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L’Europa alla prova del voto. Risultati e sfide per il futuro

by Thierry Vissol

di Thierry Vissol. Economista e storico. Direttore del Centro Librexpression, Fondazione Giuseppe di Vagno. Il suo ultimo libro è: Europa matrigna. Sovranità, identità, economie (Donzelli, 2019).

 

I risultati delle elezioni europee, quasi definitivi, portano molti osservatori a un sospiro di sollievo, dopo l’incubo di vedere uno tsunami di sovranismo e di euroscetticismo sconvolgere gli equilibri politici nazionali ed europei. Di fatto, qualche buona sorpresa c’è. Non solo la diminuzione del dell’affluenza, continua dal 2004, si è fermata – salvo in Italia –, ma il tasso di partecipazione è il più alto dal 2004, quasi il 51%. Una crescita netta in 19 dei 28 Paesi, particolarmente in tre Paesi con governi illiberali: Ungheria (43,4% contro il 29,0% nel 2014), Polonia (45,7% contro il 23,8%) e Romania (51,1% contro il 32,44%).

Questo interesse degli europei non era stato previsto e potrebbe confermare un atteggiamento positivo, anche se critico, dei cittadini verso l’Unione osservato in molti sondaggi da più anni. Allo stesso modo, i partiti nazional-sovranisti, raggruppati in tre dei gruppi politici del Parlamento europeo, guadagnano solo 20 deputati, per un totale di 150, cioè il 20% dell’emiciclo europeo, contro 130 nel 2014. L’Enl, il gruppo Europa delle nazioni e della libertà, al quale appartengono il Rassemblement national di Marine Le Pen e la Lega di Salvini, guadagna 22 seggi; l’Efdd, il gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta, dove sono contatti i 29 deputati del Brexit party di Nigel Farrage e finora quelli del Movimento 5 Stelle italiano, passa da 42 membri a 54. Guadagni compensati dalla perdita di 13 deputati da parte del gruppo Gue/Ngl della Sinistra unitaria europea e verde nordica, del quale è membro la France insoumise de Jean-Luc Mélanchon. Solo due paesi, l’Italia e la Francia, ai quali si dovrebbero aggiungere l’Ungheria e la Polonia, vedono partiti nazional-sovranisti arrivare in testa, anche se con risultati limitati nel caso del Rassemblement national della Le Pen.

Tra i Paesi fondatori dell’Ue, l’Italia è il solo dove vince ed è al potere una maggioranza assoluta sovranista, con conseguenze negative sulla sua influenza a livello europeo. Nessuno dei suoi partiti di maggioranza sarà nei principali gruppi politici del Parlamento europeo.

 

Tuttavia, se questi tre gruppi non possono, da soli, rappresentare una forza di blocco, altri sono poco inclini a favorire un’evoluzione positiva dell’Unione. Il gruppo Ecr, Conservatori e riformisti europei, del quale sono membri il PiS (Diritto e giustizia) polacco, Fratelli d’Italia e i Conservatori britannici, passa da 52 a 63 deputati.

A questo gruppo si potrebbero aggiungere altri partiti euroscettici, per esempio il Fidesz di Orban, che con 13 deputati è membro del Ppe (Gruppo del Partito popolare europeo – Democratici cristiani), per ora senza diritto di voto, e il Partito social democratico (Psd) romeno, il quale con 9 eletti è ancora nel Gruppo dell’alleanza progressista di socialisti e democratici al Parlamento europeo (S&d), nonostante le sue politiche antieuropeiste e illiberali. Infine, sono 33 i deputati che non hanno ancora annunciato a quale gruppo vogliono aderire. Quindi, le forze euroscettiche – descritte sopra – rappresentano in verità al meno 235 membri, cioè il 31% dell’emiciclo.

Il Ppe (Partito popolare europeo) e il S&d, gruppo dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici, globalmente pro-europeisti, che dalla prima elezione al suffragio universale del Parlamento europeo nel 1979 avevano la maggioranza assoluta (401 su 749 nel 2014) la perdono, con 70 deputati in meno.

Una maggioranza sarà possibile solo con l’alleanza di forze a priori europeiste includendo i verdi (che contano un incremento di 17 membri: 69 contro i 52 nel 2014) e l’Adle&r, gruppo dell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, con un guadagno di 36 membri (105 contro 69 nel 2014), gruppo al quale aderirà il partito Renaissance del presidente Macron. Questo “quadrilatero”, nello scenario che stiamo disegnando, rappresenterebbe oggi solo il 64% delle forze presenti, contro il 70% nel 2014. 

Tale coalizione tra partiti che non hanno né le stesse agende politiche né la stessa visione del futuro dell’Unione di certo non semplificherà il lavoro dell’Assemblea europea. 

