Perché non possiamo non dirci morotei. Riflessioni su “Un atomo di verità” di Marco Damilano - Confronti
Home Cultura Perché non possiamo non dirci morotei. Riflessioni su “Un atomo di verità” di Marco Damilano

Perché non possiamo non dirci morotei. Riflessioni su “Un atomo di verità” di Marco Damilano

by redazione

di Roberto Bertoni (giornalista e scrittore)

Della sterminata pubblicistica riguardante Aldo Moro, che quest’anno, comprensibilmente, ha avuto un incremento, visto che ricorre il quarantesimo anniversario del rapimento e dell’assassinio dello statista democristiano, mi ha colpito in modo particolare il libro che gli ha dedicato Marco Damilano, direttore dell’Espresso e studioso appassionato della vicenda.

Un atomo di verità è il titolo scelto da Damilano per la sua opera, tratto da una straziante lettera, peraltro mai recapitata, che Moro inviò dalla prigione brigatista al deputato calabrese Riccardo Misasi, suo portavoce, asserendo: «Quello che io chiedo al partito è uno sforzo di riflessione in spirito di verità. Perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte un milione di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente. Lo so che le elezioni pesano in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico è chiamato a formulare. Ma la verità è la verità».

Un libro, quello di Damilano, che non è un romanzo ma neanche solamente un saggio: diciamo che potremmo inserirlo nella categoria del memoir, dato che ogni avvenimento si intreccia con i ricordi personali del bambino di nove anni che era allora. Un bambino romano che andava a scuola non lontano da via Fani, il cui padre, Andrea, era un giornalista RAI di matrice morotea che, un giorno che il figlio aveva fatto tardi e perso lo scuolabus, lo aveva accompagnato a scuola di persona, fermandosi nella Chiesa San Francesco d’Assisi al Trionfale nella quale Moro stava inginocchiato a pregare. Fu quello il primo incontro con un potente della vita di un uomo destinato, molti anni dopo, a conoscere e, talvolta, a diventare amico dei protagonisti della vita politica italiana.

Il Moro che ci restituisce Damilano è, dunque, uno statista preoccupato, scosso da una profonda inquietudine, fragile, cosciente della finitezza del proprio potere, della gravità del proprio ruolo, dei rischi che correva ogni giorno, delle difficoltà di un Paese stretto nella morsa degli accordi di Yalta e del costante bisogno del medesimo di liberarsi da una gabbia che ne stava soffocando lo slancio vitale.

Un Paese fragile, il nostro, dalle passioni accese e dalle strutture fragili; un Paese di cui Moro conosceva quasi tutte le pieghe e di cui aveva intuito le evoluzioni. Ciò che si evince dall’opera è, infatti, la lungimiranza di un personaggio in grado di comprendere prima e meglio degli altri il corso della storia, ad esempio soffermandosi sui fatti del ’68 e su ciò che ne conseguì, arrivando a parlare di un «moto irresistibile della storia» di fronte al quale nulla sarebbe stato più come prima.

Anche grazie alla sua lunga consuetudine con gli studenti, Moro aveva difatti capito che nel ventennio che separava l’Italia dalla fine del secondo conflitto mondiale fosse cresciuta una generazione che non si accontentava più della crescita, dello sviluppo economico e delle prospettive di benessere collettivo offerte dal boom e dalla fortunata stagione riformista che era coincisa proprio con i suoi governi; oltre al pane, quei ragazzi desideravano anche le rose di una piena emancipazione e di una compiuta affermazione del loro ruolo nella società.

Se quest’opera ha un pregio, fra i tanti, è quella di affrancare l’immagine di Moro dalla barbarie della prigionia, dai cinquantacinque giorni più drammatici della nostra storia recente, dalle sue parole di fuoco, che pure sono riportate, all’indirizzo di compagni di partito e avversari, dall’interminabile dibattito sulla linea della fermezza o della trattativa e dall’inesorabile corollario che sempre la storia di un uomo morto in circostanze tanto aberranti reca con sé. Il Moro di Damilano è innanzitutto una sorgente di vivacità intellettuale, passione civile, impegno, è il giovane professore che verga articoli di fuoco nell’Italia in lotta contro il nazi-fascismo, è il ragazzo di neanche trent’anni che si batte per farsi candidare ed eleggere all’Assemblea costituente, sfidando il notabilato democristiano pugliese che non lo vedeva di buon occhio, è il leader che ascolta, osserva, si sforza di comprendere, che tende una mano a chi è più distante da sé, che crede nelle virtù della democrazia al punto di difenderla da vari tentativi di golpe, che rischia spesso la vita e diventa oggetto di disgustose campagne di denigrazione ordite dalla destra e dai poteri occulti che da sempre minano l’autonomia del nostro paese.

