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Sfide e occasioni di questa pandemia

by Marta Moretti

di Marta MorettiAvvocato, esperta di diritti umani.

Secondo Albert Einstein, «la crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progresso».

La crisi ci pone di fronte a delle sfide e ci spinge a fare del nostro meglio per superarle. Se abbiamo fiducia nella nostra capacità di superare le difficoltà reagendo con forza d’animo e un impegno costruttivo, persino la peggiore delle crisi può essere un’occasione di crescita individuale e di progresso sociale.

La pandemia del Covid-19 costituisce un’emergenza sanitaria che sta causando un grave turbamento nell’economia dei Paesi in cui il contagio è più elevato.

Non è facile vedere nei terribili fatti a cui stiamo assistendo un’opportunità. Però l’unico modo per superare con successo la grave situazione che stiamo vivendo è quello di trarne qualche insegnamento da mettere in pratica subito, ove serva ad alleviare l’impatto sulla salute e sul piano socio-economico, oppure quando l’incubo sarà finito, per non ripetere alcuni errori che ci hanno reso più difficile contrastare questa pandemia.

Le sofferenze dei feriti e dei caduti nella “guerra” contro questo nemico insidiosissimo, perché invisibile e ancora in parte sconosciuto, non saranno un vano sacrificio se, ad ogni livello, ci faremo venire delle buone idee.

Nel nostro Paese dovremmo migliorare alcuni aspetti del nostro sistema sanitario, industriale ed economico; nell’Unione europea bisognerebbe riscoprire l’importanza dei principi che sono alla base del processo di integrazione intrapreso dai “padri fondatori”; a livello internazionale occorrerebbe riconoscere che ci sono degli interessi collettivi che tutti gli Stati devono tutelare; ciascuno di noi potrebbe iniziare a dare il giusto valore a cose che spesso si danno per scontate.

Opportunità, dunque, non una maledizione.   

Un intervento pubblico virtuoso
Il Covid-19 si è abbattuto come uno tsunami sul nostro Paese, travolgendo alcune aree e minacciando di espandersi nelle altre.
La gravità della situazione che stiamo vivendo risulta particolarmente evidente quando si leggono sulla stampa e nei social media le “testimonianze dal fronte” degli operatori sanitari che, giorno dopo giorno, lavorano a ritmi estenuanti, con grande professionalità, senso del dovere e umanità, per cercare di alleviare le sofferenze e salvare le vite delle persone che si ammalano seriamente a causa del Covid-19.

Abbiamo visto i loro volti pallidi per la fatica, con le escoriazioni e gli arrossamenti provocati dai dispositivi indossati per proteggersi dal virus. Molti non vedono da giorni i propri cari e, con accorati appelli, ci chiedono di collaborare restando a casa, in modo da non esporre noi stessi o gli altri al rischio del contagio.

I medici e gli infermieri al fronte ci appaiono eroici, nonostante abbiano spesso l’aspetto di chi è provato non solo da turni di lavoro serrati, ma anche dalle forti emozioni che si vivono stando a contatto con persone sofferenti per le quali non esiste una cura. Vorremmo cingerli idealmente con un abbraccio per dimostrare la nostra riconoscenza e ammirazione. Ma in realtà, sono questi valorosi “guerrieri” a tenere tra le braccia l’Italia per proteggerla dal “nemico”, come nell’immagine apparsa in una delle torri dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Si può dire con Churchill che «never was so much owed by so many to so few» (Mai così tanti dovettero così tanto a così pochi).

Il Covid-19 ha messo in luce i tanti punti di forza e di fragilità della nostra Sanità. Ancora una volta, sono le “testimonianze dal fronte” a dirci con chiarezza cosa non va.

