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Si acuisce lo scisma tra Mosca e il Fanar

by Luigi Sandri

di Luigi Sandri. Redazione Confronti.

 

Piervy sriedì ravnikh oppure Piervy biez ravnykh? Questi, in russo, i lemmi giuridici latini Primus inter pares (primo tra pari) o Primus sine paribus (primo senza pari, cioè senza uguali)? La divergente risposta che danno all’interrogativo il Patriarcato di Mosca, oggi guidato da Kirill, e quello di Costantinopoli, retto da Bartolomeo I, fonda il loro irriducibile contrasto sulla autocefalia (indipendenza) della Chiesa ucraina. Una drammatica disfida che ha spinto i vertici della Chiesa russa a proclamare l’interruzione della comunione eucaristica – cioè lo scisma in senso stretto – per le scelte della consorella che ha la sua base a Istanbul, nel quartiere del Fanar.

 

Riassumiamo una vicenda tormentata, di cui abbiamo scritto più volte su Confronti. Il 19 aprile 2018 la Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) aveva fatta sua la richiesta del presidente Petro Poroshenko al Fanar di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina. Bartolomeo, senza rispondere con un rotondo “sì”, lo lasciava balenare, allarmando così Mosca. In settembre, poi, accettava la proposta, per finalmente – sosteneva – riunire le tre Chiese ortodosse del paese:

  1. Chiesa ortodossa, legata a Mosca, e guidata dal metropolita di Kiev, Onufry;
  2. Patriarcato di Kiev, in mano a Filaret;
  3. Chiesa autocefala ucraina, una modesta comunità.

La prima è la più numerosa; le altre due, sorte nel 1992 dopo il collasso dell’Urss e la nascita dell’Ucraina indipendente, sono considerate scismatiche da Mosca (che già nel 1995 aveva ridotto allo stato laicale, e nel ’97 scomunicato Filaret, l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev). Kirill, il 31 agosto ‘18 si recava da Bartolomeo, per fermarlo: ma questi con il suo Sinodo procedeva, infine “benedicendo” un “Concilio per la riunificazione” – considerato illegale da Mosca – che il 15 dicembre ha poi dato vita, a Kiev, alla Chiesa ortodossa d’Ucraina, formata dal Patriarcato di Kiev e dalla Chiesa autocefala ucraina, e eletto come primate Epifany. Poroshenko si è speso moltissimo per l’intera operazione: una pressione politica assai indigesta per i russi. Poi il 5 gennaio Bartolomeo ha firmato il tomos (decreto sinodale) dell’autocefalia e l’indomani lo ha consegnato al nuovo primate.

Ai russi che contestavano la legittimità canonica della decisione, il patriarcato ecumenico replicava invocando il suo diritto di concedere l’autocefalia agli ucraini: come dimostrerebbe la storia ecclesiale dei Balcani – della quale qui diamo una nostra sintesi.

Quando la Bulgaria, nel 1393, cadde in mano turca, perse la sua autocefalia. Cinque secoli dopo, nel 1870 il governo ottomano permise la ricostituzione di una Chiesa nazionale bulgara; ma il Fanar la dichiarò scismatica, e solo nel 1945 esso riconobbe l’autocefalia della Chiesa bulgara, e pose fine allo scisma. Altro caso: nel 1922 la Chiesa ortodossa albanese si proclamò autocefala, decisione non riconosciuta da Costantinopoli e da gran parte dell’episcopato greco (irritati che a Tirana si usasse l’albanese, invece del greco, come lingua liturgica). Ma, infine, nel 1937 il patriarcato ecumenico concesse l’autocefalia agli albanesi.