Un costante e significativo cercare, il desiderio di spingersi oltre, di comprendere cosa c’è al di là di noi e delle nostre convinzioni, di affrontare a viso aperto la grettezza di molti, la pavidità di troppi, l’asservimento dei miserabili e la pochezza degli ottusi: è un Moro combattente quello che emerge da questo libro, il Moro che dalla prigionia si pone come «punto irriducibile di contestazione e alternativa» nei confronti di un sistema che stava ormai franando.

Un Moro che riflette sull’Italia e sul mondo, quello del “Memoriale”, e a me viene in mente un parallelismo con il Gramsci del carcere di Turi che, sia pur in condizioni disperate, non smarrisce nemmeno un grammo della propria lucidità. Se ci pensate, in entrambi i casi si tratta di due uomini in battaglia contro forme complementari di oppressione, fascismi consapevoli e inconsapevoli, atrocità destinate a segnare in maniera determinante la nostra storia e la nostra collocazione internazionale.

Infine, un viaggio sui luoghi di Moro e di coloro che lo hanno conosciuto, che ne hanno scritto, che hanno provato a salvarlo. Un viaggio, quello di Damilano, che va da Racalmuto, terra natale di Leonardo Sciascia, che nell’estate del ’78 scrisse di getto un’illuminante pamphlet dal titolo L’affaire Moro, a Casarsa della Delizia, città d’origine di Pier Paolo Pasolini, il quale nutriva nei confronti di Moro un sentimento contrastante, di stima per la persona e di disprezzo per il democristiano. E poi Maglie, la città natale di Moro, con la circoscrizione elettorale Bari-Foggia che fu sua per trent’anni e le sue lentezze, le sue tradizioni, il suo perdersi nel fiume di una modernità che da quelle parti non è mai davvero arrivata. Senza dimenticare la Tunisia che ospitò Craxi negli ultimi anni della sua vita, dopo che il leader socialista, in nome dei propri princìpi umanitari e, forse, di uno spregiudicato calcolo politico, aveva tentato in ogni modo di salvarlo nei giorni amari in cui tutti gli altri partiti si erano attestati su una linea tanto rispettabile quanto, a parer mio, sbagliata, controproducente e, in alcuni casi, e questi non sono rispettabili, anche profondamente ipocrita.

Un viaggio che si conclude a Torrita Tiberina, città natale della moglie di Moro, la sua adorata Noretta, dove oggi riposano insieme in un piccolo cimitero adagiato non lontano dal Tevere, in un tempo fuori dal tempo, «un tempo da ritrovare» per dirla con Sciascia, in cui si può comprendere la vera natura di un politico atipico, di uno statista dolce, diremmo quasi di un visionario, capace sì di simulare e dissimulare in base agli antichi precetti di Machiavelli ma anche di rendersi conto che un partito arroccato su posizioni indifendibili, qual era la DC negli ultimi anni, fosse destinato «a governare lo sfascio del Paese e ad affondare con esso».

Un Moro consapevole, insomma, che affinché le cose cambino il cambiamento deve partire da noi stessi: lo scrisse in una drammatica lettera a Benigno Zaccagnini, suo figlioccio politico, segretario della DC nei giorni del sequestro, segnato in maniera decisiva da quella tragedia e scomparso, per ironia della sorte, proprio nell’anno in cui, con la caduta del Muro di Berlino, si spezzò quella gabbia di Yalta che Moro aveva provato a spezzare con un decennio d’anticipo.

Mi sono chiesto a lungo se questo libro costituisca l’opera di un giornalista o di un biografo e sono giunto alla conclusione che gli scritti di Moro, letti nel suo insieme, costituiscano l’autobiografia di una Nazione in cui la politica, come recita il sottotitolo scelto da Damilano, è finita, non più in grado di governare i processi, animare le passioni e gestirle adeguatamente, stantia e dominata dal narcisismo di personaggi minori. E qui sta la vera angoscia, la sconfitta collettiva, il sangue di un uomo che è ricaduto su tutti noi. Qui sta la prigione costituita da quel bagagliaio della Renault 4 in cui venne ritrovato il suo corpo e nel quale siamo rimasti intrappolati collettivamente. In quella follia risiedono le radici del degrado attuale.

In poche parole, questo libro è un capolavoro perché a scriverlo non è un uomo maturo, celebre e dotato di innumerevoli contatti e conoscenze bensì un bambino di neanche dieci anni, con l’ingenuità dei suoi ricordi e la passione delle sue scoperte quotidiane, preso per mano da suo padre e da uno statista non ancora anziano che cammina al suo fianco e spiega a lui e a noi come avremmo potuto essere e non siamo stati per precise scelte non certo ascrivibili alle sole Brigate Rosse.

«Un tempo da ritrovare», per l’appunto, quello di Moro e della sua concezione della politica. Un raggio di luce che filtra all’improvviso, rischiarando nuovi giorni d’abisso.

Articoli correlati