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Senza fame

by Stefano Allievi

di Stefano Allievi. Sociologo, Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

Se la fame è stata un ostacolo sempre ben presente nella nostra storia, oggi – almeno per una parte dell’umanità – si potrebbe prospettare un’uscita da tale bisogno. Ma come sarebbe il mondo se…

Prima di quanto immaginiamo, potrebbe essere possibile avere a disposizione cibo (o, almeno, nutrimento) per tutti.

Sarebbe una svolta gigantesca nella storia dell’umanità. L’uscita dal bisogno, e letteralmente dalla fame. Quella cosa che ti riduce a mero bisogno, a mancanza, e poi a nulla. Ma anche a essere senza futuro, senza progetti, incapace persino di immaginare orizzonti che vadano al di là di essa, e della sua soddisfazione. Come i poverissimi nomadi intervistati da Martín Caparrós nel suo libro La fame che, possedendo solo una vacca, alla domanda cosa vorrebbero se potessero avere qualunque cosa al mondo, sanno dire solamente: due vacche.

Per noi, sazi (e, spesso, sovrappeso, quando non obesi, e più interessati ai destini oversize delle Vite al limite del canale Real Time), la fame sembra un problema lontano: incontrato occasionalmente nella pubblicità di una Onlus che lavora in Africa. Eppure è parte integrante della nostra cultura. La ritroviamo facilmente ovunque: nelle fiabe, nelle testimonianze storiche (come nei libri sul Medio Evo di Piero Camporesi), nella grande letteratura dell’800, da Hugo a Dickens, fino al Chaplin de La febbre dell’oro o al grammelot dell’affamato nel Mistero Buffo di Dario Fo – e alle testimonianze dei nostri nonni. Ma, appunto, per i più, tra noi, è il passato. Che abbiamo fatto di tutto per dimenticare, una volta scoperta l’abbondanza (che, sempre, è stata rappresentata soprattutto in forma di cibo, di cornucopia, di abbuffata). E che potrebbe non tornare più.

Non solo perché il cibo si coltiva con una produttività crescente, in termini di quantità di raccolto per ettaro di terra coltivata, o di allevamenti intensivi, in terra e in mare (con le conseguenze devastanti che conosciamo, in termini di inquinamento e di salute – e magari di condizioni degli animali – ma che ancora sono largamente inferiori al beneficio di poter mangiare, ai nostri occhi). Ma perché si può letteralmente produrre: chimicamente, per così dire. A costi sempre minori, in quantità sempre maggiori. Le vitamine, oggi, le mangiamo in pastiglia, più spesso che ricavate dalla frutta. Ma anche la carne – grande imputata come consumatrice di risorse, territorio, acqua, oltre che per motivi etici – oggi si produce in laboratorio.

L’ho assaggiata – si trova già in alcune catene di fast food – ed è mangiabile: non più artificiale di tante altre cose che inghiottiamo. Solo che per ora è quasi una curiosità esotica, domani potrebbe essere ordinaria amministrazione: proteine chimiche, che salvaguardano il pianeta dallo stress della produzione di quelle animali. È solo questione di poco perché vi sia un ordinario doppio mercato, due filiere parallele: la carne artificiale per i più, nel consumo ordinario, da grande distribuzione, casalingo, e quella ‘vera’, più cara, per le occasioni speciali, magari al ristorante. Un po’ come oggi sono separate la filiera del cibo ordinario e di quello biologico, o del pesce allevato e quello pescato. Il mercato del lusso e quello della gente comune.

Non è improbabile. Il cibo spaziale immaginato dalla fantascienza e poi prodotto dalla scienza, prima solo liofilizzato e poi propriamente creato e “cucinato”, è anch’esso, da tempo, realtà (assaggiabile anche dalla gente comune, in alcuni musei tecnologici e laboratori – ho provato anche questo, con la scusa di farlo assaggiare a mio figlio). E potenti corporation stanno investendo massicciamente nel futuro dell’alimentazione che per brevità chiameremo chimica: ma che, già oggi, è quella che, tra additivi, integratori e quant’altro, rende i nostri anziani più inconsapevolmente restii ad abbandonare questa terra – e noi tutti più longevi.

Certo, cambierà la nostra vita. Dedicheremo ancora meno tempo alla preparazione del cibo, dunque ai rituali connessi, che resteranno forse legati alla dimensione della festa. La stessa idea di convivio – riunirsi intorno a un tavolo con il cibo come scusa, per socializzare – muterà di significato: anche la pausa pranzo del lavoro sarà altro. E spariranno magari le trasmissioni sul cibo oggi presenti negli spazi televisivi con invasività inversamente proporzionale alla nostra capacità di apprezzarlo davvero.

Precostituendo, forse, una progressiva perdita di gusto (che vuol dire stile, classe, finezza: anche il sapere deriva dopo tutto dal verbo sàpere, con il significato di avere sapore). Come accaduto, in fondo, con l’odorato, in gran parte perduto, dai tempi in cui eravamo una specie cacciatrice e raccoglitrice. E tuttavia siamo sopravvissuti, compensandolo.

[pubblicato su Confronti 03/2020]

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