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Inaequalitas – La disuguaglianza come strumento di governo nella Capitale d’Italia

by Gaetano De Monte

di Gaetano De Monte. Giornalista.

Poco più di 25 km di distanza tra due angoli della Capitale: Roma sud-est e Roma nord-est, dieci volte la differenza tra i livelli di istruzione, di reddito, occupazione e salute. Dal quartiere popolare di Tor Sapienza che sorge alle spalle dell’antica via Prenestina, ai Parioli, luogo eletto a residenza di ambasciatori, avvocati di peso e grand commis dello Stato, costruttori e manager di multinazionali private, lì dove risiede l’alta borghesia facente parte del generone romano; tra i due poli urbani, dunque, esiste un divario esponenziale in termini di accesso alla cultura, risorse, disponibilità di servizi. A raccontarlo sono le centinaia di pagine de Le Mappe della disuguaglianza, sottotitolo, Una geografia sociale metropolitana, recente pubblicazione curata dai ricercatori Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi per Donzelli editore. Il volume raccoglie in parte gli esiti del progetto #mapparoma nato nel febbraio 2016 ed è pensato per unire il rigore scientifico con un linguaggio accessibile a tutti; proponendo dati qualificati sui quartieri romani in forma cartografica, con lo scopo primario di evidenziare le forti differenze socio-economiche che caratterizzano il territorio di Roma.

Le Mappe della disuguaglianza e  Mapparoma sono «un linguaggio che tiene insieme la curiosità della ricerca e la passione per le sorti civili della città», e, dalle cui pagine, «pur nella freddezza dei numeri, affiora un appello accorato affinché il compito repubblicano del rimuovere le diseguaglianze diventi davvero una priorità politica». Così scrive Walter Tocci, amministratore pubblico di lungo corso – ex assessore comunale alla mobilità che aveva avviato a suo tempo il potenziamento del trasporto pubblico nella Capitale – nella postfazione al volume: «È merito degli autori avervi insistito da molti anni con le loro ricerche sulla condizione della periferia romana, anche quando quella priorità era stata dimenticata perfino a sinistra».

In realtà,  Lelo, Monni e Tomassi, nel corso della loro costante ricerca, provano ad offrire nuove chiavi di lettura che possano sostituire la semplificazione centro-periferia, in una descrizione della città che cerca di tenere insieme «le forme spaziali e le loro genealogie, i modi di vita e i loro immaginari collettivi, le dinamiche elettorali e le loro cause politiche», laddove, scrive ancora Tocci: «la D della diseguaglianza è connessa alle altre tre D: la distanza, la densità e la durata». Con l’evidenza che più i quartieri di Roma sono lontani dal proprio centro geografico, sono meno densi e meno storicizzati, e più lo diventano poveri in termini di opportunità e relazioni.

Una separazione urbanistico-spaziale che va di pari passo con l’emarginazione sociale. A Roma, e solo nella Capitale d’Italia, esiste quella che gli urbanisti hanno definito in termini di «gerarchia spaziale», la quale ha costituito l’intera cifra dello sviluppo urbano novecentesco, dall’inizio del periodo fascista fino all’edificazione dei nuovi quartieri ai giorni nostri. Quando il 31 dicembre del 1925 il duce Benito Mussolini annunciava con un discorso in Campidoglio l’immediata costruzione delle «avanguardie di case», cioè, la nascita delle borgate, San Basilio, Trullo, distanti una decina di chilometri dal centro e non visibili dalle antiche vie consolari, aveva in mente di costruire una idea di città attraverso cui «emarginare spazialmente e socialmente la parte più povera della popolazione».

