Home Politica Caso Diciotti: per papa Francesco un’occasione mancata?

Caso Diciotti: per papa Francesco un’occasione mancata?

by redazione

di Fausto Tortora e Mario Campli

L’atto che ha “liberato” i profughi migranti dalla prigionia della nave Diciotti si presta ad una serie di considerazioni che vanno oltre il significato dell’atto solidale. Se non altro, in quanto – inevitabilmente – collocato in un contesto politico, la cui assoluta (e voluta) non considerazione ha depotenziato il messaggio di testimonianza e creato un precedente sulle cui conseguenze dovremo ancora vedere le manifestazioni.

Considerare questo contesto avrebbe impedito l’atto di solidarietà? Niente affatto.

Una prima riflessione riguarda la legittimità di usare il “sequestro di gruppo” (in quanto l’accoglienza dei rifugiati, da una imbarcazione alla deriva in mare aperto, sul territorio italiano, era stata già effettuata, per ordine del capitano di una nave di Stato),  come arma di pressione politica nei confronti delle istituzioni europee, incapaci di usare autorità/autorevolezza nei confronti degli Stati membri e quindi di praticare politiche di accoglienza solidale.  Una “autorità” che nei Trattati viene formulata in questi termini, generali e di principio: «L’Unione sviluppa una politica comune dell’immigrazione intesa ad assicurare, in ogni fase, la gestione efficace dei flussi migratori, l’equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri e la prevenzione e il contrasto rafforzato dell’immigrazione illegale e della tratta degli esseri umani».

Negli stessi Trattati si precisa che: «il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, adottano le misure…».  Successivamente – anche questo è noto – la preponderanza della volontà degli “Stati/Governi” ha impedito ed impedisce una gestione coerente. Assistiamo, pertanto, allo stallo (in Parlamento europeo per l’opposizione degli Stati/Governi di Polonia, Ungheria, Austria, Ceka, Slovacchia, ed altri) della necessaria ed urgente riforma delle norme sull’accoglienza dei migranti rifugiati/profughi, della messa a punto di una legislazione per le migrazioni di natura economica, adeguata alle nuove, gravi emergenze internazionali. In questo contesto, tuttavia, negli anni scorsi – deliberando a maggioranza – è stato possibile decidere piani di ricollocamento/redistribuzione tra i Paesi membri della Unione quote di immigrati.

Questo Governo in carica – appena insediatosi – ha accettato una diversa modalità decisionale: la unanimità; e questo in combutta con i Governi/Stati quali Ungheria, Polonia, ecc.

Quando si parla della sordità delle  istituzioni europee è indispensabile collocarsi – tutti: anche le chiese, le comunità, e le associazioni della società civile – in questo contesto. Il Governo italiano si è trovato in un cul de sac (di cui, come si diceva, questo Governo, appena insediatosi, si è fatto corresponsabile)  dal quale l’ha tratto d’impaccio la CEI, Conferenza Episcopale Italiana. Ora, se si è trattato di una iniziativa dei Vescovi – come componente della società civile del nostro Paese – siamo di fronte ad un normale ed ordinario (straordinario, solo in quanto è la prima volta che la “chiesa italiana”, come tale agisce); se, invece, ad prendere l’iniziativa è stata la Santa Sede (Vaticano)  questo sarebbe  un atto che mina le prerogative dello Stato in quanto aggira le direttive di un Ministro democraticamente eletto. Se, invece, come furbescamente rivendicato dallo stesso Ministro Salvini, l’intervento umanitario è stato richiesto, dietro le quinte della rappresentazione mediatica, dallo stesso titolare del Viminale, allora dobbiamo considerare la CEI alla stregua di un corpo assimilabile alla Protezione civile, agli ordini dello stesso Ministero.

È chiaro che se consideriamo la vicenda dal punto di vista dei “sequestrati”, queste considerazioni e quelle che seguono sono prive di senso; infatti per loro, dopo mesi di violenze subite, di sacrifici che certamente lasceranno il segno anche nel prosieguo delle loro vite sradicate, quel che contava era scendere da quella nave, trovare un letto una doccia, un pasto caldo, poter ripensare un futuro.  E non importava certo il come raggiungere questi obiettivi primari. Ma chi è chiamato ad esercitare responsabilità non si può nascondere dietro così “rozze ed elementari” soddisfazioni.

Se poi, alle responsabilità proprie di una cittadinanza attiva, si uniscono esigenze di testimonianza di una confessione cristiana come quella cattolica, si impone almeno un’altra considerazione. Quale migliore occasione di questa per interrogare profondamente la cristianità se il soggetto protagonista della solidarietà fosse stato l’insieme delle Chiese europee?

In tempi come questi in cui l’Ungheria sente così urgente il bisogno di cattolicità, tanto da inserirne il riferimento in Costituzione, in cui la Polonia nutre profondissime nostalgie per la Chiesa wojtiliana, trionfante e supplente, la Francia si conferma tanto cattolica nelle sue propaggini periferiche quanto laica nelle sue metropoli e la cattolicissima Baviera, pilastro del governo Merkel, sembra esercitare maggior tolleranza nei confronti di urlanti “bianchi” ultradestri rispetto a stracciati cittadini senza permessi di transito o soggiorno, in tempi come questi, la solidarietà, se esercitata con una modalità transnazionale, sarebbe entrata in forte ed evangelica contraddizione con la “politica”.

E, forse, avrebbe interrogato le coscienze.

È lecito affermare che il Magistero di papa Francesco ha perso un’occasione? Sia per aver confinato l’intervento di accoglienza alla “provincia” italiana, sia per non aver interrogato “cattolicamente”, ovvero in modo universale, le cristianità storiche del continente chiamato a praticare accoglienza e integrazione.  Tutto ciò in contrasto con precedenti affermazioni pubbliche del papa stesso  sia nel suo viaggio a Lampedusa («globalizzazione dell’indifferenza») sia in occasione (6 maggio 2016) del premio Carlo MagnoSogno un’Europa in cui essere migrante non sia un delitto»).  

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