Il pittore dell’immaginario: Andrea Zelio e il progetto Cartastorie - Confronti
Home Cultura Il pittore dell’immaginario: Andrea Zelio e il progetto Cartastorie

Il pittore dell’immaginario: Andrea Zelio e il progetto Cartastorie

by redazione

intervista a Andrea Zelio. Pittore, incisore, scrittore.

[intervista a cura di Claudio Paravati]

Andrea Zelio porta da più di dieci anni la sua arte al Centro di salute mentale di San Donà di Piave, tramite un laboratorio che ha creato “caRtastorie”: la carta per incartare i sogni. I disegni dei partecipanti al laboratorio sono diventati una carta regalo, cosicché siano un dono per la comunità tutta. Il progetto è sostenuto e organizzato dal Centro di Salute Mentale dell’Azienda ULSS4 di San Donà di Piave, l’A.I.T.Sa.M, la cooperativa Insieme Si Può, lo studio Cromovisioni e la rete veneta dei FabLab. Abbiamo intervistato Andrea Zelio, per noi “il pittore dell’immaginario”.

 

Andrea Zelio, qual è la sua storia artistica?
È una storia variegata nel senso che ha percorso diverse discipline. Sicuramente, per quanto riguarda il mio lavoro, quella della pittura è quella principale. Ho scandagliato temi che riguardano l’incisione, la scenografia, gli affreschi di grandi dimensioni e poi parallelamente c’è sempre stata una parte del mio tempo dedicata alla narrativa, in particolare alla narrativa per ragazzi. Questi due grandi filoni sono andati avanti sempre di pari passo, avendo anzi forti connessioni tra di loro. A tal punto che, con gli anni, qualcuno ha pensato di etichettarmi come pittore narrativo.
 
Nella sua pittura c’è tanta immaginazione, si ritrova una dimensione onirica. Cosa la attrae, cosa vuole esprimere con questo linguaggio?
Mi sono formato sui grandi narratori per ragazzi, dalle storie classiche dei fratelli Grimm, per arrivare al celeberrimo Rodari, e poi, soprattutto, Pinocchio. Diciamo che l’immaginazione, la fiaba, sono sempre stati un territorio che in qualche modo ho sentito mio. La mia non è una pittura di ritratto, cioè che va a definire e riportare la realtà. È una pittura che pratica un’elaborazione per inventare mondi nuovi.
 
Secondo lei l’arte deve immaginare mondi nuovi perché questo in cui viviamo non va bene, o ci va troppo stretto?
La grande arte è sempre stata un tuffo nel futuro. Molto spesso siamo di fronte a situazioni in cui gli artisti se non totalmente incompresi sono visti con occhio defilato, sembrano parlare un linguaggio che non è conosciuto.
 
L’arte scandaglia territori che non sono ancora conosciuti, che non sono consolidati. Ha questo potere di aprire dei sentieri, delle visioni, non di trovare delle soluzioni. Apre degli scenari, questo si.
 
Ci racconti allora gli scenari che l’arte ha aperto col progetto “CaRtastorie”.
Dal 2006 io conduco un laboratorio pittorico creativo all’interno del Centro di salute mentale di San Donà di Piave. Abbiamo come studenti dei “ragazzi” che vanno dai 20 ai 65 anni.
 
Nel laboratorio ci sono questi due grandi elementi: quello del fare, con le mani, e quindi la pittura vera e propria che viene eseguita con degli strumenti che sono i pennelli, i colori; e c’è una parte narrativa. Vediamo che anche qui questi due mondi si sposano, cercano di creare questo territorio immaginario dove poter dialogare.
Tutto parte da una storia che io racconto e questa storia poi viene illustrata, scandagliata con i mezzi che ognuno ha a disposizione. Nel corso del tempo ovviamente questi mezzi si sono anche raffinati, nel senso che queste persone sono arrivate ad apprendere tecniche pittoriche e siamo giunti infine a ottenere dei risultati che, in termini di pregevolezza, sono interessanti.
 
