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Il diktat di Trump bocciato dai palestinesi

by Luigi Sandri

di Luigi Sandri. Redazione Confronti.

 

Deal of the Century, “affare del secolo”, o Big Diktat di inizio terzo millennio? Donald Trump è convinto che Peace to prosperity, cioè il suo piano – reso noto il 28 gennaio, e applaudito dal premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu, e dall’aspirante premier Benny Gantz – per risolvere una volta per tutte il conflitto israelo-palestinese, porterà benessere ai due contendenti e, soprattutto, ai palestinesi; ma il leader di costoro, Abu Mazen (Mahmud Abbas), sostenuto, almeno a parole, dalla Lega araba, nonché una parte minoritaria del mondo politico israeliano e gruppi della diaspora ebraica, considerano il Deal un “cavallo di Troia” che, in realtà, sposa Israele, punisce i palestinesi, vìola il diritto internazionale, distrugge la possibilità di una pace equa e prepara nuovi tremendi conflitti.

L’annuncio del presidente statunitense non è arrivato inatteso: esso, infatti, negli ultimi due anni era stato preceduto da una serie di decisioni, tutte favorevoli a Israele, tutte contrarie alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, e tutte nefaste per i palestinesi. Trump aveva trasferito da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata Usa, così di fatto riconoscendo valida la decisione della Knesset (parlamento israeliano) che nel 1980 proclamava l’intera città capitale “eterna” e “indivisibile” di Israele, mentre i palestinesi rivendicano la sua parte orientale come capitale del loro costituendo Stato. E nel novembre scorso aveva considerato gli insediamenti israeliani (settlement) in Cisgiordania “legittimi” – ma per l’Onu sono illegali.
Tali decisioni avvenivano mentre, nel frattempo, Trump aveva affidato a suo genero, Jared Kushner, di preparare un “progetto comprensivo” per portare infine alla pace, dopo il fallimento di tutti i precedenti tentativi, Israele e Palestina (futura). E nel maggio scorso – in un incontro ad hoc nel Bahrein – il Deal è stato reso noto nelle sue linee generali; e, finalmente, nella sua interezza, un mese fa, a Washington, in una solenne cerimonia, da un esultante The Donald: presenti Netanyahu, leader del Likud (partito di destra) e Gantz (fondatore, l’anno scorso, del partito centrista Blu e bianco), che hanno esaltato il piano; assente Abbas; presenti gli ambasciatori di tre paesi arabi: Oman, Bahrain e Emirati Arabi Uniti.
Il progetto [vedi scheda al fondo] sostiene di voler attuare il principio, pur affermato dall’Onu, Two State solution, Due Stati per due popoli: garanzia e sicurezza per Israele, e creazione di una Palestina egualmente garantita.

Ma se Trump rassicura, come è giusto, Israele, e soprattutto i coloni, egli ipotizza uno Stato di Palestina come un Bantustan: una Cisgiordania (West Bank) tagliuzzata, amputata, con quindici grossi settlement, disseminati a pelle di leopardo, che spezzano la continuità del territorio palestinese.

Non solo: essa è inserita in Israele, e non confina più con la Giordania. Con precisione chirurgica, il Deal toglie ai palestinesi il possesso del quarto finora cisgiordano del Mar Morto, e fa “rientrare” in Israele il sito storico di Qumran e la piana sotto Gerico.
Adottando, a modo suo, il principio dell’uno a uno (Israele dà ai palestinesi una parte del suo territorio per compensarli di terra loro che si annette), il Deal dà loro alcuni territori del deserto del Neghev, ma enclaves staccate e separate da Gaza. Inoltre, il “piano” adombra la possibilità che zone come quella di Umm al-Fham e vicinanze – quasi a ridosso di Jenin, la città più a Nord della West Bank – densamente popolata da arabi, diventino… Palestina. In tal modo Israele si libererebbe di circa 250mila persone, diminuendo così automaticamente la presenza araba al suo interno (che ora è il 20% dei suoi 9,1 milioni di abitanti). Un “sacrificio” per il quale Israele sarebbe ben ricompensato con terre cisgiordane; ma gli arabi interessati, dicono le prime reazioni, rifiuteranno il “passaggio”.

