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Dopo il Coronavirus, ma pensando al passato

by Paolo Naso

di Paolo Naso. Docente di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma, Coordinatore di Mediterranean Hope della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), Centro studi Confronti

La pandemia del Coronavirus ci ha sorpreso e lasciato increduli di fronte a uno scenario globale degno del migliore regista di film di fantascienza.

Abbiamo iniziato col minimizzare – parlo per me ma mi sono scoperto in buona compagnia – pensando che la Cina era lontana e che in altri casi analoghe pandemie non erano arrivate in Europa. Fragile illusione perché, poco dopo, abbiamo scoperto che il virus maledetto non si fermava sulla linea di Schengen ma avanzava e dilagava nella Pianura padana. Non proprio a casa nostra ma in alcuni piccoli centri, alcuni dei quali a noi sconosciuti. Era lontana. E poi il virus contagiava gli anziani, ultranovantenni che di qualcosa dovranno pure morire.

Noi no, siamo giovani e resistenti e il virus ci fa un baffo. Ma è a questo punto che la sceneggiatura del film prende forza e passo dopo passo lascia che il virus maledetto, scavalcando le montagne e attraversando i fiumi, superi ogni argine a arrivi vicino a noi. Nella casa di riposo dove soggiornavano alcuni dei nostri conoscenti, nell’ospedale dove lavora nostra sorella, persino nella sperduta valle alpina dove ci piace ritirarci e camminare. Panico. Ma non ci avevate detto che io potevo stare tranquillo? Il famoso commentatore televisivo che fa sfoggio della sua arguzia e della sua cultura non ci aveva detto che, alla fine, era un’epidemia influenzale come tutte le altre?

E non l’aveva detto anche qualche politico? Persino Trump… Ma lui, si sa, cambia idea da un secondo all’altro e forse non era affidabile. Ma gli altri? Perché “gli altri” non me lo hanno detto che questa bestia maledetta sarebbe arrivata ad annusarmi mentre faccio la spesa o porto a spasso il cane? Concitazione. E allora che devo fare?

Aiuto, la mascherina. Non ce l’ho questa dannata mascherina, non le vende nessuno e quelle che vendono non servono a niente. Me la costruisco! E via alla ricerca del tutorial che ti spiega come autoprodurtela e scopri le virtù – sempre sottovalutato – della carta da forno.

Fermo. No, la mascherina non basta devi proprio stare a casa. A casa! Neanche i funerali si possono fare. Ma come?! Mia madre ci ha appena lasciato, qualche settimana dopo aver festeggiato i 90 anni. Era stata una bella festa. E ora neanche un funerale? Neanche una visita della sorella che l’amava come una parte di sé? No, niente funerali. Si piange e si soffre in solitudine. Prendiamone atto: la pandemia del Coronavirus segna un “prima” e un “dopo”, come l’11 settembre o come la caduta del Muro di Berlino. Ma la vita continua. Da Conte a Mattarella, dal papa allo psicologo televisivo è tutto un appello a non demordere, a mostrare le virtù italiche e, per come si può, a proseguire le proprie attività. Già ma come? Via internet!

E via a studiare il funzionamento di astruse piattaforme che dovresti ben conoscere ma che in realtà restano mondi inaccessibili e misteriosi. Non sono un operaio e temo che la mia attività non abbia nulla di “vitale” per il patrio destino. A casa. Anzi nelle retrovie di una guerra nella quale, senza saperlo, sei stato arruolato. Non sei al fronte come tua sorella che lavora in ospedale, sei un imboscato che la sfanga con quattro mail e quattro Skype call. La tv si riempie di preti che predicano pazienza e di vip che scoprono quanto sia bella la loro casa. Nervosismo. Ti senti imbrigliato in una rete le cui maglie non avevi mai conosciuto. Angoscia. Gli altoparlanti delle auto della Protezione civile che ordinano di stare a casa aggiungono stress e inquietudine perché mi ricordano quel tempo di guerra che non ho mai vissuto ma che ho conosciuto nei film.

Dio. La religione aiuta sempre. Generalmente non è una bella cosa perché si traduce in una sorta di assicurazione contro le disgrazie ma questa volta scopri che fa bene. Fa bene pregare, sentirsi con i fratelli e le sorelle, ascoltare un buon sermone, leggere una bella meditazione biblica. Persino partecipare a un Zoom worship. Speranza. Conto i giorni. Addà passà a nuttata, e passerà.

Ma che cosa ci lascerà addosso questo viaggio nel tunnel della solitudine fisica, dell’incatenamento in un spazio limitato, dell’impossibilità di pianificare il tempo e il futuro? Forse niente. Qualche giorno di euforia, persino di riconoscenza, magari un Te Deum e poi via come prima. Padroni del tempo e dello spazio, liberi come l’aria. Forse cambia tutto, almeno per noi baby boomer e per i nostri figli ai quali abbiamo venduto l’illusione di uno sviluppo infinito e che gli unici limiti della crescita sono quelli che ci poniamo noi nelle nostre menti. Come un ariete che sfonda la porta questo virus maledetto ci richiama al senso del limite di ciò che siamo e di ciò che possiamo fare; di ciò di cui disponiamo e di quello che desideriamo. C’è un limite perché, in noi stessi e nel sistema che abbiamo costruito intorno a noi, scopriamo una imprevedibile, spaventosa fragilità. E allora, più che del Te Deum è il tempo del Mea culpa.

[pubblicato su Confronti 04/2020]

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