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Una prospettiva buddhista: il Liberation prison project

by redazione

di Maria Grazia Sacchi (Liberation prison project italia – www.liberationprisonproject.it)

I principi fondanti del buddhismo costituiscono una visione ed un’interpretazione della sofferenza umana, dukka, di cui l’intera umanità è permeata. La metafora della malattia e del medico curante esprime bene l’impostazione del buddhismo nei confronti della sofferenza: «Considera te stesso come malato, il Buddha come tuo medico e il dharma la medicina per guarire». In tal senso, è possibile individuare le “malattie” basilari di cui la mente è afflitta (desiderio, rabbia, ignoranza) e le loro derivazioni sociali, quali l’ingiustizia politica ed economica, la guerra, la violenza, il degrado ambientale.

PER UN BUDDHISMO IMPEGNATO NEL SOCIALE
Nell’ambito della pratica e degli studi buddhisti si è diffusa da parecchi anni una corrente di buddhismo impegnato nel sociale (di cui Thich Nhat Hanh è stato promotore relativamente al dramma vietnamita), dove si collocano varie forme di attivismo sociale in differenti ambiti. Tutto ciò muove dalla convinzione che nel mondo attuale la pratica buddhista non può consistere solo in fattori di miglioramento individuale come la cura della propria mente e la moralità personale: il singolo individuo non può essere separato dal complesso di ruoli e relazioni che condizionano la propria vita nel mondo.
Di qui la necessità di praticare anche in termini di responsabilità sociale. Le tradizionali forme di pratica per la liberazione dalla sofferenza, le “nobili verità”, l’“ottuplice sentiero”, la meditazione, divengono quindi un presupposto e indispensabili vie di progresso spirituale affinché l’azione sociale possa essere efficacemente intrapresa; ma questa azione va a esse aggiunta se si vuole che la sofferenza nella vita propria e degli altri sia realmente almeno alleviata.
Nel buddhismo impegnato trova la sua più completa espressione la compassione, intesa proprio come compassione in azione. «Proprio come tu ami riflettere su ciò che è utile fare per te, così dovresti amare la riflessione su ciò che è utile fare per gli altri… i ciechi, gli ammalati, gli umili, i non protetti, i diseredati e gli storpi hanno eguale dirittoa avere cibo e bevanda» (Nagarjuna, Ghirlanda dei gioielli di consigli reali). In tal senso, è evidente la dimensione transculturale e transreligiosa del messaggio buddhista; così come Nagarjuna parla di beni materiali, primari, cibo e bevande, allo stesso modo, in epoca contemporanea, Lama Ciampa Monlam indica e sostiene la dimensione del prendersi cura delle persone in difficoltà: «Il denaro o il cibo sono doni che hanno un tempo e a un certo punto finiscono. Gli insegnamenti sulla consapevolezza e sull’etica sono doni che non hanno tempo, durano per sempre nella mente di chi li riceve».

IL LIBERATION PRISON PROJECT
Liberation prison project nasce negli Stati Uniti d’America nel 1996 dalla monaca buddhista Robina Courtin che ha poi contribuito alla sua diffusione in Australia, Mongolia, Messico, Nuova Zelanda e in Europa. Robina, in seguito a un contatto con una persona detenuta, inizia a occuparsi di carcere di massima sicurezza, a introdurre pratiche meditative fra i detenuti e fonda un movimento che ben presto si diffonderà in varie nazioni del mondo in forme e modalità applicative differenti in base alle esigenze socioculturali.

IL PROGETTO IN ITALIA
Nel 2009 in Italia si struttura un primo nucleo di volontari che sperimentano l’applicabilità del progetto in alcuni Istituti penitenziari, sino alla fondazione della Onlus Liberation prison project Italia nel 2013. Il principio fondante della Onlus si radica nel dettato costituzionale secondo il quale la pena detentiva deve avere una finalità riabilitativa (art. 27 della Costituzione); in tal senso è possibile fornire strumenti atti a alleviare la sofferenza esistenziale delle persone detenute, utilizzando nel modo migliore il periodo della carcerazione.
È evidente che non si tratta di un messaggio religioso, né tantomeno di una forma di proselitismo: la Onlus non è quindi equiparata ad altre associazioni di stampo religioso, né gli operatori ai ministri di culto, anche se a volte si tratta di monaci. Il messaggio trasmesso è totalmente laico e basato sull’etica secolare tanto sottolineata dal Dalai Lama. Come dice Robina Courtin, non si tratta di far diventare le persone buddhiste, ma persone migliori. Il carcere è un luogo difficile, un luogo che può peggiorare forme afflitte della mente, o produrle: è un luogo che ammala. È certo che se il tempo della detenzione viene sfruttato per lavorare sul piano introspettivo e dell’autotrasformazione, al termine dello stesso, la consapevolezza acquisita e la comprensione delle dinamiche mentali riducono o annullano il rischio della recidiva. In tal modo il rischio sociale tende a diminuire e la finalità dei percorsi promossi diviene da individuale a socio-collettiva. La consapevolezza è quindi di per sé trasformativa: quando un individuo detenuto o in libertà acquisisce gli strumenti di base ne consegue necessariamente una miglior qualità della vita, maggior benessere e salute psicofisica. Tale miglioramento può ricadere anche all’interno degli Istituti penitenziari stessi creando ambienti meno aggressivi e meno punitivi, con uno standard di relazioni più umane sia tra persone detenute che nei confronti del personale specialistico e della polizia penitenziaria.