 
Qual è stato il risultato?
Tutti questi prendono normalmente la strada dell’archivio. Mentre ciò che scaturisce dal percorso che viene fatto rimane un patrimonio della singola persona e ha un valore impagabile. Così abbiamo detto: cosa ne facciamo di questi prodotti? E ho deciso di crearne un prodotto tipicamente commerciale per far uscire la creatività che viene sviluppata all’interno del Centro di salute mentale e metterla a disposizione della comunità.
 
Nel nostro universo mentale il Centro di salute mentale è un luogo recintato e abbiamo grosse difficoltà a comprendere queste persone. Quindi le immaginiamo in questo luogo, che però è molto diverso dai luoghi prima della legge di Basaglia, che erano veramente dei recinti chiusi a chiave. Questi non lo sono, eppure nella nostra mente c’è ancora l’idea di questo recinto.
Portare fuori la creatività di queste persone e metterle idealmente in una sorta di sposalizio con la comunità. Ecco, CaRtastorie è la comunità che prende questi oggetti e li fa propri nel gesto ideale e bellissimo del dono. Questo dono viene incartato con la CaRtastorie.
 
Dove si può acquistare la CaRtastorie?
Nel nostro territorio realtà commerciali, grandi centri e piccole attività hanno acquistato la CaRtastorie per incartare i loro prodotti. Quest’anno sono stati stampati quattordici chilometri di carta che io ho immaginato come una specie di nastro di aquilone. Basta alzare gli occhi ed ecco che la prospettiva cambia… Forse l’ho immaginato proprio come questo grande gesto di liberazione, di libertà, questi quattordici chilometri che possono unire la comunità in un gesto del dono.
 
 
 
Su Confronti abbiamo scritto spesso sulla Legge Basaglia. Cosa accade in un laboratorio come il suo in un Centro di salute mentale? Perché è importante farlo?
L’esperienza che porto all’interno di questi laboratori deriva dalla mia formazione. L’esperienza umana, invece, è qualcosa che ognuno di noi ha e che mette in una certa maniera a disposizione degli altri. Innanzitutto queste persone hanno bisogno che qualcuno ascolti in maniera sincera, a cuore aperto. Quando io sono lì parlo molto, li diverto anche perché questo lavoro, se è innestato in una sorta di piacere e di divertimento, assume dei toni veramente alti, come tutti i lavori quando sono contaminati dal divertimento danno dei risultati certamente migliori. Quindi ci divertiamo ma soprattutto ascolto queste persone che hanno sempre delle cose da raccontare. Molto spesso hanno sempre le stesse cose da raccontare, e hanno bisogno di qualche persona che condivida con loro questi pensieri, a volte anche ossessivi.
 
Quello che faccio io è parlare con queste persone, ascoltarle, però trattarle sempre da pari. Non vado mai là con l’idea di essere il maestro che insegna qualcosa, ma vado lì con l’idea di una persona che condivide qualcosa con altre persone che sono allo stesso livello, cioè vediamo lo stesso orizzonte. Quindi si è creata una sorta di fiducia reciproca, allo stato latente, tra l’operatore – perché io sono un operatore quando vado lì – e delle persone che frequentano e condividono le proprie esperienze. Questa fiducia è la chiave e la ricetta del buon funzionamento di questa esperienza, dei risultati pregevoli e interessanti che porta con sé.
 
Come proseguirà CaRtastorie?
CaRtastorie ha la sua anima nel volontariato. Nasce dalla dedizione di uno sparuto gruppo di volontari che da due anni sostiene il progetto con volontà ed ottimismo. Il territorio ha risposto a questo slancio con entusiasmo anche quest’anno con crescente adesione ed interesse. A settembre infatti saremo a Fabriano per partecipare al primo Festival Nazionale della Carta; un impegno ed una soddisfazione. Contiamo tuttavia che di anno in anno l’iniziativa possa essere sempre più gestita internamente dai promotori. È una sfida e come tale solo il tempo potrà raccontarci il finale.  Io, dal canto mio, tifo per un lieto fine …. scrivere  fiabe è pur sempre il mio lavoro.
 
 

Articoli correlati