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Una divisa per la solidarietà

by Michele Lipori

di Michele Lipori (Redazione Confronti), Gaetano De Monte (Giornalista).

 

Alle 19 di un pomeriggio invernale qualsiasi un gruppo di uomini e donne, circa settanta persone, è in attesa della cena. Alcuni sono anziani, altri hanno poco più di vent’anni, le loro nazionalità sono diverse. Donne, uomini. Molti sono italiani. Li trovi all’interno di una grande sala colorata, illuminata, accogliente; a fare loro da sfondo c’è un quadro dell’ultima cena, i tavolini di legno, le sedie dipinte di un blu vivo, le tovaglie che sono colorate, le stoviglie che sono insomma tutto il contrario di quelle color nostalgia narrate da un cantautore qualche anno fa.
Siamo a Roma, in via degli Apuli, nel cuore del quartiere San Lorenzo, tra gli operatori, gli ospiti e i volontari del centro sociale gestito dall’Esercito della salvezza, organizzazione religiosa nata nelle periferie londinesi nel 1865 allo scopo di unire la missione evangelica a quella di supporto concreto alle comunità marginalizzate. L’Esercito è oggi presente con 125 realtà in diversi parti del mondo, per fornire risposte concrete alle molteplici forme in cui si esprime il disagio sociale ed esistenziale.

In Italia l’Esercito della salvezza offre il suo impegno in diverse attività sociali, quali, in particolare, il sostegno ai senza fissa dimora, la realizzazione di corsi di italiano per stranieri, la distribuzione di cibo ed abiti a famiglie bisognose, la partecipazione a campagne di solidarietà, e tante altre attività che sono dislocate in 36 centri, da Nord a Sud, da Bobbio Pellice, in provincia di Torino, a Castelvetrano, in quella di Trapani. L’Esercito della salvezza iniziò la sua opera in Italia nel 1887, quando il capitano James B. Vint aprì il primo “corpo” a Roma, e si diffuse, poi, in tutto lo stivale fino al 1940, quando l’Esercito fu dichiarato disciolto e alcuni suoi ufficiali furono arrestati, confinati o internati dal regime fascista. Soltanto nel 1965 l’ente fu riabilitato dal Presidente della Repubblica, e dal 2009 ha ottenuto il riconoscimento come associazione di culto, con il nome appunto di Esercito della salvezza in Italia.

A Roma, di fronte alla facoltà di psicologia della Sapienza oggi c’è la sede del centro sociale; lì accanto c’è anche il “quartier generale” nazionale dell’Esercito della salvezza.

Nella struttura in qualche decennio hanno trovato ospitalità migliaia di persone, tanto da essere stato definito in passato un “albergo del popolo”.

A pochi passi da qui, lo scorso ottobre, in via Lucani, una delle strade lunghe e strette che congiungono il quartiere San Lorenzo all’ex scalo merci ferroviario, era accaduto un fatto gravissimo che ne ha cambiato forse per sempre la storia e la fisionomia di quel quadrante di città: il ritrovamento del corpo senza vita di Desirée Mariottini, una ragazza italiana di sedici anni, uccisa dopo essere stata violentata da un gruppo di uomini all’interno di un capannone abbandonato.
Da allora “San Lollo” – come lo chiamano gli abitanti – in maggioranza studenti, dalle 19 in poi è  quasi vuoto di persone, buio, cupo, completamente militarizzato. Invece a quella stessa ora tutt’altra atmosfera si respira entrando nella casa dell’Esercito in Via degli Apuli, nonostante le storie di sofferenza patite da chi vi si trova all’interno. «Quello che vedete non è un centro di accoglienza per persone senza fissa dimora, né un posto dove si fa la carità», dice subito Simona Magazzù, la psicologa che è anche la coordinatrice delle attività del centro. E poi racconta: «In quello che facciamo e in come lo facciamo, soprattutto, c’è la definizione di una strategia d’azione in continua evoluzione, che è tesa sempre di più a discostarsi dal puro soddisfacimento dei bisogni primari, mangiare, bere, dormire, ma che tende invece a costruire una vera e propria rete del sociale tra le persone che in un determinato momento della loro vita si trovano in difficoltà».
Spiega Magazzù: «Nel nostro intervento, c’è un anelito, una tensione a voler andare oltre, a creare qualcosa in più del rapporto di semplice assistenza. Il nostro intento è quello di restituire alle persone, molte, quasi tutte, con un passato normale, la normalità, oltre la normalità». Poi ancora continua: «In questo momento frequentano il centro novanta persone, uomini, donne, di tutte le età. Alcuni, circa sessanta, ci dormono pure, compresi i quaranta previsti dal piano comunale dell’emergenza freddo. Il servizio diurno prevede la possibilità di lavare i vestiti, la fornitura di indumenti nuovi e kit igienici». E conclude: «Lo stesso concetto di segretariato sociale per noi assume più la dimensione di uno spazio del fare e del relazionare, dove si riacquistano competenze, più che di semplice assistenza».