Una tendenza alla separazione che non ha avuto eguali in altre grandi città italiane, neppure nel dopoguerra, dove per esempio al Nord nelle grandi città industriali, Milano e Torino, l’espansione edilizia ha seguito lo sviluppo degli insediamenti industriali, comunque non distanti rispetto al contesto urbano, e invece al Sud – vedi Napoli – i ceti popolari hanno vissuto negli stessi luoghi degli aristocratici, nei piani bassi dei palazzi signorili, oppure quando è accaduto che essi sono stati espulsi dalla città, hanno trovato nuclei di paesi storici già abitati, oggi diventati la periferia orientale della metropoli partenopea, Secondigliano, Ponticelli.  

Tornando a Roma, invece, la nascita delle borgate è un unicum in Europa, «un pezzo di città in mezzo alla campagna, che non è realmente né l’una né l’altra cosa», così le aveva definite tempo fa un grande urbanista italiano come Italo Insolera. Attorno alla separazione spaziale costituita dalle borgate, nel dopoguerra, il partito comunista romano fonderà il mito politico-sociale del loro riscatto, con i suoi abitanti sottoproletari che conquisteranno servizi e diritti, istruzione e reddito, saldandosi nelle lotte per la dignità insieme a quelle di altri gruppi sociali residenti in zone confinanti: gli operai delle fabbriche delle zone industriali del Tiburtino, dell’Ostiense e del Tuscolano, specialmente.

Numeri della disuguaglianza
Oggi che quel mito ha esaurito la sua spinta propulsiva e la propria narrazione politica, le antiche borgate, e ciò che le circonda, offrono al visitatore una aura pasoliniana che li pone però a rischio di processi estremi di gentrificazione, con la conseguente espulsione dei ceti popolari; nel frattempo, le zone degli antichi borghetti sono diventati tra i luoghi più vivaci e vivibili della città di Roma, anche se tuttora ignorati dalle politiche pubbliche, come accade del resto per una grossa parte della città su cui si proietta l’onda lunga della disuguaglianza.

Ed è così che a Roma coesistono almeno due città: divise dalla dotazione di capitale umano e fisico, ma anche dal capitale sociale; dal punto di vista demografico, come mostrano le differenze tra l’età media degli abitanti dei quartieri e la numerosità delle famiglie; ma pure divisa sulle opportunità lavorative, specialmente, sulla possibilità per le donne di accedere al mercato del lavoro. Guardando al tasso di occupazione calcolato all’interno delle Mapparoma se ne ha particolare evidenza: «tra il minimo del Tufello nella periferia storica a nord (quasi 41%) e il massimo di Magliana, che corrisponde a Muratella, vicino al Grande raccordo anulare a sud-ovest (69%), la differenza è di ben 28 punti percentuali».

E ancora, per ciò che riguarda il tasso di disoccupazione, il dato massimo che si registra è a Tor Cervara (17%), più del triplo di quello del quartiere Parioli (5%). Quest’ultimo è vicino al dato del I e XV Municipio ( zone Centro Storico, Tor di Quinto, Salario, Farnesina, Prati,  Eur) dove si registra un 6% di disoccupazione; ancora opposto rispetto a quello delle periferie a nord (Tufello e Ottavia), est (Tor Fiscale, San Basilio, Torre Angela), sud (Santa palomba) e sul litorale (Ostia Nord), in cui è presente una percentuale vicina al 13% di persone che non studiano e non lavorano. A fronte di dati di questo tipo – secondo gli autori delle “Mappe della disuguaglianza” – servono con urgenza «progetti specifici, da attuare in collaborazione con i diversi livelli di governo e con l’aiuto dell’associazionismo locale nei quartieri che maggiormente subiscono la contrazione delle opportunità dovuta ai bassi livelli di istruzione, all’abbandono scolastico, alla ridotta partecipazione al mercato del lavoro».

Ed è proprio in quest’ottica che giovedì prossimo la Diaconia Valdese ha organizzato a Roma in Via dei Frentani un convegno nazionale sulla disuguaglianza: Oltre le parole è il titolo. La costruzione permanente di comunità sociali a misura dell’individuo, è l’obiettivo.

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