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Teologia (e) politica

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

I recenti avvenimenti politici, con le conseguenti esibizioni di simboli religiosi, denunciano in Italia un deficit di teologia che favorisce – oltre una pratica spregiudicata della “pietà popolare” – anche un certo analfabetismo religioso. In un contesto simile, quale può essere il ruolo della teologia e quando essa può definirsi “concreta”?

In un recente articolo su Avvenire, Giuseppe Lorizio, professore alla Pontificia università lateranense, rileva l’esigenza di una riflessione teologica che si faccia carico dell’“uso pubblico” dei simboli cristiani e in generale dell’immaginario religioso.

L’occasione immediata è naturalmente fornita dalle recenti esibizioni di rosari, consacrazioni al cuore immacolato di Maria, professioni di devozione a padre Pio, che sembrano inflazionare il miserando dibattito politico degli ultimi mesi; la riflessione, tuttavia, va al di là della cronaca, per investire la responsabilità civile della teologia nell’attuale contesto e con particolare riferimento all’Italia e dunque al cattolicesimo romano. Tra i numerosissimi spunti offerti dal testo ne riprendo però uno che (purtroppo, si può ben dire) ha una rilevanza ecumenica.

Lorizio evidenzia un duplice e simmetrico problema: in Italia assistiamo a un deficit di teologia, il che favorisce una pratica, diciamo così, spregiudicata della cosiddetta “pietà popolare”, la quale rischia di andare per la propria strada. Al di fuori della chiesa cattolica, aggiungo io, questo deficit favorisce l’analfabetismo religioso dei cosiddetti laici, con conseguente tracollo del livello di molti dibattiti assai rilevanti.

In altri paesi europei (Lorizio menziona Francia e Germania), invece, la teologia accademica manifesta la tendenza ad avvitarsi in una problematica piuttosto astratta, lontana dalle domande, anche religiose, della società, che non sono affatto scomparse, ma che si esprimono in linguaggi diversi da quelli della teologia professionale. È esattamente così e la teologia protestante sta peggio, se possibile, di quella cattolica.

Diversi fattori, tra i quali l’esigenza, a volte ossessiva, di difendere le proprie posizioni all’interno dell’università di stato, spingono verso una produzione teologica che si presenta come “scientifica”, mentre in realtà è autoreferenziale.

Di per sé, l’istanza avanzata da Lorizio non è ignota alle teologie d’Oltralpe e viene di solito affrontata mediante la cosiddetta “teologia pubblica”, della quale abbiamo parlato anche in questa rubrica: un pensiero auspicabilmente capace di intercettare istanze e problemi diffusi nel dibattito secolare, dalla bioetica ai diritti civili, all’accoglienza. Anche molta “teologia pubblica”, però, è dominata da un’esigenza di autoconservazione: dall’idea, cioè, che parlando di temi “concreti”, sia meno difficile farsi ascoltare.

È esattamente a questo punto che si pone la domanda cruciale: che cosa (o meglio: chi) è “concreto”, per la teologia? La risposta è semplicissima e largamente ecumenica: Il Dio trinitario che si rivela in Gesù. La teologia è concreta quando è capace di parlare di Dio. Una teologia in grado di parlare con pertinenza di Dio saprà anche intervenire su questioni “quotidiane”: Dio, infatti, è “quotidiano” al massimo grado.

Il deficit di teologia dei paesi latini e l’eccesso di accademismo di quelli centroeuropei hanno a che vedere con la debolezza di chiese che da una parte sono tentate di rifugiarsi nel fortino della “pietà popolare”, dall’altro si arrovellano in modo persino patetico su come rendersi “interessanti” per l’opinione pubblica. I due atteggiamenti esprimono una comune sfiducia in ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di ogni vita ecclesiale e dunque teologica: Dio stesso è interessante.

Prima di domandarci con quali strumenti concettuali e mediatici parlarne agli altri, dovremmo chiederci se la passione per Dio sia effettivamente il centro del nostro pensare: se cioè l’eterno lamento sulla sordità “religiosa” della società secolare non sia secondario rispetto all’autosecolarizzazione delle chiese (e dunque anche delle facoltà teologiche), sempre alla ricerca di temi che possano avvicinare il prossimo a un messaggio dal quale noi stessi ci allontaniamo. I destini della teologia sono sempre legati a quelli della chiesa. Entrambe, infatti, costituiscono una provocazione: in un mondo, anche religioso, profondamente convinto della propria autosufficienza, esse annunciano una parola esterna, che afferma di essere decisiva e in tale annuncio hanno la propria (paradossale) ragion d’essere.

[pubblicato su Confronti 10/2019]

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