Anche la Città santa rimarrebbe interamente sotto controllo israeliano; i palestinesi potrebbero porre la loro capitale ad Abu Dis, o là vicino, cioè alla periferia nord-orientale di Gerusalemme, ben lontana dalla Spianata delle moschee/Monte del tempio. Non è poi chiaro come si porranno, in merito, i rapporti tra Israele, Palestina e Giordania (il trattato di pace israelo-giordano del 1994 afferma che Israele riconosce i diritti del regno hashemita di Giordania sui luoghi santi di Gerusalemme).
E, infine, i profughi palestinesi – oltre cinque milioni – non potranno tornare in Israele ma, se vogliono, in Palestina, o rimanere all’estero là dove ormai da decenni vivono (o, come in Libano, sopravvivono, emarginatissimi). Quella dei profughi, sul versante giuridico-nazionale, e quella di Gerusalemme (al- Quds, in arabo), sul lato simbolico-religioso, sono questioni troppo decisive perché i palestinesi possano accettare una proposta che tiene conto unicamente di Israele. Ma Trump, ritenendosi il solo “Cesare”, e ignorando l’Onu, ha accolto tutte le richieste di Netanyahu (e Gantz, entrato in scena più tardi, appare egualmente soddisfatto), e deliberatamente escludendo l’Autorità palestinese, ritenuta “non esistente”. La reazione di Abbas è stata dunque inevitabile: «Non passerò alla storia per aver venduto Gerusalemme», ha detto; ed ha annunciato la rottura di ogni relazione con Israele e con gli Usa (ritenuti non più “arbitri”, ma faziosamente di parte).

The Donald ha varato il suo “piano” convinto che esso, alle elezioni di novembre, gli assicuri non solo il voto massiccio degli ebrei statunitensi – una comunità che pesa, politicamente, anche se non è più unanime, come un tempo, in un appoggio acritico ai governi d’Israele – ma ancor più quello dei milioni di cristiani evangelical, tutti entusiasti sionisti (epperò essi pregano che, alla fine dei tempi, gli ebrei riconoscano Gesù come messia!). Dunque Trump rimarrà irremovibile. Chi dovrebbe muoversi, allora? La Cina, ora in grande difficoltà a causa del Coronavirus, non sembra propensa a spendersi molto. E il Cremlino? Vladimir Putin ha fatto dichiarazioni ambigue: da una parte ha come relativizzato il Deal, dall’altra è sembrato accoglierlo volentieri, forse – affermano alcuni analisti – per le promesse di grandi investimenti statunitensi e israeliani in Russia, che darebbero a questa una boccata di ossigeno. E l’Unione europea? La reazione di Bruxelles (e del ministro degli Esteri italiano) è stata sconcertante, perché, pur riservandosi di studiare meglio il “piano”, lo ha considerato un primo passo positivo. Grandi lodi, poi, dal “Brexit” Boris Johnson. E i paesi arabi? Il primo febbraio vi è stata al Cairo una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri della Lega araba, plaudente ad Abu Mazen. Questi, nella sua perorazione, ha ribadito che – salvo piccole e concordate rettifiche – il confine tra Israele e la Palestina dovrebbe essere la linea armistiziale tra Israele e Giordania esistente prima della Guerra dei sei giorni del 1967. Ma… al di là delle parole di circostanza pronunciate in Egitto dai leader arabi, a esse seguiranno i fatti?
Intanto, il Governo di Tunisi ha silurato il proprio ambasciatore all’Onu, Moncef Baati, perché aveva bocciato il Deal senza consultarsi – questa l’accusa – con le autorità del suo paese. Da parte sua, Mohammed ben Salman, il principe ereditario saudita, è alleato di Israele in funzione anti-Iran (e Teheran ha bollato con parole di fuoco il Deal); e l’Egitto di al-Sissi sosterrà davvero Abu Mazen? E il Marocco? Re Muhammad VI, anche come presidente del comitato per al-Quds dell’Organizzazione della Conferenza islamica, sta ipotizzando – con Netanyahu, per ora – un clamoroso viaggio nella Città santa, per pregare nella Spianata delle moschee. Come contropartita per il suo sostanziale sì al “piano”, Trump appoggerrebbe la “annessione” al Marocco dell’ex Sahara spagnolo, dove il Fronte Polisario lotta per l’indipendenza del Paese.

