«Le sanzioni all’Iran? Come sfilare il tappeto da sotto i piedi dei giovani» ‒ Babak Karimi, misure forti antivirus difficili in un’economia allo stremo. - Confronti
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«Le sanzioni all’Iran? Come sfilare il tappeto da sotto i piedi dei giovani» ‒ Babak Karimi, misure forti antivirus difficili in un’economia allo stremo.

by Luciana Borsatti

di Luciana Borsatti. Giornalista e scrittrice.

Le sanzioni contro l’Iran? Servono solo a «sfilare il tappeto da sotto ai piedi dei giovani iraniani»: proprio quelli che dovrebbero mettere in moto il cambiamento nel Paese, ma «come aspettarselo se si sta affossando chi dovrebbe farlo?». A parlare è Babak Karimi, attore e ora anche regista teatrale italo-iraniano. Da Teheran guarda alla crisi del Coronavirus con un occhio attento ad entrambe le sue patrie, e uno sguardo privilegiato da insider alle dinamiche sociali del paese di origine di entrambi i genitori: Nosrat Karimi,  attore, regista e drammaturgo da pochi mesi scomparso, e Alam Danai, attrice di teatro e regista, che vive in Italia.

«In un paese dove il 70% circa della popolazione è intorno ai 30 anni, le sanzioni Usa stanno compromettendo il ricambio generazionale – osserva. Una marea di start-up sono ferme, una marea di giovani sono fermi,  non riescono a viaggiare,  non riescono a far nulla. Le sanzioni non danneggiano chi ha il potere in Iran, perché quelli ora mi sono belli sazi: hanno già i conti all’estero, i figli che studiano all’estero. Le sanzioni danneggiano il popolo e anche, per esempio, gli studenti iraniani in Italia: cui le banche bloccano il conto corrente, in ossequio alle sanzioni secondarie Usa, ma che hanno solo i soldi contati per arrivare a fine mese». «Quando metti in crisi il sistema bancario – prosegue, riferendosi alle misure che bloccano ogni transazione finanziaria – danneggi i cittadini: il denaro non circola, mancano i beni per le fabbriche e le famiglie. E così fai crescere il mercato nero che usa canali per le importazioni sommersi, e fai  triplicare i costi delle merci: e chi ci guadagna? Esattamente quelli che vuoi combattere».

Ma il mercato sommerso anche del lavoro, precario e senza regole, è la sola prospettiva che si crea per i giovani in un’economia disastrata anche, sebbene non solo, per effetto delle sanzioni. Oltre che l’unica via per la sopravvivenza di tante famiglie povere: quelle che si affidano, è l’esempio che usa l’attore, ai piccoli affari di chi gira sulle rumorose motorette che infestano le strade di Teheran sud: giovani che si arrangiano e capifamiglia disperati, che ruotano intorno al bazar e precarie attività.

È in questo contesto che si innesta la crisi del Coronavirus: le autorità iraniane non solo hanno ammesso il contagio in ritardo, ma hanno anche tardato nel  prendere le contromisure, dalla chiusura di scuole e moschee fino a quella, molto tardiva e controversa, di santuari di grande richiamo a Qom e Mashad. Per alcuni iraniani spiega del resto Ali Ashem su Al Monitor https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/03/iran-religious-shrines-closing-coronavirus-opposition.html  chiudere quei santuari era un atto orribile: l’attaccamento spirituale per Ali ibn Musa al-Reza, l’ottavo imam della religione sciita, e per la sua sorella Fatima Masumeh, il cui sepolcro si trova a Qom, va anche oltre la religiosità: è un legame ormai inscritto nella cultura e nell’identitià collettiva iraniana. Parole che restano vere solo per una parte degli popolazione a 40 anni dalla fondazione della Repubblica Islamica, mentre un’altra ha già aderito da tempo – e anche in seguito a  quella svolta ideologico-politica decisa dall’Imam Khomeini, leader della rivoluzione del 1979, ma non condivisa da tutti i teologi e giuristi di allora e di oggi – ad una cultura più agnostica e secolare, e dunque affine a quella Occidentale cui tanti iraniani si sentono così vicini.

