Pensare o pregare - Confronti
Home Rubriche Pensare o pregare

Pensare o pregare

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

In un’epoca di polarizzazioni, dove il cristianesimo è in decrescita nell’emisfero nord del mondo e in crescita al sud, fede e pensiero sono ancora visti come atteggiamenti contrapposti. Può, oggi, la teologia di matrice occidentale mostrare che la fede può pensare criticamente e il pensiero critico essere credente?

La ricerca sociologica riprende costantemente due dati: 1) il cristianesimo è in forte crescita nell’emisfero sud del globo e in drammatico regresso in quello nord, con l’Europa come punta di diamante, si fa per dire, della “scristianizzazione”;
2) il cristianesimo che cresce è prevalentemente evangelicale; anche a nord, sembra, almeno a prima vista, che le chiese di quest’ultimo tipo godano di salute assai migliore rispetto a quelle tradizionali, specialmente protestanti.

Le due constatazioni hanno molti elementi di convergenza. Qui ne sottolineo uno: il singolare fenomeno di un cristianesimo che cerca di confrontarsi criticamente con le sfide intellettuali del proprio tempo, cioè che elabora teologia, risulta in ogni caso fuori gioco.

La teologia classica, cattolica e protestante (il caso ortodosso è, come sempre, diverso e non può essere esaminato in questa sede) è un prodotto culturale di matrice euro-occidentale, che si è esteso al mondo culturalmente plasmato da tale eredità. Il secondo Novecento ha visto nascere, è vero, innumerevoli teologie del sud del mondo (semplificando: di matrice “liberazionista”) e anche teologie “del nord” che imitavano, più o meno maldestramente, le prime. Anche queste nuove teologie, però, hanno largamente ereditato, per quanto criticamente, schemi culturali occidentali, né avrebbe potuto essere altrimenti; non è chiaro, inoltre, fino a che punto abbiano stabilito nuovi paradigmi intellettuali di riferimento; infine, non sembrano svolgere un ruolo propulsivo nel cristianesimo in espansione.

La chiassosa lobby intellettuale che fa proprio lo slogan di Christopher Hitchens, «Dio non è grande», trae da tutto questo una conclusione che, in effetti, non appare peregrina: se il cristianesimo che cresce non pensa e quello che vorrebbe pensare, o dice di farlo, sparisce, significa che cristianesimo e pensiero critico sono incompatibili. Come volevasi dimostrare. Tale conclusione, riformulata, ma in fondo neanche tanto, è condivisa da quegli ambienti cristiani, anche di matrice “classica”, i quali ritengono che la teologia non convinca chi è “fuori” e insinui dubbi in chi è “dentro”: quindi, se proprio non se ne può fare a meno, è meglio assumerla in dosi omeopatiche.

So che è politicamente scorretto e sgradito a molti amici e amiche, ma non posso fare a meno di chiedermi se alcuni aspetti almeno di questo atteggiamento non caratterizzino anche il pontefice in carica.

Le teologie della liberazione ci hanno spiegato, in modo convincente, che ogni forma di pensiero è contestuale: forse è ovvio, fatto sta che per millenni nessuno se n’è accorto. Ebbene, la teologia di matrice europea occidentale (quella che ha assunto la critica storica; il dialogo con la filosofia; la natura dinamica dell’etica; le sfide dell’immagine dell’universo proposta dalle scienze della natura; gli orizzonti della tecnologizzazione dell’umano: tanto per fare qualche esempio), quella che vive nel cuore della scristianizzazione, è oggi di fronte a una sfida di importanza semplicemente vitale. Se dovessi individuare analogie storiche, le cercherei più nel XIII secolo (Tommaso d’Aquino) che nel XVI, quando lo scontro tra la Riforma e la chiesa del papa si è svolto all’interno di un paradigma intellettuale largamente condiviso.

Si tratta, molto semplicemente, di mostrare che la fede pensa criticamente e il pensiero critico può benissimo essere credente; e che la tesi contraria costituisce, essa sì, una superstizione ignorante. Tale tesi contraria non è naturalmente l’ateismo, che anzi la fede rispetta nel profondo e del quale avverte intimamente le ragioni, bensì la contrapposizione tra fede e pensiero. Essa vede uniti, non troppo paradossalmente, vista la comunanza di interessi, i profeti di un positivismo semplificato e le peggiori espressioni del cristianesimo bigotto.

Mio nonno, che non era teologo, sosteneva che «chi troppo studia, matto diventa» e ho sempre sospettato che abbia visto la mia adesione al protestantesimo come una conferma della propria teoria. Il compito della teologia del nostro tempo è mostrare che si può pensare pregando. Ciò significa intensificare l’umanità della preghiera e evangelizzare il pensiero.

 

[pubblicato su Confronti 07-08/2019]

Articoli correlati