Alcuni operatori sanitari e ricercatori lamentano il protrarsi per anni di un rapporto di lavoro precario con ospedali e Università e denunciano la scarsità di posti di terapia intensiva, di camici, mascherine e altri dispositivi essenziali per la salute dei pazienti e degli operatori sanitari. Per anni abbiamo sentito parlare di tagli alla spesa sanitaria, di “fuga dei cervelli”, del numero chiuso nelle Facoltà di Medicina. Raramente, però, si è riflettuto seriamente su questi temi. Il tutto si è ridotto a degli slogan ‘ad effetto’, destinati a passare rapidamente nel dimenticatoio.

C’è da augurarsi che l’emergenza causata dal Covid-19 ci porti a distinguere con attenzione tra gli sprechi, che vanno senz’altro eliminati, e le spese necessarie per un efficiente Servizio Sanitario Nazionale; tra un’università seria, che premia il merito, e una limitazione a monte dell’accesso allo studio, in cui spesso la fortuna gioca un ruolo determinante; tra una temporanea flessibilità lavorativa e il precariato; tra i concorsi e le gare pubbliche, come strumenti per garantire scelte razionali e imparziali, e la sfiancante burocrazia che paralizza l’azione pubblica.

Bisogna attenersi al precetto costituzionale secondo cui la salute è “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” e salvaguardare il nostro SSN che, garantendo la cura a tutti senza distinzioni, concretizza quel precetto.    
Più in generale, è forse giunto il momento di fare una seria riflessione sull’intervento dello Stato in economia. Il clamore e lo sdegno per gli sprechi e gli scandali giudiziari di molti politici e funzionari ci hanno portato a preferire che al pubblico subentrasse il privato nella gestione di infrastrutture e altri assets strategici.
Così, ad esempio, consideriamo ormai inevitabile la delocalizzazione della produzione industriale. La pandemia che stiamo combattendo ad armi spuntate a causa della difficoltà di rifornirsi all’estero dei dispositivi medici che servono per curare i pazienti seriamente colpiti dal virus ci dovrebbe far riflettere sui rischi che si possono correre nelle situazioni d’emergenza se non ci sono imprese locali che fabbricano i prodotti essenziali per le prestazioni sanitarie o altri servizi di pubblica utilità.

Più Europa “per i popoli”
Nel famoso romanzo La Peste, Albert Camus scriveva «la peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti».
Questa pandemia è una grande occasione per l’Unione europea per dimostrarsi un’Europa dei popoli, cioè funzionale soprattutto al benessere dei cittadini. Ciò significa tornare alle origini, alla formidabile intuizione che ebbero i padri fondatori: progressive realizzazioni in campo economico per favorire la fratellanza tra i popoli.

La Dichiarazione Schumann affermava con chiarezza che «la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico» era la prima tappa verso «una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace».

In linea con questa visione politica, il Preambolo del Trattato istitutivo della CEE esordiva con tre solenni dichiarazioni di intenti incentrate sui cittadini: porre le fondamenta di una «unione sempre più stretta fra i popoli europei», assicurare mediante un’azione comune il progresso economico e sociale dei loro Paesi, impegnarsi per il miglioramento costante delle condizioni di vita e di occupazione dei loro popoli.

Sin dagli esordi dell’integrazione europea, la Corte di giustizia dell’Ue, supremo interprete dell’ordinamento scaturito da tale Trattato, ha confermato che quest’ultimo non regola solo i rapporti fra gli Stati, ma riconosce direttamente agli individui dei diritti che gli organi statali ed europei devono rispettare.

Nel 50° anniversario del Trattato di Roma gli Stati membri hanno riaffermato gli ideali comuni che sono alla base dell’Unione, il primo dei quali è che “l’essere umano è al centro”. Nella Dichiarazione di Berlino si riconosce che vi sono “grandi sfide che non si arrestano ai confini nazionali” e vanno, quindi, affrontate tutti assieme, nell’Ue, “a beneficio di tutti i cittadini”.
L’Ue ha assicurato la pace tra gli Stati europei, nonché – grazie ad importanti realizzazioni in campo economico e politico (come il mercato unico e la cittadinanza europea) – prosperità economica e sviluppo sociale.

