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Tra inverno e primavera, aspettando Maria di Magdala

by Luigi Sandri

di Luigi Sandri. Redazione Confronti.

 

Primavera atmosferica bizzarra, quest’anno, con squarci felici di estate e improvvise gelate invernali; e così – per stare nel paragone – ci sembra l’attuale stagione della Chiesa cattolica romana, attraversata da accadimenti luminosi ma, anche, frenata da resistenze, o da pusillanimità, nella via della conversione al Vangelo e dell’attuazione sostanziale del Concilio Vaticano II. Senza pretendere di essere esaustivi, riportiamo qui e commentiamo alcuni dati che, ci pare, confermano il nostro barometro.

La Commissione teologica internazionale (Cti) – istituita da Paolo VI nel 1969, attualmente composta da una trentina di teologi/e, e guidata dal cardinale Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – negli anni 2014-18, prima attraverso una sottocommissione di dieci suoi membri, e poi nella plenaria della stessa Cti, ha affrontato, e quindi approvato a maggioranza, il tema La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee. Infine, il 19 marzo ’19 il papa ha autorizzato la pubblicazione del testo, uscito poi in aprile.

Il corposo documento (150mila battute) esamina la dottrina cattolica in merito: prima del Vaticano II, poi la dichiarazione Dignitatis humanae (Dh) del Concilio; quindi gli sviluppi successivi, in un mondo profondamente cambiato. Il testo costituisce uno strumento assai utile per chi voglia approfondire la problematica esaminata. Tuttavia – a nostro modesto parere – esso è reticente quando ripercorre i secoli in cui la Chiesa romana, iniziando dal papato, non ammetteva il principio della libertà religiosa, e con estrema durezza puniva i dissidenti.

Afferma: «Dh rivela una maturazione del pensiero del Magistero sulla natura propria della Chiesa in connessione con la forma giuridica dello Stato. La storia del documento dimostra il rilievo essenziale di questa correlazione per l’evoluzione omogenea della dottrina, a motivo di sostanziali mutamenti del contesto politico e sociale in cui si trasforma la concezione dello Stato e del suo rapporto con le tradizioni religiose, con la cultura civile, con l’ordine giuridico, con la persona umana. Dh attesta un sostanziale progresso nella comprensione ecclesiale di questi rapporti dovuto a una più approfondita intelligenza della fede, che permette di riconoscere la necessità di un progresso nell’esposizione della dottrina» [n. 14].

«Una certa configurazione ideologica dello Stato, che aveva interpretato la modernità della sfera pubblica come emancipazione dalla sfera religiosa, aveva provocato il Magistero di allora alla condanna della libertà di coscienza, intesa come legittima indifferenza e arbitrio soggettivo nei confronti della verità etica e religiosa… La prima reazione della Chiesa si spiega a partire da quel contesto storico in cui il cristianesimo rappresentava la religione di Stato e la religione di fatto dominante nella società occidentale» [15].

Scrivendo così si fotografa come era la situazione, quasi legittimando le condanne di Gregorio XVI e Pio IX che nell’Ottocento definirono deliramentum (pazzia) l’idea di quanti, dopo l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, sostenevano il diritto alla libertà religiosa. Eppure già allora, anche nel seno della Chiesa romana, vi erano dei pensatori che ritenevano giuste le affermazioni condannate dal magistero; ma i papi li ignorarono. Inoltre, allargando il discorso, ci chiediamo: perché il testo del 2019, cinquant’anni dopo il Vaticano II – il quale, in merito, ammise il minimo indispensabile – non osa nominare gli orrori dei roghi appiccati contro gli “eretici”, partendo dal presupposto implicito che «la verità [quella stabilita dalle autorità della Chiesa] ha tutti i diritti, l’errore nessuno?». Certo, non possiamo oggi giudicare il passato con le nostre categorie; eppure, dopo che nella Ginevra di Giovanni Calvino, il 27 agosto 1553 lo spagnolo Miguel Serveto, accusato di negare il dogma trinitario, fu mandato al rogo, il teologo riformato Sébastien Castellion protestò: «Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo».

