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Gli ultimi saranno − Laboratori creativi e buone pratiche in carcere

by redazione

(Intervista a Raffaele Bruno a cura di Claudio Paravati)

Il 10 febbraio si terrà a Roma un convegno-spettacolo in una sede istituzionale. Di cosa tratta “Gli ultimi saranno”?
“Gli ultimi saranno” è un progetto che comincia nel dicembre 2018 e si articola in una serie di incontri in carcere, che prevede la partecipazione attiva di tutte le persone presenti. Arriviamo in carcere con un gruppo di artisti e il nostro repertorio, dopo aver contattato preventivamente i responsabili del laboratorio teatrale o dei laboratori creativi già presenti nella struttura, che preparano i detenuti, così da permettere loro di interagire con noi e creare qualcosa insieme. La definizione corretta di questo evento è “rito di improvvisazione” e ha l’obiettivo di mostrare plasticamente, toccando le corde dell’anima, gli effetti benefici che questi laboratori hanno sulle persone.

Perché un laboratorio in carcere? Qual è l’obiettivo?
Quest’intuizione nasce da una mia esperienza decennale in quest’ambito. Quindi l’intenzione è mettere in evidenza la potenzialità che l’arte ha nel processo evolutivo, non solo in generale, ma soprattutto nel caso di persone che stanno vivendo un momento di criticità. Quando un detenuto incontra l’arte laddove non si aspettava di trovarla, in un momento di crisi dietro le sbarre, ha una preziosa possibilità di incontrare sé stesso, conoscersi e evolvere, per uscire quindi dal carcere diverso e migliore.

Come Confronti abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare sulla libertà di religione e di coscienza nelle carceri italiane, grazie a un progetto finanziato dall’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi). Siamo ancora indietro col riconoscimento della libertà di credere e di non credere?
C’è sempre bisogno di libertà. La libertà non è mai abbastanza, e c’è bisogno che tutti, indipendentemente dai ruoli che ricopriamo, ci rimbocchiamo le maniche per ampliare questi spazi di libertà, e la possibilità di manifestare il proprio credo, il proprio pensiero e il proprio essere. Io mi sono formato nei miei valori e nella mia etica abitando tante comunità evangeliche e l’ambizione è che la società tutta si faccia comunità. Nei nostri incontri proviamo a passare questo messaggio in un luogo critico e difficile come il carcere, ma l’auspicio è di estenderlo alla società tutta. In una società che si fa comunità tutti sono liberi di esprimersi, perché tutti vengono rispettati e nessuno viene lasciato indietro.

C’è bisogno nelle carceri di forme nuove, plurali, di cura spirituale?
Il carcere è una cellula, un pezzo di società, e dentro questo pezzo c’è ancora più bisogno di quello che è necessario fuori. Quindi offrire anche in questa sede un pluralismo religioso, che permetta alle persone di fare una scelta più consapevole, è sicuramente una cosa auspicabile. In una chiesa di Trastevere a Roma è stato attivato un bellissimo progetto, che prevede un percorso di assistenza per la polizia penitenziaria, una categoria che ha bisogno di un grande supporto, perché fa un lavoro difficilissimo. In tutte le professioni di cura alla persona è importante che ci sia un aiuto psicologico e spirituale.

Lei è un artista, e in questo momento un parlamentare della Repubblica. Sul tema delle carceri cosa è stato fatto di recente e cosa manca?
Tutto quello che riguarda il valore esperienziale di questi laboratori è accompagnato in parallelo da un’attività istituzionale, che si concentra proprio su questo tema. Il verbo “creare” accomuna l’uomo al divino e quando l’uomo lo pratica si eleva, ricevendo benessere da quello che fa e portandolo a chi lo contempla. Da qui deriva il grande potere evolutivo dell’arte. Quindi l’intenzione è di portare all’attenzione pubblica i benefici che può portare l’arte in contesti come il carcere, in cui la funzione principale è quella di rieducare. L’auspicio è che il detenuto entri con un bagaglio di scelte sbagliate e inconsapevolezza, per poi uscire cambiato attraverso un mezzo potente come l’arte. Per questo dal punto di vista legislativo, ho depositato una mozione, che ha avuto un ampio riscontro e che dovrebbe essere calendarizzata a breve, in cui il governo si impegna a sostenere questo tipo di attività, in modi che poi definiremo durante la discussione in aula.
Per quanto riguarda i risultati già ottenuti, c’è la modifica alla circolare ministeriale, che permette ai figli dei detenuti di avere diritto a una giustifica a scuola quando vanno a trovare i genitori.

Cosa si ripromette di fare il convegno-spettacolo?
Il convegno che faremo a Montecitorio ha lo scopo di riprodurre quello che accade in carcere, con i detenuti che reciteranno testi scritti da altri ma anche da loro. Farli parlare davanti a rappresentanti istituzionali per me è una cosa splendida e può essere una grande spinta interna alle istituzioni per creare una comunità solidale, che mette da parte i contrasti e quello che allontana, divide e distrugge, per agire insieme per questa causa. Sono stati invitati esponenti del governo, strettamente legati nella loro funzione al tema della mozione. Con me ci saranno gli artisti (Maurizio Capone, Blindur, Luk e Federica Palo), e i detenuti; poi le carceri hanno individuato una persona che racconterà le buone pratiche, che sono l’oggetto del convegno, per spingere le istituzioni a sostenere questa iniziativa.

Cosa ha in mente per il futuro di questo progetto?
Dopo aver incontrato tredici carceri della Campania e due del Lazio vogliamo incontrare le realtà delle altre regioni. Saremo a Torino, Modena, Milano e Turi e contiamo di coinvolgere anche le comunità locali. Quando ci spostiamo, contattiamo sempre le comunità per supportarci e collaborare insieme, perché raccontando cos’è la vita carceraria possiamo smontare pregiudizi e preconcetti, dati da una mancanza di informazione.
Un’altra iniziativa è la raccolta dei libri, adottata anche dal presidente della Camera, e anche all’interno di Montecitorio sono stati donati libri dai dipendenti e dai deputati. La parola d’ordine è collaborare, unire, ricucire. L’auspicio è collaborare insieme e che attraverso questa mozione queste iniziative non siano più una cosa eccezionale, praticata prevalentemente da volontari, ma che diventino norma, misura strutturale. In questa maniera il carcere potrebbe diventare un luogo in cui curare le malattie dell’anima e l’opportunità per conoscersi e cambiare. E solo attraverso una cura spirituale variegata ed efficace si può conoscere Dio.

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