L’ipotesi più probabile è che i quattro paesi, anche per salvare la faccia di fronte ai loro cittadini, ottengano qualche abile cosmesi al Deal, per renderlo meno indigeribile ai “fratelli palestinesi”, in realtà detestati e abbandonati alla loro sorte.

Infine, la Giordania: la metà della sua popolazione è di origine palestinese e, dunque, una corale insurgenza contro il “piano” potrebbe, per contraccolpo, far traballare il regno hashemita.

Se, passata la convergenza di reazioni nell’immediato day-after l’annuncio di Trump, permarrà il contrasto tra al-Fatah (il partito di Arafat), che controlla la Cisgiordania, e Hamas, che domina la Striscia di Gaza, l’autorevolezza del fronte palestinese sarebbe minata. Però il Movimento di resistenza islamico accusa; sono stati i “cedimenti” di Abbas a Israele che hanno rovinato i palestinesi. Al che al-Fatah replica: «Se Hamas non riconosce il diritto di Israele all’esistenza, esso, al di là della retorica, di fatto rafforza la politica del pugno di ferro dei vari Netanyahu». Polemiche a parte, il riconoscimento di Israele non può essere un optional! Intanto, parlando l’11 febbraio al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Abbas ha fermamente respinto il Deal; ha ribadito che i palestinesi non accetteranno mai un Paese ridotto ad uno Swiss cheese – un formaggio svizzero pieno di buchi: «Vorrei dire al signor Trump che il suo piano non può ottenere pace e sicurezza; esso viola il Diritto internazionale, cancella i diritti dei palestinesi, e non porta alla Two-State solution». Ma egli, non sapendo come sarebbe finita una votazione del Consiglio – con il probabile veto degli Usa – non ha troncato ogni trattativa: ha lasciato intendere che questa «è ancora possibile» attraverso il Quartetto. I successi di questo organismo – creato nel 2002 dal Consiglio di sicurezza per favorire i negoziati di pace in Medio Oriente, e comprendente Onu, Usa, Russia e Ue – sono stati, finora, assai scarsi. Da parte sua, il rappresentante permanente di Israele all’Onu, Danny Danon, ha commentato così il discorso di Abbas: «Non ci sarà pace finché lui sarà al potere». E adesso? Oltre all’impegno del Quartetto – se ci sarà – molto dipenderà, ora, in e per Israele, dal voto del 2 marzo, sul quale peserà moltissimo l’annunciato Deal of the Century di Trump. In ogni caso, chi sogna una pace giusta per Gerusalemme e dintorni, sa che ora più che mai deve impegnarsi. E – parlando di casa nostra – lavorare perché l’Ue si spenda davvero in prima linea per favorire, laggiù, un compromesso “imperfetto” ma ragionevole.

VOCI CONTRO TRUMP

Riportiamo qui alcune delle voci critiche al Deal of the Century.

Amos Adin. Già capo dell’intelligence delle Forze di difesa israeliane. «Quello di Trump non è un piano di pace, e non sono nemmeno sicuro che sia la base di un piano di pace, perché, pur “fantastico” per Israele, è ritenuto dai palestinesi totalmente inaccettabile».

Haaretz. Il quotidiano di Tel Aviv ha intitolato così la notizia sul Deal: «Il piano di Trump è assurdo, pericoloso e unilaterale».