Parole analoghe dissero, rispetto all’Inquisizione, pensatori già cattolici. Dunque, anche a “quei tempi” vi era chi capiva. Ma il potere ecclesiastico ignorò i profeti. Certamente, vi sono casi in cui i cambiamenti, anche dottrinali, sono frutto di un “omogeneo sviluppo”. Ma la Cti ribadisce un “dogma” dell’apologetica cattolica: nel magistero vi è sempre stato “sviluppo coerente”, e mai errore, rottura o salto sostanziale. Eppure tra il rogo e il rispetto della libertà di coscienza vi è invalicabile abisso.

Quando, nel marzo 1976, la giunta militare prese il potere a Buenos Aires con lo scopo dichiarato di combattere il pericolo del comunismo, molti vescovi argentini accolsero con favore il golpe; altri prudentemente tacquero; altri ancora, in gran silenzio, cercarono di aiutare i prigionieri politici; pochi assai si opposero davvero. Allora la diocesi di La Rioja era guidata da monsignor Enrique Angel Angelelli, conosciuto per l’impegno nella difesa dei diritti sociali della sua gente: per questo, una delle prime decisioni della dittatura fu di eliminare quel prelato “sovversivo” – con un agguato, compiuto nell’agosto ’76, fatto però passare come incidente d’auto. Ma, dopo che nell’83 il regime cadde e tornò la legalità, il “caso Angelelli” fu riaperto, e un tribunale condannò all’ergastolo i killer del vescovo.

Francesco ha affrettato la beatificazione di Angelelli (e di tre suoi amici che subirono analoga crudele sorte): e così il 27 aprile scorso il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, cardinale Giovanni Angelo Becciu, a La Rioja ha presieduto il rito ad hoc.

Ma la decisione papale, bene accolta dalla maggioranza dell’episcopato argentino, è stata contestata da alcuni vescovi, a suo tempo favorevoli alla giunta militare (la quale – come molti sanno, ma non lo sanno tutti i vescovi argentini – organizzò, tra l’altro, l’eliminazione fisica di trentamila persone desaparecidas).

In vista della beatificazione, l’ex vicario castrense argentino, monsignor Antonio Baseotto, ha detto: «Se Angelelli fosse stato ucciso dai militari, non lo sarebbe stato per la sua fede, ma per il suo impegno a favore delle forze di sinistra”. Ed Héctor Aguer, arcivescovo emerito di La Plata: «Non capisco come sia possibile dichiarare “martire” e beatificare Angelelli, del quale non si sa con scienza certa come morì, mentre non si fa lo stesso con il filosofo Carlos Sacheri, ucciso in un attentato – all’uscita dalla messa – perché denunciava l’infiltrazione marxista nella Chiesa». (NB: è stata la magistratura argentina, non la Chiesa, a stabilire che Angelelli fu ucciso; Sacheri, cattolico conservatore, fu assassinato nel 1974 da esponenti dell’ErpEjercito revolucionario del pueblo).

In tale contesto – anche i cattolici argentini, in merito, sono divisi – il papa ha compiuto una scelta forte e chiara. Al Regina coelidel 28 aprile ha ricordato il vescovo e gli altri tre: «Questi martiri della fede sono stati perseguitati per causa della giustizia e della carità evangelica. Il loro esempio e la loro intercessione sostengano in particolare quanti lavorano per una società più giusta e solidale. Facciamo un applauso ai nuovi Beati».

«Vostre Eminenze, Vostre Beatitudini, Vostre Eccellenze, per mezzo di questa lettera ci rivolgiamo a Voi con due obiettivi: il primo è quello di accusare Papa Francesco del delitto canonico di eresia; il secondo, quello di sollecitarVi ad assumere le misure necessarie per affrontare la grave situazione che implica la presenza di un papa eretico… misure che hanno generato una delle peggiori crisi nella storia della Chiesa cattolica».

S’apre così la lettera aperta che diciannove cattolici – due donne e diciassette uomini – di vari paesi, per lo più esperti di teologia, il 30 aprile 2019, festa di santa Caterina da Siena, hanno rivolto all’intero episcopato cattolico. Perché il papa sarebbe “eretico”? Perché ha condiviso tesi di Martin Lutero; e perché nell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (2016) si oppone – sentenziano – al magistero della Chiesa, al Concilio di Trento e all’insegnamento dei papi Wojtyla e Ratzinger.