Ancora: dopo la fusione dei principati di Valacchia e Moldavia, la Romania divenne indipendente nel 1878. Il Fanar, sotto la cui giurisdizione stavano quando facevano parte dell’impero ottomano, riconobbe l’autocefalia della Chiesa romena nel 1885. Esso già nel 1879 aveva riconosciuto l’autocefalia della Chiesa serba. Invece contrasto vi fu, dopo il 1945, tra il Fanar e Mosca, per la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa cecoslovacca e, con la divisione nel 1993 di quel paese, a quella che è diventata la Chiesa delle terre céche e della Slovacchia il cui primate dal 2014 è Rostislav. L’autocefalia delle Chiese balcaniche iniziò, a quanto pare, senza obiezioni da parte di Mosca. Va però ricordato che dal 1721 al 1917 la Chiesa russa – per decisione di Pietro il grande, e poi dei successivi zar – rimase senza patriarca; e di nuovo senza, per volontà dei sovietici, dal 1925 al ’43. In ogni modo, rifacendosi a questi precedenti, ora Bartolomeo ribadisce di avere solo lui, e non altri, il diritto di concedere l’autocefalia. A Kiev, intanto, nella neonata Chiesa è stato istituito il Sinodo, di cui fa parte il “patriarca d’onore Filaret”. Il quale, novantenne, l’indomani del “Concilio” ha precisato che lui «rimane patriarca, perché questi è a vita e, insieme col primate, governa la Chiesa ortodossa d’Ucraina». Non solo: il 5 febbraio il Sinodo lo ha nominato vescovo della diocesi di Kiev (escluso il monastero di san Michele). Rimane però un mistero che cosa ciò significhi, dato che Epifany è metropolita di Kiev.

 

Affermando che Bartolomeo è “primo” sriedì ma non biez ravnykh, il santo Sinodo russo gli nega il diritto di prendere, da solo, decisioni riguardanti l’intera Ortodossia: egli può coordinare il lavoro degli “uguali a lui”, mai però interferendo negli affari interni delle altre Chiese sorelle, o addirittura ignorando il loro parere. Perciò, ribadisce Kirill:

solo la Sinassi (riunione) dei capi delle Chiese autocefale – oggi quattordici, perché la quindicesima, l’ucraina nata il 15 dicembre 2018, non è riconosciuta da Mosca – potrebbe concedere a una Chiesa l’autocefalia.

Per i russi, il “come” siano nate le Chiese autocefale balcaniche non prova nulla; d’altronde nessuna di esse è paragonabile alla situazione ucraina, dove la maggior parte degli ortodossi, per ora, si riconosce nella Chiesa filo-russa che considera anti-canonico e scismatico il “Concilio” del 2018. Il 31 gennaio scorso a Mosca è stato solennemente celebrato il decimo anniversario dell’elezione di Kirill a patriarca. In un discorso ai rappresentanti di Chiese autocefale presenti (mancava Costantinopoli!) egli ha ironizzato sul “nuovo” principio del piervy biez ravnykh: per i russi – sottinteso – non può esistere un “papa” degli ortodossi.

 

Serbia. Come si è posizionata l’Ortodossia di fronte alla lacerazione in atto? Vediamo, per ora, la risposta di alcune Chiese europee. Il patriarca serbo, Irenej – che era stato a Mosca per il decennio di Kirill – e il suo Sinodo a fine febbraio hanno emesso una dichiarazione ufficiale. Premesso che lo stesso Irenej si era recato a Salonicco, per invitare il primus inter pares a tornare sui suoi passi, vista l’inutilità di questi sforzi «la Chiesa ortodossa serba:

  1. Non riconosce l’anti-canonica “invasione” del patriarcato di Costantinopoli nel territorio canonico della santa Chiesa russa, dato che la metropolia di Kiev, che include dozzine di diocesi, nel 1686, sulla base di decisioni del patriarca di Costantinopoli, Dionigi IV, fu posta sotto quello di Mosca.
  2. Non riconosce la “Chiesa autocefala d’Ucraina” che, dal punto di vista canonico, non esiste. Gli scismatici rimangono scismatici, a meno che, con una sincera confessione, non si pentano.
  3. Non riconosce il “Concilio” di Kiev. Esso è erroneamente chiamato di “riunificazione” e ha disintegrato ancor più l’infelice Ucraina.
  4. Non riconosce un episcopato scismatico, che appartiene all’ala di Denishenko [Filaret, ndr], ridotto [da Mosca, ndr] allo stato laicale e scomunicato.
  5. Raccomanda ai gerarchi e al clero di astenersi da ogni comunione liturgica e canonica non solo con il Signor Epifany e con altri come lui, ma anche dai vescovi e chierici che concelebrano con loro… La Chiesa serba implora sua Santità il patriarca ecumenico di riconsiderare la decisione presa».

