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Riabitare l’Italia a partire dai margini

by Antonio De Rossi

intervista ad Antonio De Rossi. Architetto, Direttore del Centro di Ricerca IAM (Istituto di Architettura Montana) del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino.

[intervista a cura di Claudio Paravati, Asia Leofreddi]

Abbiamo intervistato Antonio De Rossi, architetto e PhD, professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana e direttore dell’Istituto di Architettura montana e della rivista internazionale «ArchAlp» presso il Politecnico di Torino. Ha al proprio attivo diverse realizzazioni architettoniche e progetti di rigenerazione in territorio alpino. Con i due volumi La costruzione delle Alpi (Donzelli, 2014 e 2016) ha vinto il premio Rigoni Stern e il premio Acqui Storia. Ha curato il volume Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli, 2018).

“Le aree interne: tra abbandoni e riconquiste.” Cosa dobbiamo intendere con l’espressione “aree interne”, oppure come le chiamate “in contrazione” o “del margine”? Ci può fare qualche esempio di area interna?
Per lungo tempo, a partire dal periodo post unitario e poi soprattutto durante la modernità novecentesca, si è pensato alla marginalità come l’esito di due fattori in qualche modo interconnessi e coincidenti tra loro: la marginalità geografica e fisica, determinata dalla localizzazione in territori montuosi o collinari lontani dai centri urbani delle pianure, e l’arretratezza sociale e economica. Il secondo fattore veniva considerato quasi una derivata del primo, come se la marginalità spaziale comportasse in modo quasi automatico condizioni di sottosviluppo. Tale concettualizzazione è stata alla base delle diverse politiche che lungo più di un secolo hanno guidato la pianificazione delle aree interne del paese: eliminare le condizioni di perifericità come prerequisito per adeguare questi territori a un’ideale urbano di modernità.
In anni recenti, e in particolare con l’avvio della Strategia nazionale per le aree interne, questo postulato di lunga durata è stato radicalmente messo in discussione: la marginalità non dipende dalla geografia, ma dal deficit di diritti di cittadinanza, ossia dal livello di servizi di welfare, sociosanitari, scolastici necessari per l’abitabilità di un territorio. Questa nuova visione è rivoluzionaria. La marginalità fisica non è più una condanna a priori, e questo consente di vedere i singoli territori per le loro valenze e specificità. Oggi alcuni spazi che fisicamente appaiono interni e marginali, che hanno vissuto drammatici processi di spopolamento – prendiamo ad esempio le vallate cuneesi, quelle del Mondo dei vinti di Nuto Revelli – stanno vivendo originali percorsi di sviluppo, capaci di intrecciare risorse locali e innovazione.

Nel libro si ricorda che quando parliamo di aree interne si fa riferimento a quasi un quarto della popolazione italiana, e a più dei due terzi del territorio nazionale. Come dobbiamo dunque intendere questa “questione nazionale” rispetto alle altre storiche categorie di suddivisione politica e sociale del nostro territorio (nord-sud ecc.)?
Rispetto a altre rappresentazioni aggregate (nordsud, ma anche città-campagna, pianura-montagna), l’idea di marginalità correlata ai diritti di cittadinanza di base consente di elaborare una mappa assai più puntuale del territorio italiano. Marginale può essere anche la frangia periferica di un grande agglomerato urbano. Ma non solo: traguardare questioni che storicamente hanno avuto narrazioni diverse e specifiche – lo spopolamento alpino, le molteplici criticità appenniniche, la questione meridionale, ecc. – verso un’unica immagine e rappresentazione consente di mettere in evidenza quello che oggi in Italia è paradossalmente invisibile: ossia l’esistenza di uno spazio “altro” immenso, che nelle vicende storiche di questo paese ha sempre assunto una valenza centrale – si veda il saggio di Bevilacqua contenuto nel volume –, che necessita di politiche e progettualità da elaborare finalmente al positivo. Perché oggi le aree interne italiane non sono più solamente un problema, ma un’opportunità – anche in relazione alla crisi delle aree metropolitane e ai territori di recente urbanizzazione – in termini di innovazione e sostenibilità economica, sociale, culturale, ecologica.

Cos’è la Strategia per le aree interne, in che senso differisce dalle politiche del passato? È ancora una valida “strategia” d’azione?
La Snai prende corpo nel 2012 grazie all’azione dell’allora Ministro alla Coesione territoriale Fabrizio Barca, e ha come obiettivo la riduzione del deficit di diritti di cittadinanza presente nelle aree interne. Sono state individuate 72 aree pilota dove il Comitato tecnico aree interne, in stretta relazione con le comunità locali, lavora per la riorganizzazione dei servizi pubblici di questi territori, garantendo l’individuazione di modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze dei territori. È certamente una delle iniziative maggiormente innovative, specie in un paese che sui temi territoriali ha sperimentato ben poco in anni recenti. Vi è solo una criticità: facendo riferimento a risorse comunitarie, capita che non vi sia sempre convergenza tra le progettualità elaborate nelle Aree pilota e gli asset precedentemente decisi dalle Regioni in rapporto alla programmazione europea, e questo ha creato non pochi problemi. Ma la filosofia e il metodo di lavoro continuano a rimanere totalmente validi.

