, in quanto fenomeno globale ed epocale, non può essere fermato ma può essere gestito. L’Unhcr ha, al di fuori dell’Europa, una funzione sempre più operativa. Organizziamo l’assistenzadelle abitazioni, delle tende, di cibo e acqua, ma anche dei servizi sanitari ed educativi. In Europa, invece, lavoriamo di più a fianco dei governi, con le varie autorità, le istituzioni e la società civile.

Che differenza c’è tra lavorare in Europa e fuori dall’Europa? Tanti segnalano che distinguere tra migrante economico e richiedente asilo non funziona più nella realtà odierna.
I rifugiati sono protetti dal diritto internazionale, alla base si trova la Convenzione relativa allo status dei rifugiati (la Convenzione di Ginevra) del 1951, il Protocollo relativo alla status di rifugiato (il Protocollo di New York) del 1967 e da tutti gli strumenti legali internazionali, alcuni con effetto globale altri con effetto regionale come la Convenzione dell’organizzazione dell’unità africana, la Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984… Questi sono tutti strumenti legali per la protezione di persone che sono costrette a lasciare il proprio paese per motivi politici, religiosi, di appartenenza a un gruppo sociale (persone lgbti, ad esempio). Il mandato dell’Unhcr è verificare che tali strumenti vengano utilizzati. Bisogna ricordare, però, che tutti possono essere migranti, ma sfortunatamente non tutti possono usufruire dello stesso tipo di protezione a livello internazionale. Quello che cerchiamo di fare come Unhcr, insieme all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), è di influenzare il dialogo sui migranti affinché si creino un meccanismo e un quadro legale per la protezione dei migranti che vada al di là della sovranità nazionale. A tal proposito è importante ricordare che la Convenzione del 1951 è stata creata in Europa, per gli europei, per far fronte alla crisi migratoria post-bellica. Le persone che allora sceglievano di emigrare dai propri paesi erano vittime di una guerra, dovevano essere accolte. Come Unhcr ci impegniamo a difendere il principio fondamentale della protezione, non perché tale principio è stato  teorizzato in Europa, ma perché le stesse condizioni si verificano ancora oggi in altri paesi, ad esempio in Siria, Yemen, in molti Paesi africani, in Asia, in America Latina.. Oggi purtroppo con una tendenza a vincolare alla politica la tutela per i richiedenti asilo e i rifugiati e ciò è profondamente sbagliato, si tratta di diritti umani fondamentali. Bisogna vigilare affinché il diritto d’asilo non sia strumentalizzato dalla politica.

C’è preoccupazione per i diritti?
Per noi la possibilità di accesso sul suolo europeo deve essere mantenuta, si possono poi attivare meccanismi che facilitino la procedura di identificazione di quanti abbiano bisogno della protezione internazionale e che sono in questi paesi. Lo stiamo già facendo, attraverso i corridoi umanitari, però lo scopo non deve essere esternalizzare le procedure in altri paesi per conto dell’Europa. Su questo tipo di pratiche di filtro, sul modello del pre-screening non siamo d’accordo. Naturalmente siamo d’accordo sul fatto che l’Europa ha il diritto di trovare modi per gestire i flussi migratori, ma ciò non deve comprendere l’idea di addossare la responsabilità su Paesi che già accolgono, ad esempio in Africa, milioni di rifugiati. È curioso che in alcune parti d’Europa oggi si voglia esportare il concetto di frontiera. Perché non lo si fa per quello di governance o di sviluppo? Lavorando in Africa per tantissimi anni, ho visto di quanti benefici, dovuti allo sfruttamento, si sia goduto in Europa. Dov’è il risarcimento?

