Home Editoriali Kashmir tra fondamentalismo e spettro del “Grande gioco”

Kashmir tra fondamentalismo e spettro del “Grande gioco”

by Enrico Campofreda

di Enrico Campofreda. Giornalista.

Tutt’altro che morbida la politica del Kashmir – che dalla famosa lana mongola, a lungo lì lavorata, ha tratto nome ed economia – sin dalla nascita del suo Stato autonomo ha incontrato problemi e fomentato attriti. Un punto di non ritorno sembra viverlo dallo scorso 5 agosto, quando il governo centrale indiano ha lacerato ogni convivenza fra gli hindu, presenti su 2/3 di quel territorio e la maggioranza islamica concentrata nella restante parte. In tutto dodici milioni di abitanti, con alle spalle due incontrollabili giganti: il colosso indiano, la nazione- continente, e il prolifico Pakistan, il Paese a maggior crescita demografica dell’ultimo mezzo secolo. La mossa incendiaria di New Delhi è nota: il premier Narendra Modi ha abrogato per decreto l’articolo 370 della Costituzione e azzerato l’autonomia di quella regione. Così sarà permesso l’acquisto di terreni ai non kashmiri, intento finora vietato per legge e fattore che può introdurre una trasformazione socio-politica e confessionale a favore degli hindu. Si tratta dell’ennesima accelerazione prodotta dalla politica confessionale esasperata del Bharatiya Janata Party (Bjp), ovvero il fanatismo religioso fatto politica. Un doppione ben camuffato del qaedismo e delle Shure talebane.

Certo, quest’ultime parlano con auto-bomba e kamikaze, però il fondamentalismo istituzionale non è da meno, compreso quello strisciante del sovranismo europeo. Lui innesca ben altre ordigni, quelli dei contrasti etnico-religiosi che, nel Medio Oriente nato fra le due guerre mondiali, rinfocolano conflitti senza soluzione di continuità. Quello che potrebbe riaccendersi fra India e Pakistan è uno scontro già visto in tre occasioni (1947, ’65, ’71) con alcune migliaia di morti, ma soprattutto un trascinamento di talune “non soluzioni”. La vicenda del Kashmir è una di queste. Ora col tempo trascorso, la tecnologia montante, le risorse accresciute, le alleanze di ciascuno con una o più potenze mondiali, le rinnovate contrapposizioni possono diventare devastanti anche per la contiguità con aree di crisi, a cominciare dall’Afghanistan, dove agisce l’altro potere pakistano rappresentato dai turbanti. Attualmente Trump – ma prima di lui Obama e Bush – tende egualmente la mano (e le armi) a Pakistan e India. Seppure quest’ultima sia oggetto delle neo attenzioni mondialiste del Cremlino, non più sovietico ma putiniano. Del resto pure l’epoca dei Nehru e Ghandi è tramontata, e l’India attuale punta molto in alto, costi quel che costi a se stessa, a concorrenti e nemici. Dovendo ancora crescere per poter competere con la Cina, Delhi necessita di amicizie potenti come quella statunitense, ma trova nella Casa Bianca una limitazione alle focose direttive di Modi cui si preferisce il più diplomatico omologo pakistano Khan.

Proprio il territorio del Kashmir è zona di contatto con la Cina, con frontiera e passi a cinquemila metri e oltre, ma nelle valli kashmire in queste settimane di crisi Delhi ha riversato decine di migliaia di soldati che s’aggiungono a quelli già presenti con cifre sproporzionate e incontrollate. Si parla di mezzo milione di uomini, inviati a reprimere e incarcerare gli abitanti, oltre agli attivisti islamici. Addirittura Delhi ha fatto un repulisti della leadership locale, anche hindu, fermando l’anziano capo del partito alleato del Bjp, pur sempre kashmiro. Un simile intervento spinge al conflitto civile, cui il fondamentalismo islamico pakistano pensa a rispondere con la chiamata al Jihad, per ora frenato dal governo di Islamabad con sequestro di armi. Ma quanto potrà durare se esistono politici di primo piano che soffiano sul fuoco come fa Ahmit Shah, lo stratega e consigliere principale di Modi e suo ministro dell’Interno?

Le posizioni antislamiste di Shah non sono isolate, l’intero establishment del Bjp lavora per lo stato confessionale e sciovinista. Quest’ultimo cancro la geopolitica lo conosce bene. Nel “Secolo breve” che ci siamo lasciati alle spalle ha inondato di sangue tre continenti. La Cina dell’espansione economica, al di là delle repressioni interne, finora non partecipa a conflitti, però i suoi rapporti con l’India non sono rilassati e potrebbero precipitare qualora Pechino pensasse a colpire indirettamente la nazione-continente favorendone il suo nemico giurato. Determinati interessi interni e internazionali potrebbero delineare una riedizione del “Grande gioco” con attori che s’alternano o integrano quelli degli Imperi ottocenteschi. Le spie della letteratura dell’epoca lasciano il posto a inquietanti giochi degli odierni Servizi. E su una tale scacchiera l’individuo risulta una pedina divorata da ingordi interessi.

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