di Gianluca Barbanotti (Segretario esecutivo della Diaconia valdese)
Comodamente seduti su un treno sul quale non sapevamo di dover salire, che prende sempre più velocità, che ci sta portando in un luogo sconosciuto, scorgiamo dal finestrino le prime vittime del viaggio.Vediamo le code, rigorosamente distanziate, delle persone che si recano ai servizi sociali dei comuni per il sussidio del buono spesa. Se alcuni di loro non sono felicissimi per questo regalo, perché pensano che cinquanta euro per mangiare un mese siano pochi, altri sono espulsi dalla fila, esclusi dagli esclusi, perché non hanno la residenza, che in questi ultimi anni si è trasformata da diritto costituzionale in requisito discriminatorio.
Vediamo i dormitori per i senza tetto, che i media più pacati definirebbero “vere e proprie polveriere”. Spazi pensati per il mero pernottamento – dopo essere stati chiusi per un periodo! – sono stati in fretta e furia riaperti e adibiti ad accoglienza anche diurna, tentando, con alterne fortune, di limitare la circolazione dei “camminanti”. Neanche il gretto egoismo per la tutela della salute collettiva è stato sufficiente a contenere il nostro istinto sociale per la segregazione e il nascondimento dei problemi, con il mirabile risultato di avere creato dei focolai virulenti.
Dal nostro finestrino vediamo anche cosa succede all’interno delle case, spiando dalle finestre. In alcune case ci sono degli anziani stremati da due mali che si alimentano a vicenda: panico e solitudine. Vediamo anche donne costrette a vivere, senza remissione, senza poter uscire, senza avere momenti di sollievo, con uomini che le usano violenza. Ci sembra di vedere, nelle medesime condizioni, anche dei bambini e delle bambine. Vediamo situazioni abitative di cinquanta metri quadri con tre generazioni costrette tutto il giorno per sessanta giorni. Vediamo genitori che non riescono più a gestire i figli disabili che fino a febbraio erano presi in carico dalla scuola, o dai centri diurni o da altre attività che sono state sospese con la stessa leggerezza con la quale si sono chiusi i bar e i ristoranti.
Vediamo i lavoratori poveri, categoria che già esisteva prima che il treno partisse, che si sono scoperti indigenti al primo salario saltato. Camerieri, cuochi, baristi, commessi e una fila infinita di professioni analoghe, già precedentemente invischiati in difficoltà economiche, spesso appesantiti da acquisti rateali, ora sono senza alcun reddito. E l’arrivo degli ammortizzatori sembra lentissimo e, comunque, vivere del proprio lavoro o ricevere un sussidio non è esattamente la stessa cosa: la dignità, l’appartenenza e la responsabilità ne escono devastate.
Vediamo anche quello che ufficialmente non si deve vedere. La marea di persone che vivono di lavoretti a nero, che non hanno nessuna protezione sociale, al nord come al sud del paese, che rappresentano il sommerso, che non deve essere confuso con l’economia delle organizzazioni criminali, che sono ben altra cosa. Sono famiglie improvvisamente senza alcun reddito.
il viaggio stesso ci dice molto su chi siamo e, temiamo, su dove stiamo andando
Vediamo molti stranieri che hanno lavorato per anni, per includersi nella nostra società, hanno faticosamente imparato l’italiano, hanno prima lavorato senza contratto fino a dodici ore al giorno, poi sono riusciti a farsi assumere in una cooperativa di facchinaggio o pulizie ed ora, da un giorno all’altro, devono stare chiusi in casa, in ozio e senza stipendio.
Comodamente seduti sul nostro treno, in attesa di conoscerne la destinazione, riscopriamo che il viaggio stesso ci dice molto su chi siamo e, temiamo, su dove stiamo andando. Il capotreno, in modo anche un po’ irritante e ossessivo, lancia messaggi che contrappongono semplicisticamente l’economia e la salute, non preoccupandosi affatto dei danni, non solo economici, che questo viaggio sta già infliggendo alle persone fragili e ci fa pensare che, quando il treno si fermerà, rimarrà ancora molta strada da fare per restituire un minimo di giustizia e di ridistribuzione di opportunità all’interno della nostra società.

Donne, società, diritti e politica nell’Italia della Meloni
Per tutti, uomini e donne, è ormai indifferibile l’obbligo di tornare a ragionare sulle questioni che, a forza di restare appaltate ai piani alti delle dirigenze politiche, rimangono statiche.

Piccoli Trump in Uganda
Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda dal 1986, è stato rieletto per la settima volta consecutiva in un clima elettorale segnato da arresti, repressione e bassa affluenza.

La pesantezza e la grazia. Considerazioni sull’ultimo film di Paolo Sorrentino
L’ultimo film di Paolo Sorrentino, attraverso un riferimento a vicende e dinamiche politiche vicine ai nostri giorni, spazia su territori “filosofici” che hanno a che fare con la dimensione “pesante” dell’esistenza umana, con le sue contraddizioni e i suoi dilemmi, con le sue aspirazioni alla verità e alla giustizia, sempre sospese nel mare mosso dell’incertezza e del dubbio. E proprio in questa condizione di inquietudine e di finitudine irrompe – senza preavviso – l’infinito della grazia: una grazia tutta terrestre, umana, un moto di levità dal basso che solleva, sovverte, squaderna, rimette in moto l’esistenza e i suoi sedati desideri.

Un altro Evangelo?
Negli ultimi anni, alcune frange del Cristianesimo hanno iniziato a invocare Dio per sostenere ideologie reazionarie, in Russia, come negli Stati Uniti e in Italia. Dalla proclamazione della “guerra santa” di Kyrill al sostegno evangelico al trumpismo, si profila un “altro Evangelo”, radicalmente divergente dal messaggio di Gesù.

Olivo, albero del sacro: viaggio tra simboli, miti e riti del Mediterraneo
Dall’antico Israele alla liturgia cristiana, dal Corano alla kefiah palestinese, passando per la Grecia antica, l’olio d’oliva attraversa millenni di storia come simbolo di pace, alleanza e benedizione. In tutto il Mediterraneo, l’“oro liquido” è emblema religioso, culturale e identitario. Un elemento che unisce civiltà e fedi diverse attraverso miti, riti e saperi ancestrali.

A Djerba, dove resiste la memoria ibadita
A Djerba, la biblioteca El Barounia custodisce uno dei patrimoni più importanti della corrente islamica ibadita in Nordafrica, intrecciando memoria religiosa, identità amazigh e pratiche di convivenza. Tra manoscritti, architetture sotterranee e attivismo culturale, emerge una tradizione minoritaria che resiste tra storia, marginalizzazione e nuove sfide.