L’appello ha avuto – secondo noi – un’eco esagerata. Infatti, esso era stato in pratica già “anticipato” da iniziative similari, in parte balenanti l’accusa di “eresia”. Il 19 settembre 2016 quattro cardinali [Walter Brandmüller, Raymond Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner] avevano espresso al pontefice dei dubia (dubbi) che, senza parlare di eresia, ritenevano però inconciliabile con il precedente magistero la possibilità, emergente dal testo del 2016, di ammettere all’Eucaristia, caso per caso e dopo attento discernimento, persone divorziate e risposate civilmente (dette d&r). Poi, nel ’17 tre vescovi del Kazakhstan affermavano: «L’ipotesi del papa rappresenta un’alterazione sostanziale della bimillenaria disciplina sacramentale della Chiesa. Inoltre, una disciplina sostanzialmente alterata comporterà col tempo anche un’alterazione nella corrispondente dottrina».

Sempre nel ’17, in aprile, un convegno romano dedicato a “Fare chiarezza su Amoris laetitia” adombrava l’accusa di “eresia” a Francesco; poi, in luglio, una quarantina di laici cattolici rivolgevano al papa una Correctio filialis de haeresibus propagatis(correzione filiale a causa della propagazione delle eresie), che poi raggiungerà le duecentocinquanta firme. L’iniziativa del 2019 si inserisce in questo filone. Il leitmotiv è sempre quello [a chi volesse approfondire mi permetto di suggerire un mio libro – vedi pag. 45]: Francesco dice “sì” là dove tutti i 42 papi che si sono succeduti da Pio IV, che chiuse il Concilio di Trento, a Benedetto XVI, hanno detto “no”.

Bene, riteniamo, ha agito il papa gaucho, imprimendo una virata teologicamente e pastoralmente onesta seppur clamorosa, perché nella linea del Vangelo (e del Concilio di Nicea, che però egli mai cita espressamente). Però meraviglia che quasi l’intera mailing list del mondo teologico italiano non evidenzi l’impressionante “discontinuità” tra lui e i suoi immediati predecessori.

 

Siamo convinti anche noi che, quanti/e accusano il papa regnante di propagare “eresie”, affastellino considerazioni ragionevoli con distorcimenti capziosi, semplificazioni storiche, cortocircuiti teologici e mire politiche ”reazionarie”.

E, dunque, condividiamo le critiche sferzanti che il teologo Giuseppe Ruggieri rivolge loro (Repubblica, 11 maggio). È saggio, tuttavia, tacere del grandioso cambiamento compiuto da Francesco che, in nome del Vangelo, ha scavalcato ribadite norme dottrinali/pastorali magisteriali che Lo contraddicevano? Un tale imbarazzato silenzio, forse scelto per indorare una pillola amara per i “tradizionalisti”, finisce per rafforzare l’ostinazione dei moderni crociati, e fortifica la loro voglia di scisma e di distruzione dell’anima stessa del Vaticano II.

Questi signori affermano: «Tra lo stabilire (Wojtyla + Ratzinger) che d&r possono convivere, per il bene dei figli, ma come fratello e sorella e, invece (Bergoglio), l’adombrare che essi, caso per caso, possono vivere sponsalmente, e accostarsi all’Eucaristia, non vi è “omogeneo sviluppo”, ma insuperabile divergenza». Dicono il vero. Infatti, si è di fronte – se le parole hanno un senso – ad una insuperabile contraddizione del magistero che, infine, si converte all’Evangelo. Perché, dunque, sottacere la lieta notizia?

Parlando in generale, il teologo tedesco Michael Seewald su Concilium (1/19) critica un magistero «incapsulato nella ideologia della continuità», la quale… «ha due strategie: o un’innovazione è negata come innovazione e si suggerisce che da sempre si è insegnato ciò che si insegna oggi, oppure una posizione non più sostenibile viene lasciata cadere in silenzio, nella speranza che nessuno se ne accorga».