Per di più, questo “quadrilatero” è molto composito. Include al suo interno sia partiti di governi illiberali e poco favorevoli a uno sviluppo dell’Ue, sia la Nuova lega anseatica composta da Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania ed Irlanda. Questa coalizione vuole un rafforzamento delle regole in materia di politiche economiche e si oppone sia a un trasferimento di competenze sia a un bilancio della zona Euro, tutte misure che potrebbero rispondere a molte critiche degli euroscettici.

Al di là della composizione del Parlamento europeo, la governance europea, cioè il Consiglio europeo, è messa a dura prova da due dati di fatto.

Primo: il presidente Macron, teoricamente il più europeisti di tutti, è indebolito dal risultato delle elezioni, visto che il suo partito non è riuscito anche se per poco a superare il partito della Le Pen. Il movimento dei gilets jaunes (i “gilet gialli”), le critiche sistematiche di tutti gli altri partiti e della maggioranza dei media (incluso Le Monde) limitano la capacità dileadership interna ed europea del presidente francese. L’alleato tedesco è indebolito sia dai risultati elettorali, con una perdita di consenso per i partiti della Grosse Koalition, sia dal passaggio della leadership dell’Unione cristiano-democratica di Germania (Cdu) da Merkel a Annegret Kramp-Karrenbouer, molto più conservatrice. Quindi la coppia franco-tedesca, motore dell’Unione, perde gran parte della sua energia.

Secondo: la composizione del Consiglio europeo, crea molte possibilità di blocco. Per esempio, la Nuova lega anseatica potrebbe bloccare l’evoluzione verso un’Europa più sociale. Da parte loro, i leader illiberali sono decisi a non rispettare né i patti europei, né i valori fondanti dell’Ue (stato di diritto, solidarietà e rispetto della dignità umana, principalmente), senza che l’Unione abbia gli strumenti necessari per impedire queste derive.

Un altro motivo di inquietudine si trova nel cocktail pericoloso di più elementi: la nazionalizzazione delle elezioni europee, dove la politica interna è stata quasi l’unica grande sfida; il basso livello di competenza e di conoscenza dei Trattati da parte degli eletti, i quali certamente elaboreranno proposte incompatibili con i Trattati attuali, essi creando aspettative che inevitabilmente saranno deluse; l’assenza di coraggio dei partiti europeisti, nel rispondere agli slogan e alla disinformazione degli euroscettici, per spiegare le competenze dell’Ue, la posta in gioco e la necessità di collaborare per preservare le nostre identità e sovranità in un mondo sempre più ostile.

 

Tanti sono i temi cruciali che non sono stati discussi e che rimarranno nell’ombra delle paure dei flussi migratori e del rifiuto delle regole di gestione macroeconomica. Ecco alcuni di questi temi: le conseguenze del cambiamento climatico e della scomparsa di specie animali indispensabili all’equilibrio dell’ecosistema; l’accesso alle indispensabili materie prime, tra cui le terre rare e risorse energetiche; l’intelligenza artificiale e il suo impatto sia sulla società in generale sia sulla rivoluzione che sta scompigliando l’organizzazione del lavoro e delle competenze; l’invecchiamento drammatico delle nostre popolazioni che mette a rischio i nostri sistemi di welfare; le minacce geopolitiche crescenti parallelamente all’indebolimento economico e politico dell’Unione.

Di fronte al pericoloso, perché sistematico, attacco al sistema multilaterale costruito dalla fine della Seconda guerra mondiale, da parte di russi e americani, alla promozione dell’illiberalismo da parte dei cinesi, al rifiuto del modello democratico da parte dei Paesi in cui la religione è un forte orientamento anche politico, l’Ue sta perdendo la sua rilevanza morale e il suo soft power.

Questo a causa dell’irresponsabilità di molti leader che proclamano e mettono in pratica il loro rifiuto delle leggi europee e internazionali, per chi il principio delle leggi internazionali: pacta sunt servanda, diventa uno zerbino.

Il prezzo da pagare dalle nostre future generazioni sarà altissimo senza un improbabile risveglio della Ragione. Come scriveva Montesquieu: «si scivola verso il male per una china impercettibile, e solo grazie a uno sforzo si risale al bene» (Lo Spirito delle leggi, Libro V, capitolo VII). Non è ancora dato sapere se qualcuno avrà il coraggio di fare questo sforzo.

 

[pubblicato su Confronti 06/2019]

Credits vignette:

“European Union not closer” © Tom Janssen (Olanda)  Nel testo: Trump: «Non un’Unione più stretta», Putin: «Abbasso Bruxelles», Xi Jinping: «Siate sovrani».

“Elezioni europee” © Khalid Gueddar (Marocco)

“Elezioni. Alla ricerca dei cervelli” © Glen Le lievre (Australia)

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