Comunque, alla vigilia del Nowrouz, il nuovo anno persiano, erano ancora in tanti a girare per il bazar, con o senza mascherina, e il giorno dopo molte macchine erano partite verso il sud (visto che al nord le fughe da Teheran il contagio lo avevano già portato), per non rinunciare alle tradizionali vacanze del capodanno persiano del 20 marzo. E solo il 26 sono entrate in vigore le misure più drastiche annunciate dal presidente Hassan Rouhani, come la chiusura di quasi tutti gli esercizi commerciali, il distanziamento sociale e l’obbligo di restare in casa.

Perché il governo non ha preso subito misure più drastiche? «Perché questo avrebbe significato fermare l’economia – rispondeva alcuni giorni prima Karimi –, e dunque anche il sommerso appunto, l’economia della formica: o lo stato ha i mezzi per compensare, come si studia di fare altrove, o si rischia una voragine. Tenendo conto che la situazione è già disastrata da tempo, come dimostrano la disoccupazione e tanti salari non pagati ai lavoratori:  problemi che si spiegano in parte con le sanzioni Usa, in parte con ragioni di gestione economica interna. La gente già non ne può  più, figurarsi se ora fosse costretta a stare in casa». Non sarebbe dunque difficile immaginare nuove proteste e rivolte, se le cose continuano a peggiorare, come quelle del novembre scorso.

E in questo quadro che si spiegano, da parte delle autorità iraniane, sia i ripetuti appelli a rimuovere le sanzioni che colpiscono l’import di farmaci e strumenti medici, sia la richiesta di un prestito di cinque miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale contro l’emergenza virus, sul quale però gli Usa potrebbero imporre il loro veto.

Sullo sfondo resta lo scenario alternativo di misure rigide per il contenimento del contagio affidate alle forze armate e in particolare al Sepah e-Pasdaran, che non avrebbero certo difficoltà a svuotare le strade in poco tempo. Ma dietro a questa ipotesi si cela un fantasma, quello del golpe militare, come risposta dell’ala dura conservatrice ai due anni di massima pressione della presidenza Trump contro l’Iran, e alla conseguente sconfitta politica interna dei moderati del governo Rouhani.

Ma nel clima di incertezza ai piani alti della dirigenza della Repubblica Islamica, ha buon gioco l’arte di arrangiarsi e sfuggire alle regole che – osserva ancora Karimi – tanti iraniani e tanti italiani hanno in comune. E così accade  anche per lo scarso senso di responsabilità individuale e sociale di quella parte della popolazione che ancora mostra di non avere compreso la gravità dell’emergenza Coronavirus

Chi invece si è dovuto fermare sono stati gli artisti come lui, visto che i cinema, e i teatri e le sale da concerto sono i primi ad essere stati chiusi. E così è accaduto anche per Karimi, che era tornato di corsa a Teheran dal festival di Berlino – dove si era recato per la presentazione di Yalda di Massoud Bakhshi, premiato al Sundance Film Festival – per la sua prima regia teatrale, Elvira 2020, spettacolo tratto dalla stessa trascrizione dalle lezioni di Louis Jouvet messo in scena in Italia da Toni Servillo. «Ma il mio allestimento è molto diverso –  spiega Karimi, che vi è anche il protagonista – perché porto il testo dal 1940 all’oggi, alle tecniche del teatro e del cinema iraniano e internazionale». Lo spettacolo al Teatro della Città di Teheran era appena decollato quando ha dovuto chiudere. E l’attore italo-iraniano attende ora la fine delle crisi anche per l’uscita nelle sale italiane dell’ultimo film in cui ha avuto una parte – dopo Figli di Giuseppe Bonito e il corto Inverno di Giulio Mastromauro, Premiato con il David di Donatello –: La vita davanti a sé con Sofia Loren, diretto dal figlio dell’attrice Edoardo Ponti.

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