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Per un’economia e una scuola attente al vero benessere

by Lorenzo Fioramonti

di Lorenzo Fioramonti. Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca della Repubblica italiana.

(intervista a cura di Michele Lipori)

Quale dovrebbe essere il ruolo dell’economia e della scuola in un mondo in cui la riduzione dell’impatto ambientale dell’essere umano è un’urgenza inderogabile? Si può creare sviluppo economico senza incentivare una cultura votata al consumismo? Può la scuola essere un luogo aperto a tutte le differenze? Lo abbiamo chiesto a Lorenzo Fioramonti, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Abbiamo intervistato Lorenzo Fioramonti, attuale ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca della Repubblica italiana nel secondo governo Conte. È professore ordinario di Economia politica all’Università di Pretoria (Sudafrica), dove ha fondato il Centre for the Study of Governance Innovation ed è stato vice direttore del progetto Future Africa. È inoltre professore straordinario presso la Scuola di Public Leadership dell’Università di Stellenbosch, senior fellow presso il Centre for Social Investment dell’Università di Heidelberg e la Hertie School of Governance (Germania) e associate fellow presso l’Università delle Nazioni unite e detiene inoltre la cattedra Unesco in Integrazione regionale, migrazione e libera circolazione delle persone.

Fra le sue pubblicazioni ricordiamo Diritti umani 50 anni dopo (Aracne, 1999), Fuori (Fermento, 2010), Poteri emergenti nell’economia politica e internazionale. Il caso di India, Brasile e Sudafrica (ETS, 2011), Presi per il Pil. Tutta la verità sul numero più potente del mondo (L’Asino d’oro edizioni, 2017). Il suo ultimo libro – appena uscito – è Il mondo dopo il Pil. Economia e politica nell’era della post-crescita (Edizioni Ambiente, 2019)

Perché il Pil non è uno strumento sufficiente per definire il benessere di una collettività nazionale e il suo livello di sviluppo o progresso? Cosa succede davvero quando cresce o diminuisce?
Il Pil non è stato pensato per misurare il benessere, neanche nelle intenzioni iniziali. Esso è semplicemente una somma dei consumi – quindi misura ciò che produciamo e ciò che consumiamo – ma non misura in alcun modo se ciò che produciamo o consumiamo aumenta in qualche modo il nostro “progresso”, il nostro benessere sociale. Si possono fare tanti esempi. Ogni volta che si verifica un incidente stradale si assiste a un aumento della produzione: ci sono consumi, è necessario produrre e pagare degli autoricambi, le assicurazioni si metteranno in moto, di conseguenza vedremo delle transazioni in denaro. Tuttavia, non è detto che l’incidente faccia stare meglio una società, e lo stesso vale per l’inquinamento o la cattiva salute. Ci sono tantissime transazioni che muovono il denaro e diminuiscono il benessere. Il Pil non è stato mai immaginato per essere una misura di benessere e purtroppo oggi è anche una pessima misura di performance economica.