Il “Piano freddo” di Roma capitale, operativo dal 10 dicembre 2018 al 10 aprile 2019, mette a disposizione ogni giorno 486 posti per l’accoglienza delle persone senza una fissa dimora, integrando così il circuito ordinario che assicura quotidianamente 1.075 posti e ogni mese fornisce 1.442 pasti presso le strutture accreditate e 600 pasti a domicilio. E, «in occasione di radicali abbassamenti delle temperature ed eventi climatici avversi», accade che vengano aperte anche le stazioni di Piramide e di Flaminio. 

Questo racconta sulla carta il piano di solidarietà messo in atto dal comune di Roma. Era stato definito un “meccanismo a fisarmonica” dall’assessora alla persona, alla scuola e alla comunità solidale, Laura Baldassarre, che «consente di estendere, ogni giorno, la disponibilità presso le strutture, attivando nuovi posti sulla base della necessità».
«Ed è ovvio che tutto ciò non basta, che occorre pianificazione e non si può lavorare in emergenza», dice il tenente colonnello Massimo Tursi, responsabile per l’Italia e la Grecia dell’Esercito della Salvezza. «La nostra è una missione, noi non vogliamo essere dei semplici “guardiani”».
Racconta Tursi: «Per questo riteniamo fondamentale offrire un servizio di tipo sociale strutturato, che tenga conto ad esempio del rapporto numerico tra dipendenti e operatori. Da noi vengono impiegate più di venti figure professionali. Abbiamo nel nostro organico un mediatore culturale, più di uno psicologo e di un assistente sociale, un avvocato, un medico, degli educatori». E ancora: «Cerchiamo di tenere in considerazione al massimo le abitudini, gli stili di vita, i costumi e gli usi religiosi delle persone che abbiamo di fronte. Sono in maggioranza uomini soli, alcuni sono addirittura giovanissimi, neo-maggiorenni che si sono trovati da un momento all’altro a dormire in strada, messi fuori dalle comunità per minori dove vivevano una volta raggiunta la maggiore età». E poi conclude: «Negli ultimi anni specialmente abbiamo garantito un servizio alla città di Roma facendo riscoprire nelle persone che abbiamo aiutato le proprie capacità naturali o professionali, restituendo loro la dignità che avevano perso, accompagnandole nel mondo del lavoro attraverso l’erogazione di tirocini e borse lavoro. Ora ognuno di loro porta in dote una storia che abbiamo nel cuore».

Una di queste storie è quella di F., che ha poco più di 40 anni ed è tornato a vivere a Roma dopo un matrimonio finito in una città del Nord. Racconta che si è ritrovato qualche anno fa improvvisamente da solo, con una dipendenza da cocaina e con qualche guaio penale alle spalle. Così ha vissuto in strada per due anni, ha dormito qualche volta perfino sugli alberi, sotto i portici di Via Giolitti nelle adiacenze della stazione Termini, oppure sui cartoni, e in ripari di fortuna nei boschi. Fino a quando non è stato salvato da una probabile overdose dai volontari di Villa Maraini, la fondazione della Croce rossa che dal 1980 offre la possibilità di reinserimento sociale a soggetti provenienti da situazioni di disagio (tossicodipendenti, ex tossicodipendenti, detenuti in misure alternative o cautelari ed ex detenuti) che abbiano terminato o stiano per completare un percorso terapeutico.

«E di tornare a vivere in strada che a volte ho paura» ci dice F.: «Qui dentro mi sento al sicuro, ho anche qualche amico, lavoro in cucina, mi sento accolto, sento che mi è stata data una opportunità, dalla vita, un’altra, e ho paura di perderla».