Una delle analisi che emerge è che sono chiuse le vie legali per entrare in Europa, che tutto è “blindato”. Conosce l’esperienza dei corridoi umanitari portati avanti dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di Sant’Egidio? Può essere questa una via alternativa?
Non “può essere”, è già una via, e infatti l’Unhcr indica questa strategia come un’alternative pathway, una via alternativa di protezione, senza però generalizzare. I corridoi, infatti, non possono sostituire l’obbligo che hanno i singoli stati a ricevere sul proprio territorio le persone che hanno bisogno della protezione. Quello che è certo è che i corridoi rimangono una strategia con la quale siamo completamente d’accordo ad ampliarne la portata, soprattutto in casi come quello libico, in cui ci sono numerosi richiedenti asilo per motivi di persecuzione.

Come si può affrontare il problema di preservare l’obbligo alla protezione dei singoli stati con quello di comprendere a chi spetti il diritto d’asilo?
Questo avviene perché i parametri della protezione internazionale sono chiari, ma meno chiari sono i criteri per determinare se una persona è un rifugiato o no. La raccolta di informazioni sul paese d’origine e tutto il lavoro sui vari casi, anche investigativo, che fa l’Unhcr è delicatissimo. Ci sono interviste che possono durare dalle quattro alle sei ore, senza considere anche il lavoro di verifica delle informazioni. Per l’Unhcr la qualità dell’asilo è fondamentale. In Italia, fino l’anno scorso solo l’17% delle persone entrate nel sistema ha ricevuto la protezione internazionale (status di rifugiato o protezione sussidiaria), la gran parte ha ricevuto invece la protezione umanitaria. Bisogna anche considerare che parlare di rifugiati “politici” comprende tutto il novero delle possibili persecuzioni. Si parla sempre di rifugiati “politici” o sempre e solo di guerre. Ma esistono anche rifugiati per motivi religiosi, di orientamento sessuale, senza dimenticare che il diritto d’asilo è riconosciuto anche alle persone che subiscono atti persecutori all’interno del proprio gruppo familiare, inteso in senso ampio. È un diritto soggettivo non legato alla nazionalità. Ci sono casi di persone che sono perseguitate all’interno di un gruppo etnico. Oggi c’è la tendenza a dire che è necessario rivisitare la definizione rifugiato. Noi istituzionalmente non siamo d’accordo su questo punto, però ci sono anche degli argomenti su cui forse tale riflessione può essere utile, c’è tanta gente che si perde nei meandri del sistema: ad esempio migranti e rifugiati climatici per i quali non c’è una forma di protezione. Bisogna infine valorizzare il ritorno positivo derivato dall’accoglienza ai migranti, dalla protezione e dal ruolo che possono giocare i rifugiati nella costruzione di una fabbrica sociale europea. Non bisogna dimenticare che in Europa, per motivi legati all’invecchiamento della popolazione e dalle aspettative di lavoro, può essere un valore aggiunto assorbire una popolazione che ha bisogno di protezione, nel processo di inclusione sociale.

Cosa si potrebbe fare?
L’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sta lavorando ad un documento dove emerge che il settore agricolo in Italia ha bisogno di centomila famiglie. Si parla di famiglie e non di individui perché l’agricoltura tradizionale in Italia, a livello piccolo-medio, è un sistema familiare. Il settore agricolo, per diventare quello che era in termini di forza produttiva agricola e mantenendo il marchio made in Italy ha bisogno di centomila famiglie. Ma c’è un enorme bisogno di manodopera anche nella ristorazione, nell’edilizia e nell’educazione. Un’altra questione delicata in Italia è in ambito legale: la legge dice non si può lavorare senza un contratto che rispetti certe norme (numero di ore, benefici, servizi sociali). Il paradosso è che a fronte di questa normativa molte persone sono costrette a lavorare in condizioni di sfruttamento perché sono pochi i datori di lavoro che ottemperano tali norme. E accade anche a quelli che sono in regola con i documenti: in Italia il richiedente asilo può lavorare legalmente dopo 90 giorni dalla presentazione della domanda. Per questo si trovano rifugiati riconosciuti a lavorare in nero: è più “veloce” per le varie agenzie ed imprese. Bisogna dunque riformare anche questo quadro normativo affinché l’inclusione sociale si sviluppi nel suo pieno potenziale positivo.

[intervista a cura di Claudio Paravati]

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