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La mediazione culturale ai tempi del Covid-19

by Claudio Paravati

Nel mezzo della pandemia, non si ferma chi cerca di lavorare nel campo del sostegno alle persone, tra cui anche chi fa mediazione culturale.
Abbiamo voluto intervistare una mediatrice culturale per capire cosa si può fare in questo settore nei tempi difficili del distanziamento sociale.
Una testimonianza di chi si impegna, ed è pronto ad aiutare anche senza compenso.

(intervista a una mediatrice culturale, a cura di Claudio Paravati)

Con la pandemia in atto, come si può fare mediazione culturale oggigiorno?

Con la Associazione stiamo ideando due modalità principali: metterci a disposizione da remoto per mediazioni a distanza e, se necessario, in presenza, ma solo in caso di servizi essenziali come quelli sanitari. Tutto questo assistendo altre associazioni di terzo settore e/o semplici cittadini stranieri bisognosi di un aiuto.

Perché la mediazione culturale “si deve” fare? Cosa si rischierebbe a non poter più averla? 

Non avere più la mediazione culturale vorrebbe dire tagliare fuori dalla società una fascia di persone già molto debole di per sé che rischia di non essere assistita o non essere assistita adeguatamente nel mezzo di questa emergenza. È importante invece che anche chi non ha risorse possa essere accompagnato e informato su quello che sta accadendo con un linguaggio a lui comprensibile.

Con la crisi e lo shutdown, come si può mantenere tale servizio? 

La nostra Associazione in questo momento doloroso si sta mettendo a disposizione gratuitamente su base volontaria per non creare cittadinanza di serie A e di serie B tra chi può permettersi una mediazione e chi no. Per quanto riguarda lo shutdown, le tecnologie danno una grossa mano per poter effettuare interventi tramite chiamata o videochiamata assicurando prestazioni comunque efficaci.

Con quali progetti cercate, con la vostra associazione, di raggiungere chi ha bisogno? 

Ora stiamo contattando i municipi e le diverse associazioni, inclusa anche la Chiesa Valdese, per far sapere a tutti della nostra disponibilità. Abbiamo inoltre tradotto dei materiali informativi in varie lingue per iniziare già ad informare gli immigrati sulla emergenza in corso. 

Cosa potrebbe fare la politica per aiutare questo campo? 

In questo periodo di emergenza crediamo sia giusto che la politica si interessi dell’Italia tutta. In periodi di normalità potrebbe dare molto più sostegno anche economico e visibilità a questo settore e in generale ai servizi sociali per poter far ripartire il Paese iniziando col favorire i più deboli. 

Cosa rispondere a chi preferirebbe nessuna mediazione culturale, ovvero chi vorrebbe “una sola cultura” (lingua, tradizione, nascita geografica…), e la mostra come la via più semplice rispetto sennò a un mondo “disordinato e caotico”?

Il nostro Paese già da diversi anni non è più monoculturale. Oggi ci sono molte seconde generazioni che hanno arricchito il panorama del nostro paese, e sempre più nuove culture arrivano ogni anno. Ignorare questo è sintomo quantomeno di miopia, mentre decidere per l’accoglienza efficace è un modo per integrare e favorire l’armonia sociale. 

L’associazione NAIM 

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