Tuttavia, soprattutto nell’ultimo decennio, vi sono stati dei contrasti tra gli Stati membri che hanno messo a dura prova la tenuta dell’Unione. A loro volta, le Istituzioni europee, in alcuni casi, hanno perso di vista il senso profondo del progetto costituzionale europeo.

La crisi economico-finanziaria, che in alcuni Paesi ha innescato una crisi del debito pubblico, e il prevalere della linea politica dell’austerity ha avuto, soprattutto in Grecia, dei costi sociali troppo elevati, denunciati da organizzazioni internazionali e non-governative a difesa dei diritti umani (come l’OHCHR e Oxfam).

Ha avuto un effetto deflagrante anche la “crisi migratoria”, che è divenuta tale non tanto per le proporzioni del flusso dei migranti giunti in Europa, quanto piuttosto per l’incapacità dei Paesi dell’UE di raggiungere un accordo su un’equa ripartizione delle responsabilità nella gestione del fenomeno.

E poi abbiamo assistito alla Brexit, preceduta da due referendum in cui la maggioranza del popolo britannico ha mostrato disaffezione verso l’Ue. Il coronavirus si abbatte su un’Unione indebolita dalle rivalità nazionali e da un offuscamento dei suoi valori fondanti, ma può rappresentare per essa un’occasione per dimostrare la sua importanza proprio quando occorre contrastare sfide di queste dimensioni.
Dopo qualche esitazione iniziale e uno scivolone, l’Unione ha iniziato a reagire con determinazione, adottando una serie di misure concrete, che fanno ben sperare.  

La Commissione europea ha assicurato la massima flessibilità nella politica degli aiuti di Stato, indicando agli Stati membri un ampio spettro di misure per compensare le perdite economiche subite dalle imprese a causa della pandemia e per fare in modo che queste ultime, tramite le banche, dispongano della liquidità necessaria.

La Commissione ha proposto, per la prima volta nella storia, l’applicazione della clausola di salvaguardia prevista dal Patto di Stabilità e di Crescita, affinché la spesa pubblica in deficit per affrontare l’emergenza sanitaria e la grave recessione economica non sia contabilizzata ai fini del rispetto delle norme di bilancio dell’Ue. Si tratta di un’occasione unica per mettere da parte i conti, le virgole, le percentuali e tornare a mettere al centro le persone e le loro vite.

Ed è significativo che la proposta della Commissione sia stata condivisa dal Consiglio Economia e Finanza (Ecofin), perché vuol dire che questa storica decisione soddisfa sia l’interesse sovranazionale, espresso dalla Commissione, che quello dei governi nazionali, rappresentati nell’Ecofin.

Oltre a consentire agli Stati di intervenire massicciamente per limitare gli effetti socio-economici della pandemia, l’Unione impiegherà 37 miliardi di euro per sostenere i sistemi sanitari, le imprese e i lavoratori colpiti dall’emergenza. Inoltre, la BCE ha stanziato un pacchetto di emergenza da 750 miliardi di euro per alleviare l’impatto finanziario della pandemia.

Non da ultimo, la Commissione sta cercando di coordinare le iniziative statali volte a ripristinare alcuni controlli per motivi sanitari alle frontiere e a limitare le esportazioni all’estero di prodotti sanitari necessari per fronteggiare l’attuale emergenza sanitaria. Ciò è essenziale per rendere efficaci tali iniziative e non vanificare i sacrifici che ne derivano per gli operatori economici e i cittadini.

La risposta dell’UE si caratterizzando per il ricorso a misure ‘senza precedenti’ per una crisi ‘senza precedenti’.

Del resto, questa è una “guerra” che si vince uniti, senza distinzioni, riprendendo lo spirito delle origini, con l’obiettivo di preservare lo “stile di vita europeo”.

Photo:  ©Dipartimento Protezione Civile/Flickr

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