Nel libro si affronta il fenomeno del ripopolamento di alcune aree dall’arrivo di flussi migratori. È una bella notizia? Crea difficoltà o opportunità?
È un tema ovviamente delicato, che deve essere affrontato puntualmente, fuori da ogni prefigurazione ideologica. Talvolta mi sembra che rispetto al tema aree interne prevalga una sorta di horror vacui, che spinge a mettere al centro il reinsediamento come una sorta di dato assoluto. Ecco allora che stranieri o pensionati diventano “truppe” per conseguire l’obiettivo di rioccupazione di territori in abbandono. Io credo che il tema vero sia completamente un altro: come costruire reali condizioni di abitabilità di questi spazi garantendo al contempo innovazione. È in questo quadro che gli stranieri possono diventare una straordinaria opportunità.

Fabrizio Barca nelle sue conclusioni dice «È dunque oggi necessaria una radicale inversione di rotta. Che faccia i conti in modo nuovo con i due nodi della conoscenza e del potere», e lascia intendere che un’azione democratica e partecipativa implichi allo stesso tempo una destabilizzazione politica. In che senso dunque è una sfida per “la conoscenza e il potere”?
Le molte esperienze di riattivazione e rigenerazione che in questo momento stanno avendo luogo nelle aree interne (e sono davvero tantissime) mostrano progettualità di individui che nel loro divenire pratiche si tramutano in atti di valenza collettiva e politica. Questa moltitudine di individui, priva di rappresentanze politiche, sta in qualche modo autorganizzandosi, costruendo percorsi originali e di grande interesse per la messa a punto di progettualità specifiche per questi territori. Percorsi dove valorizzazione delle risorse locali naturali e culturali, turismo responsabile, nuova agricoltura, innovazione sociale a base culturale, inedite forme di imprenditorialità vengono a intrecciarsi. Il caso delle Cooperative di comunità – diffuse sull’Appennino emiliano e non solo – è sotto questo profilo emblematico. La creazione di conoscenze inedite e la gestione dei rapporti di forza diventano, per il successo e il futuro di questi fenomeni in atto, un nodo a questo punto centrale.

“Innovatori sociali”, “innovatori culturali” e “imprenditori pubblici”. Cosa si intende qui per “innovazione”? In che senso è parte centrale del cambiamento? Ha a che fare con l’innovazione tecnologica? Come realizzare tale innovazione stante le difficoltà di infrastrutture, di spopolamento, di impoverimento delle aree interne?
La riflessione sullo sviluppo e l’innovazione delle aree interne è molte volte ferma a un’idea di patrimonializzazione delle risorse storiche e culturali, non aliena al pensiero del marketing territoriale, che in fondo ha come obiettivo ultimo la valorizzazione turistica. Per costruire reale abitabilità il turismo non basta, e anzi in alcuni casi è persino controproducente. Noi dobbiamo ricostruire una visione produttiva delle aree interne. Che si tratti di utilizzo ecosostenibile delle risorse forestali o di trasferimento tecnologico legato alla gestione geomorfologica del territorio, di nuova agricoltura o di inedite professioni di ricerca e intellettuali. Serve una nuova cultura specifica per questi spazi, capace di riprendere saperi del passato ma intrecciandoli con l’innovazione. Che non può essere solamente tecnologica, pena la creazione di un feticcio che rischia di distogliere l’attenzione dalla necessità di riprocessare in termini completamente nuovi risorse e culture. E questo non può che avvenire se non costruendo un dialogo tra interno e esterno, tra saperi locali e globali. L’autarchia è il grande nemico delle aree interne.

La ricerca di Fusco e Picucci dimostra come gli abitanti delle aree interne nel 2013 e nel 2018 al voto abbiano favorito partiti anti-establishment come i 5 Stelle e la Lega rispetto ai partiti tradizionali. Si registrano inoltre ripiegamenti identitari e un forte anti-europeismo. Quali rischi si corrono a abbandonare questi luoghi dal punto di vista politico?
I rischi sono molteplici. Certamente di natura democratica. Io però ne vedo uno peggiore degli altri. Oggi le aree interne, nelle loro esperienze più avanzate, esprimono un potenziale di cambiamento e di sperimentazione che può essere fondamentale per un paese oramai perennemente in crisi e in transizione. Abbandonare le aree interne a loro stesse – e su questo il pensiero progressista, con la sua metrofilia, ha forti responsabilità – significa correre il pericolo di non cogliere le chance connesse alla creazione di nuove forme di economia e di società.

Perché l’articolo 3 della nostra Costituzione ci obbliga a una rivalutazione delle aree interne? Il Forum disuguaglianze e diversità è un tentativo di elaborare una risposta organica che tenga insieme le differenti istanze in gioco?
Il comma 2 dell’articolo 3 – «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» – è forse la parte di maggiore interesse e attualità del corpus costituzionale, soprattutto in rapporto alla corretta concettualizzazione delle aree interne e al loro possibile progetto di futuro. Compito della Repubblica non è fare le cose o sostituirsi ai cittadini, ma creare le condizioni affinché le forze innovatrici della società possano manifestarsi e prevalere. È esattamente il contrario della visione assistenzialista e paternalista che lo stato ha sempre avuto sugli spazi di margine. Proprio qui interviene il pensiero del Forum, che mi pare una continuazione in termini di costruzione di scenari inediti della riflessione sui diritti di cittadinanza, a fronte dell’emergenza politica dell’oggi.

[pubblicato su Confronti 07-08/2019]

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