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Chiediti se sei felice

by Samuele Pigoni

di Samuele Pigoni. Si occupa di progettazione sociale e filosofia. Lavora come program manager per Diaconia valdese.

La ricerca della felicità pare essere un universale del comportamento umano come anche della speculazione dei filosofi di tutti i tempi. Ma cosa significa nella nostra società, divisa tra fatalismo e ansia di controllo, essere felici?

Pierre Hadot, grande studioso della filosofia intesa come modo di vivere, ci dice che l’occupazione più utile all’essere umano è imparare a vivere una vita umana. Miti e religioni, filosofia e psicologia del profondo, letteratura e spiritualità di tutti i tempi si accompagnano nell’incessante riflessione su come si possa vivere e affrontare la sofferenza stabilizzandosi in una qualche condizione di bene, che chiamiamo felicità. Eudaimonia (dal greco: “essere in accordo con il proprio buon demone”), happiness (la radice scandinava è happ, “fortuna”), bonheur (dal latino bonum augurium): la ricerca della felicità è connaturata all’essere umano ed è caratterizzata da una certa paradossalità.

Da un lato è inafferrabile e sfuggente come le emozioni; come l’acqua e il vento, appare e scompare in modo del tutto gratuito e fortuito; frutto di una qualche volontà divina, del caso o del destino, dipende da condizioni esterne all’individuo: non decidiamo da chi e dove nascere, con quale corredo genetico, in che epoca, sotto quale stella. Dall’altro è in qualche modo addomesticabile e può essere allenata, esercitata attraverso scelte di vita o pratiche di lavoro interiore e di miglioramento della consapevolezza di sé. Aristotele sa di questo paradosso e che: «Di qui nasce la questione se la felicità si acquista mediante lo studio o per consuetudine, o con qualche tipo di esercizio, oppure derivi da un dono divino o addirittura dal caso» (Aristotele, Etica nicomachea).

La domanda aristotelica accompagna, più o meno consapevolmente, l’intero corso della nostra vita: che rapporto c’è tra la felicità e i piaceri o dispiaceri quotidiani? Come è possibile affrontare, senza farsene travolgere, l’avvicendarsi impetuoso e inarrestabile tra quello che ci fa bene e quello che ci fa male? In che modo la ricerca della felicità individuale è favorita o ostacolata dai legami relazioni sociali? Qual é l’equilibrio tra il perseguire i propri obiettivi e successi e l’accettazione di chi siamo e dei nostri limiti? Tra questi poli si muove anche la ricerca scientifica: il cervello e le sostanze chimiche che il nostro corpo secerne (neurotrasmettitori, ormoni) svolgono un ruolo importante nel condizionare la nostra attitudine alla felicità o all’infelicità.

Lo sapeva Schopenauer, il più orientale dei filosofi occidentali: la nostra felicità dipende da ciò che siamo, dalla nostra individualità e il destino potrà anche diventare migliore ma «un babbeo rimane un babbeo e un ottuso gaglioffo rimane un ottuso gaglioffo, per tutta l’eternità, fosse egli in paradiso circondato da urì» (Schopenauer, L’arte di essere felici).

Eppure, a bilanciare ormoni, genetica e Schopenauer, scoperte recenti confermano le antiche verità delle pratiche spirituali: il cervello è dotato di un’ampia capacità neuroplastica, le nostre esperienze, abitudini mentali e la capacità di autoregolazione emotiva, ne modificano il funzionamento.

La ricerca della felicità non avrà mai fine e le filosofie di tutti i tempi sono in accordo nell’indicarci che si tratta di farsi mobili e insieme immobili e che tanto come emozione (passeggera) quanto come condizione (stabile), la felicità emerge dall’equilibrio mai definitivo tra il nostro modo di porci di fronte alle cose e le cose stesse, per come sono.

Migliorarsi accettandosi, dire sì sapendo dire di no, correre rallentando. Impresa non facile, oggi meno che mai. Lo psicologo Svend Brinkmann, nel suo ironico Contro il self help: come resistere alla mania di migliorarsi (Raffaele Cortina Editore, 2018), mette in luce come oggi il tema della felicità rischi di essere snaturato e di polarizzarsi su una cultura del miglioramento di sé in fondo funzionale alla manipolazione utilitaristica tipica del capitalismo accellerato.

Il mito della società contemporanea come ambiente ideale per la totale autodeterminazione dell’individuo e del consumo come strumento per realizzare qualunque desiderio e identità – si vedano emoziona ed existential marketing – fa credere che tutto ciò che ci accade potrebbe essere diverso e che ognuno di noi potrebbe essere un altro: basta volere di più e senza limiti, lavorare incessantemente su di sé, con atteggiamento positivo e sorridente.

Il monito serva a continuare nella ricerca della felicità senza farne un imperativo, un’ingiunzione alla performance del sorriso. Che rimanga invece quello che è da secoli: un dono inaspettato e insieme un duro lavoro intorno ai nostri limiti.

[pubblicato su Confronti 12/2018]

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