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Viviamo davvero in un periodo di migrazioni epocali?

by redazione

di Andrea T. Torre, Centro Studi Medì – Migrazioni nel mediterraneo (www.csmedi.com)

Sui media negli ultimi anni si parla sempre più spesso di migrazioni, con posizioni molto distanti tra loro. In tutti i discorsi però, quale sia la loro prospettiva o atteggiamento, appare un’affermazione di partenza, quasi fosse un inciso comune: le migrazioni sono un fenomeno epocale.

Mi permetto di dissentire su questo punto e provo ad argomentare il mio pensiero. Intanto la stragrande maggioranza dei discorsi pubblici sulle migrazioni in Italia è concentrata sul tema degli arrivi dalla Libia (ci siamo dimenticati che sono presenti in Italia circa cinque milioni e mezzo di cittadini stranieri?). Ma è davvero possibile affermare che le migrazioni, che hanno portato dal 2014 ad oggi circa 624.000 persone, siano in realtà solo l’avanguardia di un fenomeno ben più vasto che riguarda milioni di persone pronte a raggiungere l’Europa? La mia risposta è no. In primo luogo questo fenomeno, in relazione all’Italia, è legato alla situazione interna di un singolo paese, la Libia, che non ha un governo in grado di gestire il weberiano “monopolio della violenza legittima”. Basterebbe ricordare cosa è successo due anni fa con l’accordo UE-Turchia che ha immediatamente bloccato un flusso di 800.000 persone che, in soli sei mesi, avevano attraversato l’Egeo ed erano risalite lungo i Balcani sino alla Germania. E tale flusso si è affievolito non perché siano venute meno le motivazioni delle persone che si muovevano, in gran parte dalla Siria, ma perché la Turchia non è la Libia ed è quindi in grado di governare i propri confini con delle forze di polizia che rispondono totalmente al governo “legittimo” .

Ma torniamo alla Libia. I migranti che da lì transitano sono davvero l’avamposto di un movimento epocale di persone come molti temono? Intanto bisogna dire che molti dei migranti africani che transitano dalla Libia verso l’Europa avrebbero potuto continuare a vivere lì se le condizioni di sicurezza minima lo avessero consentito. Molti, infatti, dimenticano che la Libia è oggi un paese la cui popolazione supera di poco le sei milioni di unità e in cui, almeno prima della guerra civile, risiedevano circa due milioni e mezzo di cittadini stranieri, perlopiù lavoratori dell’indotto petrolifero, dell’agricoltura, dell’edilizia. Al momento dello scoppio del conflitto, a fine 2011, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) aveva calcolato che gli stranieri residenti in Libia provenivano da ben centoventi paesi diversi. Molti di questi, che poi approdano in Italia, non sono necessariamente passati per le prigioni libiche, ma sono stati sfruttati lavorativamente per mesi senza essere pagati, per poi essere mandati via e sostituiti da altri. Uno sfruttamento lavorativo di cui beneficia la società libica nel suo complesso e non solo i “trafficanti”.

Bisogna anche considerare che delle 624.000 persone arrivate nel nostro Paese tra il 2014 e il 2017, circa 88.000 sono nigeriane, e costituiscono uno dei gruppi più numerosi tra quelli arrivati via Libia. Davvero si pensa che, per un paese con una popolazione stimata in circa 190 milioni di persone, tali numeri abbiano una rilevanza sul mercato del lavoro interno da essere considerati una valvola di sfogo decisiva? Secondo i dati Oim (reperibili sul sito www.migrationdataportal.org) sono circa 1.200.000 i nigeriani nel mondo e altrettanti sono gli immigrati da altri paesi africani in Nigeria. Sono forse questi dei numeri che segnano un movimento epocale? Ma c’è anche un altro elemento da prendere in considerazione: se questi movimenti migratori verso la Libia segnalassero davvero un fenomeno allargato e “scomposto”, ci si potrebbe domandare come mai non arrivino sulle nostre coste anche migranti dal Niger. È da ricordare, infatti, che tutte le rotte dall’Africa occidentale convergevano, sino all’inizio del 2017, verso il Niger. Quindi come mai maliani, ghanesi, gambiani affrontano un viaggio di svariate migliaia di chilometri per arrivare in Niger e da lì in Libia e invece i nigerini, molto più vicini, non fanno altrettanto? La risposta sta nella complessità dei fenomeni migratori che non sono mai un prodotto “idraulico” ma frutto di dinamiche complesse e non scontate.

Gli studi sulle migrazioni africane mostrano un processo di lieve aumento ma nulla che al momento segnali movimenti “epocali” di persone. Nello studio African migration: trends, pattern and drivers (2016), Marie-Laurence Flahaux e Hein de Haas, basato sull’analisi dei movimenti migratori africani, argomentano di come non ci siano evidenze empiriche di flussi migratori straordinari e di come la maggior parte dei movimenti migratori siano tutt’ora intra-africani; inoltre evidenziano che «Contrariamente alle convenzionali interpretazioni della migrazione africana come essenzialmente guidate dalla povertà e dalla violenza e sottosviluppo, l’aumento della migrazione dall’Africa sembra piuttosto essere guidato da processi di sviluppo e di trasformazione sociale che hanno aumentato i livelli degli africani le capacità e le aspirazioni di migrare, una tendenza probabile che continuerà in futuro» (traduzione dell’autore, ndr).

Emerge in queste considerazioni finali, l’altro classico luogo comune «aiutiamoli a casa loro». Contrariamente a quanto si pensi, infatti, è proprio l’aumento di sviluppo che produce una tendenza all’emigrazione internazionale. È proprio questo che spiega perché i nigerini – che vengono dal centottantaseiesimo paese per indice di sviluppo umano e sono quindi in possesso di minori risorse per intraprendere migrazioni internazionali di lungo raggio – abbiano come mète migratorie di l’Algeria e la Libia, due paesi confinanti.

In sostanza possiamo dire che le migrazioni sono un fenomeno “strutturale” nel contesto mondiale, sono sicuramente in crescita i migranti che si muovono al di fuori dei loro paesi, ma si tratta di un aumento lieve. Secondo il World Migration Report 2018 da poco pubblicato Oim i migranti internazionali nel mondo sono passati dal 1990 al 2015 da 153 milioni a 244 milioni, ma se consideriamo l’aumento della popolazione mondiale nello stesso periodo la crescita percentuale – come detto – è lieve. Si passa, infatti, dal 2,9% della popolazione mondiale al 3,3%. Insomma piuttosto che dare per scontato che quanto vediamo in Italia sia frutto di chissà quali fenomeni epocali e quanto, invece, causato da una crisi “regionale”, converrebbe analizzare meglio il quadro complessivo che, come ho provato a spiegare è un po’ diverso.

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CSMedi - Centro Studi Medi - Viviamo davvero in un periodo di migrazioni epocali? La nostra opinione su Confronti.net 6 Agosto 2018 - 11:06

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