Ha pochi amici qui dentro, F., e l’uomo con cui va più d’accordo è lo stesso con cui due volte a settimana consegna il pane dal Lazio all’Abruzzo. Si chiama D., ha circa 60 anni ed ha lo sguardo scavato dal sole della città del sud Italia dove viveva fino a qualche anno fa. D. entrava e usciva dalla galera, quasi sempre per rapina. In tutto ha scontato quasi dieci anni di carcerazione. «Fino a quando ho capito che nel quartiere dove ero nato non potevo più vivere, e che potevo uscirne vivo solo andando via». Così una mattina presto D. prende il primo treno che gli capita e arriva a Roma. Anche lui vive in strada, per quasi due anni, «ma sempre con dignità», precisa: «Oggi la mia vita è quasi normale. La normalità oltre l’anormalità, insomma, devo tutto alla famiglia dell’Esercito della salvezza. Mentre la famiglia di origine, mia moglie, mio figlio, le mie sorelle, l’ho abbandonata sette anni fa. Di me non sanno più nulla, tanto da aver fatto la denuncia di scomparsa alla polizia. Ma è meglio per tutti se in quel quartiere non ci torno più».
Anche G., suo coetaneo, aveva perso tutto. Lui è nato a Verona, e in seguito a un problema con l’alcool e alla morte di un figlio, è stato costretto ad allontanarsi dal suo contesto di appartenenza. È arrivato fino alla stazione Termini, dove ha dormito per qualche tempo fino a quando, caduto in coma etilico, è stato salvato dai medici e accolto dal centro sociale di Via degli Apuli, dove oggi svolge anche mansioni lavorative.
Anche un’altra persona, donna e straniera, lavora e vive all’interno della struttura dell’Eds. È G., croata, che ha lavorato per tanti anni come domestica all’interno di una villa di grossi industriali del Lazio, ma poi si è ammalata e le persone per cui lavorava sono andate a vivere all’estero:

«Ho perso il lavoro. Ho perso tutto. Ma non mi sono mai arresa e ora ho trovato una mia vocazione».

Un’altra attività dell’Esercito della salvezza che impatta notevolmente sul territorio è quella del “Soccorso invernale”. Durante i mesi più freddi dell’anno due squadre di volontari, supervisionate da Massimo Consentino – sergente dell’Esercito della salvezza, che da più di 30 anni si occupa di questo servizio – escono per distribuire cibo, bevande calde, ma anche coperte e capi di vestiario, alle persone che vivono in strada.

«Non si tratta solo di dare sostegno fisico – ci spiega Consentino – , ma anche psicologico: le persone che vivono per strada apprezzano il fatto che gli venga riconosciuta la loro dignità, anche nel disagio e nel bisogno».
I volontari che donano il proprio tempo per l’attività del soccorso invernale sono sia uomini che donne (che sono comunque la maggioranza), di diversa estrazione sociale e appartenenza religiosa (nessuno fra quelli che abbiamo incontrato fa parte dell’Esercito della salvezza). La maggior parte di loro si è avvicinata al servizio grazie al “passaparola”, sapendo che il desiderio di fare qualcosa di concreto per il prossimo avrebbe potuto trovare realizzazione.
La preparazione dei pasti avviene nel pomeriggio: i volontari lavorano fianco a fianco degli ospiti del centro di Via degli Apuli, a loro volta ex-beneficiari del servizio di distribuzione del cibo. L’atmosfera è gioviale, ma i tempi sono serrati e tutte le attività ben organizzate; segno che la “macchina” è ben oliata. Tutti hanno un proprio compito e anche chi supervisiona non si risparmia.
Una volta conclusa la preparazione ci si riunisce brevemente in preghiera e si parte.
Sono due le squadre attivate dall’Esercito, che si dividono per i vari settori della città: il quartiere San Lorenzo in primis, ma anche la stazione Trastevere, fino ad arrivare al colonnato di San Pietro ed infine alla stazione Termini. Quest’ultima la realtà più impressionante: l’ultimo rifugio per molti fra coloro che non hanno più risorse è anche quello – fra quelli che abbiamo visto – più carico di tensione. Grande è lo stacco con le luci degli store tematici all’interno di una stazione sempre più militarizzata e che sembra voler marcare una distanza fra “chi è dentro” e “chi deve rimanere fuori”.
Durante il “giro” abbiamo modo di parlare con alcune delle persone che si avvicinano al pulmino dell’Esercito. Alcuni di loro incrociano solo timidamente gli sguardi di chi dona, altri scambiano qualche parola, altri scherzano.

Persone che nella quotidianità della maggior parte delle persone che vivono la città di Roma sono “invisibili”, quando non “indesiderabili”, riacquistano un nome, un volto, una storia.

 

[pubblicato su Confronti 05/2019]

Photo: © Michele Lipori

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