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Grammatica dell’integrazione. Per una scuola plurale

by Vinicio Ongini

di Vinicio Ongini. Docente e saggista, lavora come esperto presso la Direzione generale per lo studente del Ministero dell’Istruzione.

Con il suo Grammatica dell’integrazione. Italiani e stranieri a scuola insieme, Vinicio Ongini tesse un racconto prezioso delle tante realtà che nella scuola italiana da anni praticano l’integrazione, nato dalle voci dei suoi protagonisti, insegnanti, presidi, alunni, sindaci, genitori e artisti che mostrano i tanti modi in cui l’integrazione si declina.

[intervista a cura di Valeria Brucoli]

Vinicio Ongini, autore di saggi e di libri per bambini, è stato maestro per vent’anni. Lavora come esperto presso la Direzione generale per lo studente del Ministero dell’Istruzione, fa parte da molti anni dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione e l’educazione interculturale e coordina il Gruppo di lavoro sulle scuole nelle periferie urbane multiculturali. Tra le sue pubblicazioni: Lo scaffale multiculturale (Mondadori 1999); Una classe a colori. Manuale per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri (con C. Nosenghi, Vallardi 2009); Le altre Cenerentole. Il giro del mondo in 80 scarpe (con C. Carrer, Sinnos 2009). Per Laterza è autore di Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale (2011).

Lo abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo libro Grammatica dell’integrazione. Italiani e stranieri a scuola insieme (Laterza 2019), un racconto delle tante realtà che nella scuola italiana da anni praticano l’integrazione, nato dalle voci dei suoi protagonisti, insegnanti, presidi, alunni, sindaci, genitori e artisti che mostrano i tanti modi in cui l’integrazione si declina e quanto possa essere un arricchimento per tutti in un momento storico come questo, in cui più che mai si sente il bisogno di una “grammatica dell’integrazione” che insegni a costruire nuove visioni di futuro.

La scuola italiana è una realtà “a colori”, mentre qualcuno insiste su una visione del mondo ancora in bianco e nero. In che modo la scuola può essere uno strumento valido per valorizzare le differenze e abbattere il pregiudizio?

La scuola è la prima linea dell’accoglienza e dell’integrazione, nel senso che le famiglie dei migranti a volte incontrano per la prima volta lo Stato italiano attraverso la scuola. L’iscrizione a scuola è un atto di inclusione nella società italiana. A volte bambini e studenti entrano ad anno scolastico inoltrato e, visto che le nostre linee guida dicono che l’iscrizione va accettata in qualunque momento dell’anno, la scuola è proprio il primo impatto con l’Italia. Per certi aspetti somiglia all’accoglienza che viene fatta durante gli sbarchi. Questo è lo sbarco nella scuola. Attualmente abbiamo circa 850.000 alunni e studenti con cittadinanza non italiana. Naturalmente a questi si aggiungono gli alunni e gli studenti di origini diverse e con un differente background culturale, che comprendono quelli che sono stati adottati o che sono già diventati italiani. Quindi sono circa un milione gli alunni di differenti origini culturali, con lingue, punti di vista, e religioni diverse.

Anche la paura in Grammatica dell’integrazione assume colori diversi. C’è la “fifa bianca” dei genitori italiani preoccupati della presenza di troppi alunni stranieri nelle classi, e poi ci sono “fifa nera” e “fifa blu”, che da una parte esplorano la paura di chi attraversa il mare per raggiungere l’Italia, e dall’altra quella di chi teme gli sbarchi. Ma la paura sembra venire dagli adulti più che dai bambini. In che modo i bambini possono insegnare ai più grandi?

La preoccupazione delle famiglie italiane è un tema cruciale, ed è per questo che andrebbe fatta un’attività di sensibilizzazione con le famiglie. La preoccupazione è che una classe con troppe diversità, multiculturale, sia di ostacolo allo svolgimento del programma per i propri figli, che sia un percorso di “serie B”, ostacolato dalle difficoltà portate dai bambini non italiani. Bisognerebbe invece imparare dai bambini, che invece considerano i compagni di classe di colori diversi e provenienze diverse semplicemente come compagni di gioco. In questo senso i bambini ci insegnano la convivenza. Andrebbe fatta piuttosto un’azione sui genitori.