Un mese fa (5-7 maggio) il papa ha visitato Bulgaria e Macedonia del Nord. Nella consueta conferenza stampa nel viaggio di ritorno, ha parlato della donna-diacono; tema che ha meglio approfondito incontrando il 10 del mese più di ottocento superiore generali di congregazioni religiose (Uisg). Nel 2016, proprio su suggerimento di quel cartello, aveva costituito una commissione di studio – sei donne e sei uomini – sul diaconato delle donne, «soprattutto riguardo ai primi tempi della Chiesa». Adesso, sull’aereo e poi rispondendo ad una suora dell’Uisg, ha detto che i/le componenti della commissione per ora non hanno trovato un accordo su un quesito decisivo: nei primi secoli, le “diaconesse” ricevevano una ordinazione sacramentale, analoga a quella prevista per i maschi, oppure no? Precisando: «Nel caso del diaconato dobbiamo cercare cosa c’era all’inizio della Rivelazione, e se c’era qualcosa, farla crescere e che arrivi… Se non c’era qualcosa, se il Signore non ha voluto il ministero, il ministero sacramentale per le donne, non va».

Fallita la commissione del ‘16, sarà un’altra a risolvere l’enigma? Arduo sperare che si possa uscire, così, da un vicolo cieco. Eppure nel Vangelo vi sono indizi che il corpo vivo della Chiesa potrebbe ritenere fondamento adeguato, non tanto per le “diaconesse”, ma per ammettere le donne a tutti i ministeri nella Chiesa, nessuno escluso, superando la radicata concezione del “sacerdozio” (estranea, sostengono moltissimi esegeti, al pensiero di Gesù). E il fondamento è il mandato di Gesù Risorto a Maria di Magdala, la quale gli era stata accanto quando era morente sulla croce: «Annuncia ai discepoli la mia risurrezione». Non è dunque con la ricerca storica sulla “diaconesse” (pur utilissima – come il riferimento a Febe, in Romani 16,1 – ma, spesso, inadeguata) che si risolve il problema Chiesa/donna; occorre scavare l’input evangelico che potrebbe dare luce nuova alla questione, e far fare alla Chiesa romana il grande balzo. Infatti, è mai pensabile che chi ha da Gesù il mandato di annunziare a tutti/e la Resurrezione, non possa presiedere la celebrazione della Cena del Signore?

Non una commissione, e nemmeno un papa da solo potrà ardire tanto. Sta al popolo di Dio osare, anche se vi sarà chi, legato alle idee di Benedetto, vescovo di Roma emerito (della cui strategia ostruzionista abbiamo parlato nel numero scorso di Confronti) si opporrà strenuamente a questa nuova prassi. Ma… no pasaran. Spetterà infine ad un Concilio – con “padri” e “madri” – mettere il sigillo su questa rivoluzione evangelica.

L’11 maggio, il cardinale elemosiniere, Konrad Krajewski, a Roma ha rotto i sigilli – pur apposti, il 6 del mese, dalle legittime autorità comunali a utenti ritenuti “morosi” per 319mila euro – che impedivano ai contatori di illuminare il palazzo dello Spin Time Labs, occupato da 450 persone, di cui 98 bambini. Il porporato si è detto disposto ad accettare tutte le conseguenze della sua azione. È il segnale che Francesco manda per casi analoghi ovunque?

Il Vaticano, però, non ha applaudito un’altra gioiosa iniziativa. Maria 2.0, è un sito cattolico, all’apparenza di carattere devozionistico, in realtà luogo virtuale di raccordo, e di sprone, lanciato da gruppi di donne tedesche che hanno proposto “lo sciopero della messa” tra le domeniche 12 e 18 maggio. La Lega delle donne cattoliche tedesche (Kdfb) e la Comunità delle donne cattoliche della Germania (Kfd) hanno sollecitato l’episcopato del loro paese a non ignorare “l’importante segnale”. «Senza di noi la Chiesa chiude» è stato un altro slogan della manifestazione: essa prevedeva che in quella settimana le donne interrompessero ogni servizio volontario per le attività parrocchiali e che, vestite di bianco, la domenica se ne stessero sul sagrato della chiesa.

Hanno lanciato, anche, parole d’ordine precise (ben viste perfino da alcuni vescovi): stroncatura decisissima delle violenze sessuali del clero contro le donne, e «ammissione delle donne a tutti i ministeri ecclesiali».

La Germania non è il mondo, e quelle gentili proteste oggi sono elitarie; tuttavia, ritenere quanto là accaduto solamente una rondine che non fa primavera, significherebbe ignorare un’onda che rischia, allargandosi, di diventare uno tsunami. Ma ci piace sperare che l’incombente, prossima stagione ecclesiale sia un’estate ricca di messi. Caratterizzata dalla ri-scoperta di Maria di Magdala.

 

[pubblicato su Confronti 06/2019]

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