Oltre al Pil esistono altri parametri di misurazioni come il Gross national happiness (Gnh) e il Genuine progress indicator (Gpi). Cosa può dirci di più in proposito?
Come ho detto il Pil è una pessima misura della performance economica, oltre a non essere mai stata una misura del benessere. Questo perché il Pil misura sempre ed esclusivamente ciò che muove denaro, quindi le transazioni, ma nell’evoluzione dell’economia, soprattutto dell’economia moderna, stiamo notando che aumentano sempre di più dei beni e dei servizi che scambiamo gratuitamente e che aumentano il nostro benessere e la performance economica, ma non muovendo denaro non vengono registrati dalla contabilità nazionale, quindi dal Pil. Per esempio, vent’anni fa per fare una telefonata si andava in una cabina, si spendevano dei soldi, ma la transazione era costosa e l’effetto mediocre, perché – se anche si riusciva a parlare con qualcuno la qualità della conversazione non era ottimale. Oggi, invece, attraverso un’app spesso gratuita si possono fare miliardi di telefonate, miliardi di videoconferenze a un livello altissimo che non costano nulla. Oppure fino a qualche tempo fa, appena arrivati in un paese si comprava una mappa per orientarsi, oggi con un telefonino ci si orienta senza il bisogno di comprare una mappa, gratuitamente, e la prestazione è molto maggiore senza che ci sia un movimento di denaro. Quindi il Pil è diventato obsoleto perché non riesce a misurare l’attività economica in economie che si dematerializzano, quindi meno legate alla transazione ma che hanno degli scambi che producono effetti positivi per l’economia. Gli altri indicatori a cui si fa riferimento, misurano altre cose, per esempio la felicità, che è molto importante, perché ogni società ha diritto ad avere una sua “idea” di felicità. Il Pil, inoltre, è standardizzato in tutto il mondo, come se tutti potessero produrre progresso e sviluppo nello stesso modo. Ma noi sappiamo che il progresso e lo sviluppo in Groenlandia è molto diverso dall’idea di progresso e sviluppo che si può realizzare in una provincia dell’India. Perché, dunque, standardizzare? Quindi in molti casi una riflessione sulla felicità sarebbe importante. Il Genuine progress indicator, che in Italia si chiama Indice del progresso autentico, è un indicatore importante perché corregge il Pil con una visione di utilità diversa. Ogni volta che c’è un ammalato che si deve curare, le spese per curarlo non vanno ad aggiungersi alla crescita economica ma vanno a sottrarsi. Oppure ogni volta in cui bisogna investire nell’inquinamento per ripulire l’aria o una falda acquifera, quell’investimento non va a incrementare l’indice relativo alla crescita economica, ma si sottrae. Questo ci aiuta a capire moralmente una cosa che sappiamo tutti intuitivamente, cioè che non tutte le spese sono per il bene e per il progresso. Quindi sottraendole invita i governi a dedicarsi di più alle cose che davvero aumentano il benessere economico, e non le cose che lo diminuiscono. Per alcuni potrà sembrare marginale, ma se si considera che in negli Stati Uniti d’America, quindi la più grande economia del mondo, il 20% del business è costituito dalle spese sanitarie, se gli americani fossero più in salute, e riuscissero a prevenire di più e a evitare le malattie, come accade in altri paesi, avrebbero un’economia più ristretta. Il 20% della spesa a cui si riferisce il Pil è dovuto a farmaci, ansiolitici e costi delle professioni sanitarie, sappiamo benissimo che la loro aspettativa di vita è molto inferiore rispetto a paesi che spendono molto di meno. Se guardiamo soltanto il dato riferito dal Pil ci sentiamo autorizzati a pensare che gli americani siano più sviluppati – mentre paesi che fanno molto meglio perché spendono meno ed evitano di ammalarsi – vengono visti come “sottosviluppati”.

Esiste la possibilità di una crescita economica rispettando l’ambiente?
Assolutamente sì. Per questo parlo di “economia del benessere”. Dobbiamo fare un passaggio culturale. La crescita economica non è un fine in sé, e l’economia serve per migliorare la qualità della vita. Solo che in questo passaggio ci siamo dimenticati qual era l’obiettivo e abbiamo utilizzato il mezzo, e abbiamo pensato che la crescita economica come mezzo potesse diventare un fine. Quindi rivedendo il modo in cui misuriamo la crescita e lo sviluppo, rivediamo anche gli obiettivi. Perché se diciamo che la crescita è solo quando aumenta la qualità della vita, quindi quando aumenta il benessere; allora – per esempio – ogni volta che inquiniamo il nostro concetto di crescita cambia, e da crescita diventa decrescita, mentre un Paese per crescere deve creare benessere, non può limitarsi a inquinare e incoraggiare il consumismo. Quindi una crescita può essere sostenibile solo se riconcettualizziamo il concetto di crescita e lo rivediamo in un’ottica di sviluppo in cui le transazioni negative tolgono risorse e non le aggiungono. A quel punto solo con la crescita può essere sostenibile. Se invece continuiamo a tenere il concetto di crescita del Pil così com’è, quindi mantenendo l’impianto del Pil, vi posso assicurare che questo modello non sarà mai sostenibile. E per quanti investimenti si possano fare sulle rinnovabili, non sarebbe mai sostenibile.

Di recente ha partecipato all’inaugurazione del nuovo campus a Matera. Qual è e soprattutto quale dovrebbe essere il ruolo dell’università sul territorio, soprattutto nelle cosiddette aree interne?
Stiamo incoraggiando le università a riscoprire il loro ruolo di attori locali. Per troppo tempo abbiamo incoraggiato le università a fare il contrario, cioè a cimentarsi in una competizione internazionale quasi disinteressandosi del luogo in cui operano. Dobbiamo incoraggiarle a fare ricerca di carattere internazionale, a fare ricerca competitiva su grandi temi, ricordandosi sempre che la loro prima missione è di cambiare e far sviluppare il territorio in cui operano. Quindi abbiamo contribuito a ricreare un modello di valutazione della performance delle università, un po’ in linea con quello che dico sul Pil. Se premiamo solo le università che producono ricerca, senza preoccuparci di che tipo di impatto ha questa ricerca, stiamo incoraggiando una crescita che assomiglia a quella economica del Pil. Se invece rimoduliamo il modo in cui valutiamo e misuriamo la performance delle università, e gli diciamo che vogliamo vedere la qualità e l’impatto che hanno sul territorio circostante, sulla regione, sulla città di riferimento, sulle comunità locali, allora le università avranno un incentivo in più a comportarsi in questo modo. Noi stiamo incoraggiando tutti questi comportamenti virtuosi, che riconnettono le università ai loro territori, quindi è anche una risposta alle aree interne, più disagiate, agevolando soprattutto le università che operano in territori socio-economicamente più remoti e degradati.