Con quali parole si possono convincere o tranquillizzare le famiglie italiane sul fatto che una classe eterogenea non sia un ostacolo ma un vantaggio? Questa è la grande domanda sottesa alla questione dell’integrazione. Potremmo dire a queste famiglie preoccupate che la società all’esterno della scuola è una società eterogenea. È un’illusione il fatto che il proprio figlio viva in una classe in cui sono tutti allo stesso passo, tutti della stessa classe sociale, perché poi quando esce dalla scuola trova una società già mescolata, già mista. Basta vedere le cucine, le differenti offerte culturali, i viaggi che fanno le persone. Come abbiamo scritto in un nostro documento, in classi eterogenee si fanno esercizi di mondo, ci si allena a vivere nel mondo di oggi. Ovviamente non è automatico, ci vuole una formazione adeguata per insegnanti e dirigenti scolastici, ci vogliono strumenti e libri adeguati. Anche libri divertenti e ironici come quello che lei ha citato, che è un libro per bambini che mostra le paure a confronto, quelle degli italiani, come la “fifa blu”, e quelle degli stranieri che sono molto preoccupati e spaesati quando entrano in un paese del tutto nuovo ai loro occhi.

Nella scuola si parla molto di diversità e integrazione ma spesso nei termini di una politica assistenziale, in cui gli studenti stranieri sono considerati svantaggiati rispetto a quelli italiani, soprattutto per la comprensione della lingua. Cosa immagina quando propone di fare più cose “con” gli studenti stranieri, invece che “per” gli studenti stranieri?

Intanto con il “con” siamo già nella grammatica che studiavamo a scuola, quella delle proposizioni semplici, quindi siamo pienamente in linea con il titolo del libro. Il “con” in quanto preposizione semplice è un frammento della grammatica italiana e introduce uno sguardo indispensabile e poco usato, perché solitamente domina il “per”. Cosa facciamo “per” gli studenti stranieri? Di cosa hanno bisogno? Cosa che allude a uno sguardo legato a noi che aiutiamo altri, che sono più deboli, trasmettendo un’idea degli immigrati come di un gruppo che ha un deficit. E questo vale anche per gli studenti stranieri, che spesso vengono considerati per quello che non sanno. È ovvio che a volte non conoscono bene la lingua italiana e vanno aiutati, ma ci sono anche delle nozioni di cui sono portatori i bambini e gli studenti stranieri, che non prendiamo sufficientemente in considerazione. Ecco perché il “con” ci aiuta a vedere cosa può essere fatto insieme in una classe, ma anche in un quartiere.

Il “con” è anche il con- di convivenza e di condivisione. Quindi ci vuole più “con”. Quest’estate si è acceso un dibattito sul fallimento della scuola italiana. L’estate scorsa, al seguito dei dati dell’Invalsi, si è scoperto per l’ennesima volta che ci sono alcune difficoltà da parte degli studenti italiani nella comprensione di un testo. Ma le stesse prove Invalsi sono state fatte anche agli alunni e agli studenti di origine non italiana, che sono il 10%. Nell’indagine c’è un capitolo che descrive come sono andati nelle prove gli studenti non italiani.
Nessuno ne ha parlato, mentre si è parlato genericamente di fallimento della scuola italiana ma in quel capitolo c’è una notizia che è stata “bucata”, come si dice nel gergo giornalistico, è cioè che gli studenti stranieri sono più bravi in inglese degli studenti e dei bambini italiani. Ciò vuol dire che hanno una competenza tale nelle lingue e una dimestichezza che li ha aiutati a superare le prove di lingua inglese. I bambini stranieri sono più poliglotti degli italiani, ed è per questo che se la cavano meglio in inglese. Questo è un esempio di quanto sia utile uno sguardo che fa emergere anche i vantaggi dovuti alla presenza di alunni e studenti non italiani e delle loro famiglie, a scuola come dentro la società e nei quartieri.