Gruppo di eminenti israeliani. Ilan Baruch, ex ambasciatore in Sudafrica; Eli Bar Navi, ex ambasciatore in Francia; Alon Liel, già ambasciatore in Turchia; Avraham Burg, già speaker della Knesset; David Harel, vice presidente dell’Accademia delle scienze d’Israele; Alex Levac, David Shulman, Zeev Sternhell, tutti vincitori, in vari anni del Premio Israele, e altri ancora, affermano, in un loro appello: «Come israeliani impegnati per un futuro di pace per il nostro paese e per i nostri vicini palestinesi, dichiariamo la nostra opposizione di principio al piano dell’Amministrazione Trump riguardo al conflitto israelo-palestinese. […] Questo piano propone un Bantustan che ingabbia i palestinesi in una sacca controllata da Israele. Trump e Netanyahu sono come due volpi che trattano su come mangiare una pecora. Spronato dal presidente, il premier ha già dichiarato la sua intenzione di annettere formalmente la Valle del Giordano e gli insediamenti della West Bank. Tutto ciò si oppone diametralmente al diritto internazionale e a importanti risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, compresa la 2334 [del 23 dicembre 2016], la quale dichiara che i settlements costituiscono una “flagrante violazione” del diritto internazionale, e che “non hanno validità legale”. […] questo piano non è un’opportunità, ma una roadmap verso l’apartheid 2.0. Quel piano non porta alla pace e neppure alla Two-State solution: la leadership palestinese può solo respingerlo. Noi chiediamo all’Europa di respingere il piano Trump, e di co-minciare a porre in atto serie misure contro l’annessione della Palestina da parte di Israele – prima che sia troppo tardi».

Jcall (www.jcall.eu).
Un’associazione di ebrei europei che sostiene la Two State solution del conflitto israelo-palestinese – ha commentato: «Il piano proposto dagli Stati Uniti per un accordo di pace fra israeliani e palestinesi non è un piano di pace. […] Il piano consente a Israele di annettere la valle del Giordano e la totalità degli insediamenti, circa il 30% della Cisgiordania; Gerusalemme sarebbe unita sotto l’esclusiva sovranità di Israele così come aree vicine alla città, quali E1/Ma’ale Adumim e Givat Hamatos. Ai palestinesi è offerto uno Stato fra quattro anni soggetto ad una serie di condizioni imposte dagli Stati Uniti e Israele, Stato privo di effettiva sovranità, di controllo sui confini, sulle risorse idriche e altre risorse naturali e di una capitale a Gerusalemme Est. Gli insediamenti israeliani resteranno immutati come enclaves all’interno di questa Entità-Stato. Ne verrà rafforzata l’occupazione permanente da parte di Israele di Territori palestinesi che prefigura già nei fatti un unico Stato senza diritti per i palestinesi e con un regime legale doppio e separato per gli israeliani rispetto ai loro vicini palestinesi».

Vescovi a Gerusalemme. L’Assemblea degli ordinari cattolici di Terrasanta – monsignor Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme; p. Francesco Patton, Custode di Terrasanta; vescovi delle Chiese armena, sira, maronita e melkita – il 29 gennaio [terrasanta.net] ha dichiarato: «Il conflitto israelo-palestinese è stato, per decenni, al centro di molte iniziative di pace e proposte di soluzione. Come abbiamo detto molte volte in passato, riteniamo che nessuna proposta e nessuna prospettiva seria possa essere raggiunta senza l’accordo dei due popoli, israeliano e palestinese. Queste proposte devono basarsi su pari diritti e pari dignità. Il piano Peace to Prosperity, presentato ieri, non contiene queste condizioni. Non attribuisce dignità e diritti ai palestinesi. Dev’essere considerato come un’iniziativa unilaterale, poiché sostiene quasi tutte le richieste di una sola Parte, quella di Israele, e il suo programma politico. D’altro canto, questo Piano non tiene davvero in considerazione le giuste richieste del popolo palestinese riguardo alla sua patria, ai suoi diritti e a una vita dignitosa. Questo Piano non fornirà alcuna soluzione, ma piuttosto accrescerà tensioni, violenza e spargimento di sangue. Ci attendiamo che gli accordi precedentemente firmati tra le due Parti siano rispettati e migliorati sulla base della completa uguaglianza umana tra i popoli».

Michel Sabbah, patriarca latino emerito di Gerusalemme, ha commentato: «Ora l’Europa, Russia inclusa, ha un ruolo da svolgere. È venuto il momento. Tutti sanno cosa sia giusto e cosa sia dovuto al popolo palestinese e ad Israele. Le porte della speranza, che sono state chiuse dagli Stati Uniti, dovrebbero essere riaperte da Europa e Russia». [L.S.]

[pubblicato su Confronti 03/2020]
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