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Fragilità

by Samuele Pigoni

di Samuele Pigoni. Direttore presso Diaconia Valdese. Si occupa di management, progettazione sociale e filosofia.

 

Come il vetro, l’essere umano è fragile. L’estrema nostra esposizione alla precarietà e contingenza dell’esistenza è evidente nell’evento stesso del nascere, ma è importante riconoscere e mostrare come nella fragilità stia la forza intrinseca della vita umana.

Il materiale che meglio rappresenta la fragilità della condizione umana è il vetro. Il rischio del vetro non è di rovinarsi o ammaccarsi, ma di frantumarsi, andare in pezzi, schegge tanto minuscole quanto taglienti, in ogni caso, impossibili da riassemblare.

In fisica dei materiali, è fragile ciò che tende a rompersi bruscamente e senza preavviso: molto spesso è l’effetto collaterale di un indurimento, di una diminuzione di plasticità. Tanto più un materiale è capace di essere duttile, plastico, tanto meno è fragile. Nei materiali è una caratteristica quella che per gli umani è una virtù: resilienza è la misura della deformazione plastica possibile che un materiale può subire senza rompersi e adattandosi alle turbolenze degli eventi.

Come si ha cura del vetro perché è fragile, così possiamo fare con la nostra fragilità, quale condizione umana di accesso alla nostra originalità, intesa come provenienza, nascita e dunque personalissimo destino, invio nel mondo che ci è fatto proprio.

Il nostro corpo è fragile e come ci ricorda Simone Weil, può essere trafitto da qualsiasi pezzo di materia in movimento oppure può inceppare per sempre uno dei suoi congegni interni. Ma anche la nostra interiorità è fragile, vulnerabile perché soggetta a immotivati cambiamenti d’umore e depressioni, in balia delle cose, e di altri esseri come noi, altrettanto fragili e capricciosi.

La nostra personalità, la trama delle relazioni sociali da cui dipendiamo e che ci costituisce, è sostanzialmente esposta al caso: tutto può ferirci e mettere in discussione la rappresentazione che abbiamo di noi stessi. Abbiamo a tal punto per sostanza l’illusione, che chiunque può, da un istante all’altro, ferirci tanto da alterare o sopprimere l’amore che proviamo per noi stessi; possono farlo i nostri più intimi amanti, i nostri più affidabili colleghi, i nostri amici, capi o insegnanti.

L’estrema nostra esposizione alla precarietà e contingenza dell’esistenza è evidente nell’evento stesso del nascere. Nasciamo in una condizione di totale non-autosufficienza, accolti originariamente in una relazionalità senza la quale non potremmo vivere e sapere di noi.

Nasciamo da corpi e illusioni altrui, all’interno di azioni già accadute e che ci connoteranno: il nome che ci è dato, le paure con cui siamo attesi, le aspettative, le proiezioni, le condizioni sociali. Eppure saremo liberi di orientare tutto questo materiale in modo unico e irripetibile. Hannah Arendt, come nessun altro, ha rilevato nella nascita, nella compresenza di dipendenza e libertà, la forza originaria della fragilità.

Non si tratta tanto di valorizzare la fragilità e la debolezza in contrapposizione a un mondo virile e orientato al mito della forza (successo e performance ne sono declinazioni), ma di riconoscere e mostrare come nella fragilità stia la forza intrinseca della vita umana, perché solo nel riconoscimento del nostro essere esposti alla non-autosufficienza e vulnerabilità, al senso di impermanenza e perdita, al dipendere intimamente e irrimediabilmente dagli altri, solo a partire da questo sfondo «gli oggetti del mondo e della vita mostrano la loro preziosità, la loro irripetibilità e individualità».

Viene allora da pensare, se ha ragione Arendt quando connota il nascere come destino plurale e insieme individuale dell’essere umano, che la fragilità possa svelarsi come nostro bene più prezioso solo all’interno della relazione e della cura che agiamo l’uno per l’altra.

Nella relazione di preoccupazione reciproca tra esseri umani incontriamo la dimensione capace di liberare la fragilità dall’ombra della patologia, riconsegnadola alla natura stessa della condizione umana.

Non è infatti scontato che la non-autosufficienza caratteristica di ciò che è fragile perché vivo attivi in chi ad essa si accosta attenzione, cura, ascolto; al contrario, molto e sempre più spesso, muove alla noncuranza, alla stanchezza, alla disattenzione, fino all’indifferenza e alla prevaricazione.

Primo Levi ha scritto che «parte del nostro esistere risiede nell’anima di chi ci accosta» e questo è bene ricordarlo ogni volta che ci avviciniamo a un nuovo nato, a un anziano, a un malato, a un adolescente che cambia. Ci sono condizioni o fasi fragili della vita in cui la bellezza stessa dell’esistenza umana – come quella del ciliegio grazie al più fragile dei suoi fiori – si rivela attraverso ciò che più è vulnerabile perché aperto alla nostra origine di nati e, dunque, originariamente e necessariamente assegnati all’interdipendenza della cura reciproca.

 

[pubblicato su Confronti 05/2019]

 

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