In un contesto multiculturale in cui l’uso di alfabeti e linguaggi diversi può rendere difficile la comunicazione, non è forse il caso di concentrarsi sugli alfabeti comuni, come il gioco, lo sport, la musica, e le storie?

Siamo ancora nella scia del “con” che è davvero una bussola formidabile. Proprio per le divisioni che ci sono e le frammentazioni a cui assistiamo in Europa, tra le nazioni, nel nostro Paese, l’aumento delle ostilità, dei pregiudizi, e la situazione di grande spaesamento in cui siamo, tanto più è utile oggi mettere l’accento su ciò che è comune, piuttosto che su ciò che ci divide, sulle diversità, sull’alterità. Bisogna mettere l’accento su un minimo comune denominatore. E questo vale anche per la didattica. C’è un lavoro molto bello che alcune scuole hanno fatto sul tema dei copricapi.
Diverse culture e religioni hanno in comune un copricapo. I copricapi sono diversi ma la simbologia è comune. Il velo per l’islam, il turbante dei sikh, la kippah degli ebrei. È un viaggio che hanno fatto alcune scuole indagando i copricapi nelle diverse culture e religioni, quindi partendo da un elemento comune, anzi da un personaggio comune, che abbiamo chiamato personaggio ponte, e che è appunto il copricapo. Ovviamente da questo viaggio nelle religioni, nelle culture e nelle tradizioni, emergono le diversità e anche le criticità del nostro tempo. Basti dire che il rabbino capo di Berlino alcuni mesi fa ha chiesto alla sua comunità di non indossare la kippah in pubblico. Un segnale fortissimo delle difficoltà che ha questa comunità a gestire incidenti e aggressioni. Questo viaggio è stato molto efficace dal punto di vista didattico perché è partito da un dettaglio, da un elemento che tutti conoscono, visto che i cappelli ricorrono anche nelle fiabe, come il cappello di Pinocchio o quello di Harry Potter, quindi è stato un viaggio al contempo fantastico, fiabesco e culturale, sul senso di coprirsi il capo.
Come dice il titolo di questo libro Grammatica dell’integrazione, che allude al libro di Gianni Rodari Grammatica della fantasia, ci vuole un supplemento di fantasia per affrontare i temi dell’integrazione e dell’intercultura. Ci vuole più fantasia e sguardi più lunghi, perché siamo tutti troppo schiacciati dentro le notizie del giorno, la dimensione dell’emergenza.

«Guardare la realtà attraverso le storie, tenere accesa la curiosità verso la diversità e l’unicità delle persone, tutte, italiane e straniere, aiuta a immaginare punti di vista nuovi, aiuta a vedere l’invisibile ». Cosa vede nel futuro della scuola italiana?

Avendo fatto l’insegnante per tanti anni e occupandomi di educazione devo essere ottimista, perché è un dovere di chi lavora per l’educazione e per le nuove generazioni. Vedo che nonostante le difficoltà si può investire nelle nuove generazioni, e con nuove generazioni intendo sia le generazioni figlie di culture diverse, sia quelle italiane. Quindi, come dico nel libro, citando il filosofo tedesco Ernst Bloch, bisogna tenere acceso il principio speranza e investire sulle nuove generazioni. Il fatto stesso che i giovani vivano già dentro un contesto multiculturale per certi aspetti li avvantaggia. L’espressione “nativi digitali” viene utilizzata per definire le nuove generazioni nate nella dimensione digitale, e quindi più alfabetizzate degli adulti, e allo stesso modo i giovani figli di migranti, nati in Italia e cresciuti nelle nostre scuole, in attesa di una nuova legge sulla cittadinanza ma che si sentono già italiani, sono stati definiti “nativi interculturali”. Questo potrebbe essere un antidoto ad alcune preoccupazioni del nostro tempo, quindi sono ottimista per il futuro.

[pubblicato su Confronti 03/2020]

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