Recentemente ha espresso perplessità sulle risorse della manovra di bilancio, che sembrano invertire la rotta sui finanziamenti per l’istruzione. Quale dovrebbe essere secondo lei l’impegno dimostrato per l’educazione?
La scuola è l’istituzione più importante di un paese, perché crea futuro, opportunità, è la “mano invisibile” che rende tutto il resto possibile. Proprio per le stesse ragioni per cui abbiamo adottato un modello di crescita che tende a rendere solo alcune cose visibili e non altre, questo ruolo della scuola è stato trascurato ed emarginato. La scuola viene vista come improduttiva, gli insegnanti non significativi nell’economia, e questo perché continuiamo a vedere l’economia non per quello che realmente produce in termini di qualità delle vita ma per i beni e servizi che vengono consumati. Ma se andiamo a vedere l’impatto che la scuola ha sulle società, il fatto che
rende le persone più capaci di poter esercitare un ruolo economico e sociale, e dà la possibilità a tutti di comportarsi in un modo più civile. Immaginiamo quanto costerebbe a una società paradossalmente se noi non andassimo a scuola e quanto costerebbe alle aziende formare i lavoratori. Sarebbe impossibile. Non ci sarebbe nessun’azienda se non ci fosse la scuola a formarli gratuitamente e a renderli compatibili con le attività lavorative. Eppure la denigriamo come se non fosse così importante. Invece è quella mano invisibile che rende tutto possibile. Quindi sulla scuola bisogna investire perché è la leva per il futuro, e bisogna investire tanto in modo tale che non si debbano più ascoltare questi dati che mostrano una cosa terribile, ovvero che la generazione attuale comprende meno di quella di vent’anni fa. Se guardiamo la differenza da un anno all’altro è poco percettibile, ma guardando la differenza con gli ultimi vent’anni, nonostante le tecnologie, il grande consumismo e il grande progresso, stiamo dimenticando i fondamentali, e rischiamo di essere meno capaci di comprendere un testo di quanto lo fossero i nostri genitori. Questo è preoccupante, perché non solo dovremmo essere altrettanto capaci ma molto più versatili nella nostra conoscenza, dovuta alla complessità della società contemporanea, invece rischiamo di essere più semplicisti dei nostri genitori. E poi in un’epoca in cui dilagano le fake news questo significa anche essere più facilmente preda della semplificazione politica e sociale degli estremismi.

Quali sono le sue proposte per una scuola più accogliente e laica, in grado di arginare efficacemente razzismo e antisemitismo nella società attuale?
La scuola deve assolutamente essere capace di integrare, quindi deve avere tutte quelle risorse, anche psicologiche e non solo finanziarie, per poter creare un ambiente in cui i giovani si possano confrontare sui temi e non sui pregiudizi. Possiamo osservare con facilità come il pregiudizio è socialmente costruito perché i ragazzi quando si trovano a giocare tra di loro non si riconoscono nelle differenze, non si accorgono se uno è più scuro o più chiaro, non gli interessa come uno si veste. Tutto è socialmente costruito. Quindi la scuola soprattutto nei primi anni della vita di un bambino o di una bambina, ha tutti gli strumenti per poter agevolare uno sviluppo che sia integrato e inclusivo e metta la persona nelle condizioni di capire che le differenze sono socialmente costruite, e quindi possono anche essere decostruite. Per esempio una scuola in cui si parlino più lingue, in cui si affrontino le religioni in una maniera più didattica e meno come una “liturgia”. Personalmente non sono interessato alla presenza simbolica di una religione nella scuola, mi interessa riflettere su che informazione veicola una religione, quali sono i suoi valori e quelli che accomunano le religioni tra di loro. Quindi è una scuola che passa dai simbolismi all’analisi e alla condivisione. Troppo spesso ci attacchiamo più ai simbolismi che a quello che in realtà è il contenuto di quei simboli. E anche dal punto di vista linguistico, una scuola plurilingue è una scuola che arricchisce la competenza linguistica, non è una scuola che sottrae competenza a una lingua. Mentre molto spesso la vulgata vuole che il plurilinguismo agisca sotttraendo integrità di una lingua, cosa che non risponde assolutamente alla realtà. Sono sicuro che in una scuola che faccia tutto questo, un bambino o una bambina non riescano neanche a concepire il razzismo, ricevendo quegli “antidoti culturali” per poter affrontare il pregiudizio anche fuori dalla scuola, confrontandosi con la società.

[pubblicato su Confronti 01/2020]

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