San Lorenzo solidale. Un’altra idea di città ha marciato per quattro giorni contro le speculazioni, abbracciando Desirèe - Confronti
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San Lorenzo solidale. Un’altra idea di città ha marciato per quattro giorni contro le speculazioni, abbracciando Desirèe

by Gaetano De Monte

di Gaetano De Monte. Giornalista, Mediterranean Hope – programma migranti e rifugiati della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei)

Tina Costa ha 92 anni, e durante il fascismo faceva la staffetta per i partigiani. Ha detto così qualche giorno fa parlando al microfono aperto del presidio antirazzista convocato dall’Anpi in piazza Immacolata nel quartiere romano di San Lorenzo:

«Quando vedo ragazzi che oggi si richiamavano al fascismo, provo sgomento. E me la prendo con chi ha il dovere di crescerli e educarli. Perché bisogna conoscere le nostre radici».

Mentre l’ex partigiana interveniva nella piazza gremita dalle donne di Non Una di Meno, dagli attivisti di San Lorenzo Solidale, e da centinaia di abitanti del quartiere, erano trascorsi cinque giorni dal ritrovamento del corpo senza vita di una ragazza di sedici anni morta dopo essere stata violentata da un gruppo di uomini all’interno di un capannone abbandonato, sottoposto a custodia giudiziale, e di proprietà di una società immobiliare, in via Lucani, 22, una delle strade lunghe e strette che congiungono il quartiere San Lorenzo all’ex scalo merci ferroviario.

Era trascorso qualche giorno anche dal tentativo di presentare il quartiere attraverso una narrazione mistificatrice, dall’inizio, cioè di una pericolosa strumentalizzazione, per fini di persecuzione razziale, dell’intera triste vicenda. Del tentativo delle forze politiche sovraniste di mettere le persone e gli stessi residenti gli uni contro gli altri. Come non considerare, infatti, con questa lente, la visita del ministro degli interni Matteo Salvini nel quartiere San Lorenzo, lo scorso 24 ottobre, annunciata attraverso i social network:

«andrò a San Lorenzo con un pensiero a Desirée. Una ragazza di 16 anni non può morire stuprata così in un quartiere ricettacolo di criminali e spacciatori. Vado a vedere di persona».

E con lo stesso ministro leghista che era stato accolto, poi, da centinaia di manifestanti, soprattutto donne, che lo avevano contestato, accusandolo di voler speculare sull’omicidio della ragazza. Così nel frattempo nei giorni seguenti, giovedì e venerdì, prima una fiaccolata, poi, un partecipato corteo, hanno visto sfilare nelle strade del quartiere San Lorenzo circa duemila persone, con cartelli, striscioni e cori «contro tutti i femminicidi, e le strumentalizzazioni sul corpo di Desirée». È un fatto che negli ultimi anni si è dato corpo e fiato ad una rappresentazione dello straniero in termini di nemico pubblico assoluto, ed è un altro fatto che si è cercato di ridurre la complessità delle migrazioni a mera questione penale, e questo va al di là, ovviamente, della gravità degli eventi accaduti in via Lucani. Proprio per questo,

«Siamo qui in piazza, da quattro giorni, per ricordare che la violenza contro le donne la fanno gli uomini, e che non ha passaporto»,

dice Serena Fredda, tra le porta voci romane del movimento internazionale Non Una Di Meno (Ni Una Menos) nato nel 2015 in Argentina a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste per dire basta ai femminicidi e alla violenza maschile sulle donne, e presto diventato anche in Italia «spazio politico di autodeterminazione delle donne, per la costruzione di una società libera dal sessismo e dalla violenza». In questo senso, continua Fredda,

«la speculazione sul corpo di Desireè ci disgusta. Noi donne ci difendiamo da sole con le nostre idee e i nostri progetti, costruendo reti e spazi di agibilità politica».

A confermare le tesi del movimento Non Una Di Meno, ci sono i dati pubblicati di recente dall’Istituto nazionale di statistica. In questo senso l’Istat ha rilevato che il 75% degli omicidi di donne avvenuti in Italia sono commessi da uomini di nazionalità italiana. I numeri raccontano di un massacro: considerando soltanto gli ultimi sei anni, sono state 775 le donne uccise, da mariti, fidanzati, spasimanti, ma anche da uomini semplicemente violenti, e solo per motivi futili. Due assassini su tre sono italiani. Anche per questo rifiuta le strumentalizzazioni sul corpo delle donne, difendendo allo stesso tempo il quartiere in cui abita, Anna Simone, docente in Sociologia giuridica della devianza e del mutamento sociale all’università di Roma 3, che spiega:

«Vorrei far presente che sono state uccise donne anche nelle case borghesi di Prati e ai Parioli, all’Olgiata. Che non se ne può più di frasi come “San Lorenzo ghetto degradato”, perchè tutta Roma è crollata, e non da ieri. E non per colpa degli immigrati, ma per la mala gestione».

Secondo la sociologa, «il vero degrado è non comprendere la crisi del legame sociale oggi. Il vero degrado è avere prodotto il no future per i nostri ragazzi. La devianza è sempre prodotta dai contesti, non è mai innata. E dai contesti spesso viene una cosa che potremmo definire vuoto».

«È tra i pieni e i vuoti della città, lì dove c’è un’assenza, che il degrado nasce», racconta Sarah Gainsforth, attivista e giornalista da qualche anno impegnata nello studio e nella progettazione di un’altra idea di città, a partire dall’esperienza della Libera Repubblica San Lorenzo.

«Qualche anno fa abbiamo scritto e disegnato insieme agli abitanti, presentandolo e illustrandolo anche alle istituzioni, un piano per un’altra idea di quartiere, La Volontà di Sapere, così avevamo definito il testo elaborato nell’ambito delle osservazioni al Progetto Urbano San Lorenzo elaborato dall’amministrazione».

Non solo. Spiega Gainsforth: «dopo aver partecipato alle diverse fasi di consultazione con il Comune, presentando, dunque, anche la nostra proposta progettuale, ora tutto il procedimento è bloccato. Tutto è rimasto come nel 2006, quando si avviò, e di nuovo si bloccò, il dialogo tra i cittadini e l’amministrazione sul futuro del quartiere San Lorenzo». A questa assenza/mancanza della politica ufficiale, negli anni hanno risposto e sopperito gli spazi culturali e sociali esistenti, lascia intendere Gainsforth, citando le associazioni, i circoli politici, la parrocchia dedicata a Tommaso Moro, i volontari evangelici dell’esercito della salvezza, gli spazi sociali come Communia, Esc, il Cinema Palazzo occupato. Quest’ultimo edificio si trova in piazza dei Sanniti. Era il cinema storico del quartiere, già dai primi del ‘900. Poi fu chiuso. Nel 2011 una società di dubbia provenienza voleva farci un casinò. È accaduto che un gruppo formato da abitanti del quartiere, studenti della vicina Università La Sapienza, artisti come Sabina Guzzanti ed Elio Germano, ne hanno occupato i locali, impedendo l’apertura del casinò; costruendo di contro, giorno dopo giorno, quella che, a tutt’oggi, è riconosciuta come una delle esperienze romane culturalmente più interessanti, il Cinema Palazzo, appunto. Lì dentro è stata ambientata anche la favola di Marcello Fonte, che lo scorso 18 maggio ha ricevuto la palma d’oro come migliore attore al festival di Cannes con l’interpretazione nel film “Dogman”, dopo aver vissuto da bambino in una baraccopoli alla periferia di Reggio Calabria, e, da adulto, da custode e occupante del Cinema Palazzo.

 

[foto di Michele Lipori]

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