La Onlus opera negli Istituti penitenziari con persone detenute e dipendenti (personale giuridico-pedagogico e agenti di polizia penitenziaria) e all’esterno con persone tornate in libertà. All’interno del carcere gli operatori della Onlus organizzano gruppi ed incontri individuali con le persone detenute. I contenuti degli incontri si delineano all’interno dell’epistemologia buddhista, con riferimenti spirituali e scientifici relativi alle caratteristiche dei fenomeni universali, alla conoscenza della mente e del sistema corpo-mente, delle principali afflizioni e della loro gestione. All’interno di questo vasto contenitore, ogni gruppo si differenzia sia in base alle specificità proprie e dell’Istituto che alla formazione del conduttore. La linea comune, presente ovunque, è il richiamo continuo alla consapevolezza, alle pratiche che la sostengono e alla meditazione, condotta e trasmessa secondo metodologie differenti, sempre in relazione alla tipologia dei partecipanti e all’esperienza del conduttore.

I CORSI NEGLI ISTITUTI DI PENA
I corsi si presentano come lavori sulla salute mentale, come rimedio o come prevenzione a quei particolari stati psicopatologici che si evidenziano in ambiente penitenziario. Le diversità dei soci operatori della Onlus divengono una ricchezza e si complementano graziea un continuo coordinamento e confronto. Le tematiche dei percorsi vengono redatte con un progetto di massima, scritto e accordato con la Direzione e con l’educatore di riferimento in seguito a alcuni incontri di conoscenza; nella scelta dei temi si lascia ampio spazio all’emergere dei bisogni dei partecipanti e alle riflessioni riportate. I gruppi, sempre a cadenza settimanale, si strutturano con percorsi aperti o chiusi, con una durata temporale o continuativi; date le particolari caratteristiche del contesto, si è preferito non basarsi su format prestabiliti (mindfulness) che rimangono comunque come modelli di ispirazione.

Laddove è possibile relativamente al background del conduttore, è inserito un lavoro sul corpo tramite pratiche di yoga. In parallelo agli incontri di gruppo vengono affiancate sedute individuali di counseling o di sostegno terapeutico, sempre in base alla formazione di chi conduce; le sedute individuali sono condotte anche con persone che non partecipano ai gruppi. La risposta delle persone detenute è sempre stata molto positiva, in carcere il bisogno di curare l’anima, di ascoltare parole di consapevolezza e di etica è molto forte: sono altrettanto forti e frequenti le trasformazioni delle menti. Dopo mesi di partecipazione motivata ed attenta si rimane ancora meravigliati per quanto anche la mente più disturbata, più arrabbiata, più distruttiva possa trasformarsi e divenire a sua volta esempio per altre persone.

I gruppi non hanno una durata specifica, proseguono con uno scambio di persone che terminano il periodo detentivo e che si susseguono, consigliando i compagni alla partecipazione: le tematiche affrontabili sono molteplici e, in qualche modo, non si esauriscono mai. Si riportano in seguito alcune fra le linee contenutistiche seguite.
le “tecniche” per la scoperta delle risorse interiori
L’utilizzo della consapevolezza e delle tecniche meditative nell’incontro con le emozioni distruttive loro gestione e scoperta delle risorse interiori:
1) I veleni della mente: attaccamento, rabbia ed ignoranza. Come riconoscerli e quali antidoti applicare.
2) Gli impedimenti alla consapevolezza nella vita quotidiana in reparto.
3) La consapevolezza dell’esistenza della sofferenza e della sua genesi: rompere le catene del male
4) Reati e meccanismi di identificazione nel ruolo; l’avvio del processo di dis-identificazione.
5) Pratiche di consapevolezza e meditazione sui fantasmi del passato e del futuro (colpe e rimpianti, ansie e paure); la realtà dell’impermanenza e il recupero del tempo presente.
6) Mente stabile e cuore aperto: meditazione di stabilizzazione e sulle qualità interiori (equanimità, amorevole gentilezza, compassione, gioia).
7) Elementi di pratica meditativa: vipassana, shamata, tecniche di visualizzazione e di rilassamento, meditazioni sulle afflizioni mentali e per la vita quotidiana meditazione sulla sofferenza mentale e fisica/lasciar andare/accettazione e rassegnazione.
8) Pratiche di yoga.
9) Riparazione e perdono.
Ognuno ha il potere di cambiare la propria mente: vivendo in uno stato di libertà, ci si lascia condizionare dagli eventi esterni e ci si dimentica che la trasformazione è sempre possibile, in qualsiasi momento. Frequentare luoghi di sofferenza, luoghi di emarginazione, di esclusione è molto utile: è una grande lezione non solo per vedere le prigioni che ognuno si crea, ma anche per imparare come è possibile cambiare, anche in contesti dove il cambiamento evolutivo appare impossibile.

[pubblicato su Confronti 9/2018]

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