 

Romania. Più sfumata la posizione del Sinodo romeno, riunitosi il 21 febbraio: «

  1. Per circa trent’anni il problema della divisione [della Chiesa ortodossa, ndr] in Ucraina non è stato risolto.
  2. Il patriarcato ecumenico ha deciso di uscire dall’impasse e ha concesso il tomos dell’autocefalia. Ma esso è stato accolto solo dall’Ortodossia ucraina non in comunione con Mosca; e così la questione dell’unità della Chiesa in Ucraina rimane non del tutto risolta.
  3. Si raccomanda al patriarcato ecumenico e a quello di Mosca di trovare le vie per risolvere il contenzioso, per preservare l’unità nella fede, rispettare la libertà pastorale e amministrativa di clero e fedeli di quel paese (compreso il diritto all’autocefalia) e di ristabilire la comunione eucaristica.
  4. Nel caso fallisca il dialogo bilaterale, è necessario riunire la Sinassi dei primati delle Chiese ortodosse per risolvere il problema pendente».

Il Sinodo insiste poi perché alle 127 parrocchie rumeno-ortodosse in Ucraina, soprattutto in Bukovyna (regione già della Romania, durante la Seconda guerra mondiale passata all’Ucraina sovietica) sia garantita piena libertà, e l’uso del rumeno nella liturgia. Proposte che Epifany – in procinto di recarsi a Bucarest – ha assicurato di accogliere (del resto nel paese opera un Vicariato ucraino ortodosso libero di organizzarsi).

 

Albania. Già il 4 gennaio il Sinodo della Chiesa albanese aveva invocato la Sinassi: una proposta che l’arcivescovo di Tirana, Anastasios, aveva comunicata a Bartolomeo, dieci giorni dopo, con una lettera resa nota solo il 7 marzo e, tradotta in russo, a Mosca pubblicata tre giorni dopo.

Il primate albanese deplora che la Chiesa russa abbia disertato il Concilio di Creta; e che abbia rotto la comunione eucaristica con il Fanar. Ma, insieme, critica a fondo Filaret (uno scomunicato che – ricorda – ha consacrato perfino vescovi, che perciò tali non sono!); e rifiuta di riconoscere la canonicità della Chiesa ucraina nata dal Concilio di dicembre.

E allora? Bartolomeo, che ha questo “privilegio esclusivo”, convochi una Sinassi, o un Concilio, «per scongiurare l’evidente pericolo dell’avvio di un doloroso scisma, che minaccia la solidità dell’Ortodossia e la sua persuasiva testimonianza al mondo d’oggi». Bartolomeo, ha risposto ad Anastasios il 20 febbraio (ma la lettera è stata pubblicata settimane dopo), ribadendo le proprie tesi (in particolare, la validità dell’ordinazione dei vescovi della nuova Chiesa d’Ucraina). Ma ignora del tutto l’auspicata riunione della Sinassi. In merito, dato che le decisioni di questa vanno prese all’unanimità, e siccome Mosca e Costantinopoli divergono sui criteri per concedere l’autocefalia, in passato si era stabilito di sottrarre la questione all’esame del Concilio ortodosso (poi celebrato nel 2016 a Creta: ma, all’ultimo momento, la Chiesa russa – che pur rappresenta circa il 70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo – rifiutò di partecipare).

 

Domanda: ciò che fu improponibile tre anni fa, sarà possibile adesso? Intanto, hanno condiviso le tesi russe Rostislav («Filaret è un impostore»), e Sava, primate degli ortodossi polacchi. Da altre Chiese autocefale vi sono state dichiarazioni di singoli gerarchi, spesso nebulose – come quelle di Theophilos III, patriarca greco di Gerusalemme. Si attendono impegnative parole dei vari Sinodi: saranno filo-russe le Chiese slave, e filo-Fanar quelle greche? Non è detto. Intanto si fa più profonda la faglia aperta nell’Ortodossia dal terremoto ecclesiale ucraino. 

 

[pubblicato su Confronti 04/2019]

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