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La teologia è nemica del pensiero critico?

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

 

La cesura fra teologia e scienza ha origine nel 1798, con Kant. Da allora, le facoltà teologiche hanno cercato di difendere la propria “scientificità” in modo sempre più deciso, soprattutto nella società cosiddetta “secolare”. Ma qual è il ruolo della teologia oggi?

Si può fare iniziare la nostra storia da un libro di Kant, Il conflitto delle facoltà (1798): nella prima parte, il filosofo difende la superiorità della facoltà filosofica rispetto a quella teologica, che si occuperebbe, in larga parte, di dottrine arbitrarie, derivate da una pretesa rivelazione. La filosofia, al contrario, esercita l’uso «critico e pubblico» della ragione che il filosofo, in un altro testo famoso, dichiara caratteristico dell’“Illuminismo”.

Da allora, questa accusa è stata ripetuta molte volte e sulla teologia continua a gravare il sospetto di costituire una disciplina esoterica ed estranea a qualsiasi metodologia autenticamente critica. La clamorosa caduta di rilevanza sociale delle Chiese, soprattutto in Europa, sta facendo il resto: le università tendono, anche in Germania o in Svizzera (tradizionali fortezze della teologia nello spazio accademico laico) a ridimensionare, o anche a chiudere, i centri di studio teologico.

Molto frequentemente, soprattutto nei paesi dell’Europa centrale, e in particolare da parte protestante, la teologia reagisce cercando di difendere la propria “scientificità”: il problema, evidentemente, risiede nella definizione di questo termine. Nella maggior parte dei casi, esso indica l’analogia tra i metodi, e anche tra gli scopi, delle discipline teologiche e quelli delle scienze storiche e fenomenologiche delle religioni. Per difendere il proprio posto nella cultura secolare, cioè, molta teologia vorrebbe presentarsi come metodologicamente “laica” e nettamente distinta, se non addirittura separata, dalle Chiese.

Naturalmente ciò riesce più facile in settori come la storia del cristianesimo o gli studi biblici, che per loro natura adottano strumenti critici e filologici di per sé identici a quelli delle discipline non teologiche (dalla storia politica o sociale, alle scienze della letteratura); ma spesso persino la branca che si occupa della dottrina, e che una volta si chiamava “dogmatica”, si spaventa del proprio nome (che, ancora secondo Kant, indica il contrario di ciò che è “critico”) e si autodefinisce “sistematica”, sperando con ciò di rifarsi una qualche purezza teoretica, eventualmente confondendosi un poco con la filosofia della religione.

Prescindendo da valutazioni sul carattere intellettualmente dignitoso o meno di una simile strategia “mimetica”, credo sia legittimo dubitare anche della sua efficacia politica: le scienze delle religioni si sviluppano egregiamente per conto proprio e non hanno alcun bisogno di mosche cocchiere di remota e un po’ imbarazzata matrice teologica.

Proprio nella società pluralista, invece, una disciplina che si permetta, contro la vulgata corrente, di utilizzare strumenti razionali per parlare di Dio dall’interno della fede cristiana, ha una funzione critica da svolgere: contestare il pregiudizio in base al quale quando si pensa non si crede e quando si crede si è al di là o al di fuori del pensiero.

Teologia cristiana degna di questo nome, invece, è testimonianza della fede nella forma della razionalità critica. Essa illustra, cioè, che cosa significa confidare in Dio nel contesto delle sfide intellettuali (storico-critiche, filosofiche, scientifiche e quant’altro) del nostro tempo, pienamente e consapevolmente assunte. Ciò può accadere soltanto nel quadro della comunità cristiana e non senza preghiera, perché la Chiesa è il luogo della fede, e la preghiera ne è la forma espressiva originaria. Il teologo e la teologa sono dunque tipi umani che credono pensando e pensano credendo.

Sono naturalmente informato del fatto che larghissimi settori della cultura (e anche dell’incultura) contemporanea ritengono una simile impresa semplicemente contraddittoria. A tale valutazione, la teologia può replicare soltanto esibendo le proprie (appunto) ragioni. Se ciò possa avvenire nell’ambito dell’università pubblica e secolare è questione che ha la sua importanza, ma che resta secondaria.

Decisivo è che, dentro o fuori l’accademia, il compito venga svolto: come servizio alla Chiesa, certo; ma anche alla società, che non ha nulla da guadagnare da forme di pensiero che vorrebbero sopprimere la pluralità dei programmi di ricerca intellettuale.

[Pubblicato su Confronti 01/2019]

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