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Noi, il popolo dell’India

by Nivedita Menon

di Nivedita Menon. Scrittrice e attivista femminista, insegna Storia del Pensiero politico alla Jawaharlal Nehru University (India).

L’India contemporanea è chiamata a pensare seriamente a come garantire giustizia a tutte le persone che la abitano e chiedersi se l’idea di cittadinanza sia ancora sinonimo di emancipazione, proprio mentre il partito di Governo tenta di rendere ancora più stringente l’attribuzione dello status di cittadino ai soli hindu.

Quando l’idea di cittadinanza viene brandita come un’arma mortale per privare le persone dei diritti fondamentali invece di renderle più libere, significa che è arrivato il momento di ripensare in modo diverso la base di questi diritti. Mentre nel preambolo della Costituzione, il riferimento a Noi, il popolo dell’India si propone di assicurare a tutti i suoi “cittadini” la giustizia, la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza; l’articolo 14 della Carta dei diritti fondamentali garantisce l’uguaglianza davanti alla legge a tutte le “persone”, non solo ai cittadini.

CITTADINANZA ED EMANCIPAZIONE
Il popolo di un Paese precede la creazione dei “cittadini”; noi, il popolo dell’India in questo momento storico dobbiamo pensare seriamente a come garantire giustizia a tutte le persone, e chiederci se l’idea cittadinanza sia ancora sinonimo di emancipazione. Basti pensare alla tragica (e rivelatrice) ironia del caso di quell’imputato, che – arrestato perché sospettato di atti di violenza durante le proteste di Semapuri (Delhi est) contro il Citizenship Amendment Act (Caa) del 2019 – su consiglio del suo avvocato, ha dichiarato in tribunale di essere minorenne e per provarlo ha fornito dei certificati provenienti dalla madarsa (scuola coranica) dove studiava. La polizia di Delhi, tuttavia, ha affermato che questi documenti non bastavano per stabilire la sua età e ha richiesto l’autorizzazione per un test dell’età ossea. Il legale dell’imputato ha sostenuto che, in base alle disposizioni del Governo centrale, i certificati della madarsa erano sufficienti, ma il tribunale di Delhi ha permesso comunque alla polizia di eseguire il test dell’età ossea.

Immaginate cosa possa voler dire per persone come questa rivendicare il diritto alla cittadinanza e all’inclusione nel Registro nazionale dei cittadini (Nrc)! Quali documenti varranno come prova di parentela, residenza, età? Sembra che persino le disposizioni del Governo centrale sulla validità dei documenti possono essere contestate dalla polizia e respinte da un tribunale. Ricordiamo che l’età non è un elemento marginale, ma fondamentale per dimostrare la cittadinanza secondo il Nrc, perché il Ministero degli Interni ha annunciato che «nessun individuo sarà considerato un immigrato clandestino fintanto che lui o i suoi genitori potranno dimostrare di essere nati in India prima del 1° luglio 1987».

Alla fine il “nostro” giovane musulmano è stato arrestato per “violenze” come maggiorenne, per aver protestato contro una legge che aveva a che fare con il Nrc; mentre lo stesso Nrc avrebbe potuto essere il modo per farsi riconoscere come minorenne grazie ai certificati della sua madarsa – che provavano che era nato dopo il 1987 – e quindi dimostrare di non essere un immigrato illegale!

I “DUE PESI E DUE MISURE” DEL BJP
Nel frattempo, gli ultras più sfegatati di Modi che vivono negli Stati Uniti e nel Regno Unito traggono vantaggio, senza problemi, di quei diritti di cittadinanza che proteggono gli immigrati e le minoranze. In pubblico tessono le lodi del Primo ministro del loro Paese d’origine, osservano i propri giorni di festa, costruiscono i loro templi, e riescono persino a influenzare la politica estera dei partiti politici dei Paesi in cui vivono e lavorano. Infatti, il partito laburista britannico sotto la pressione degli Amici d’oltreoceano del Bharatiya Janata Party (Bjp) ha fatto marcia indietro rispetto alla risoluzione nella quale criticava il blocco del Kashmir. Questi “rifugiati consumatori” (come li ha chiamati Victoria Dominguez), pretendono di godere di diritti di piena cittadinanza per se stessi nel loro Paese di residenza, salvo poi finanziare le politiche restrittive dell’Hindutva nel Paese che hanno lasciato. Vediamo qui all’opera due tipi di cittadinanza legittima: quella per diritto di nascita in contrapposizione a quella legata al luogo di residenza e al lavoro. Ma fare distinzioni di questo tipo è già di per sé ingiusto, perché la casualità della nascita non dovrebbe determinare il diritto di un individuo ad esser considerato un essere umano con pieni diritti.

SEGNALI DI DISSENSO
Bisogna anche aggiungere che le politiche dettate dall’Hindutva non riconoscono la cittadinanza per nascita ai musulmani. I musulmani devono superare una ulteriore serie di prove, incluso rinunciare al legame con le loro Terre sacre (punyabhu) fuori dall’India. Prove ideate da Madhav Sadashiv Golwalkar e altri ideologi dell’Hindutva, che non solo godono di tutti i diritti di cittadinanza, ma anche di quello di bollare gli “altri”, i non hindu, come “non cittadini”. E di recente i sostenitori dell’Hindutva, in una prospettiva totalmente assimilazionista, sono arrivati al punto di affermare che tutti coloro che vivono in India sono hindu. Questo è il loro grande gesto di inclusione, che cancella tutte le altre appartenenze.

Eppure, c’è ragione di sospettare che persino il Bjp e le Rss abbiano ampiamente sovrastimato il successo della loro linea politica con gli stessi hindu; basti vedere come reagiscono le folle, e soprattutto i millennial, ai versi travolgenti di Rahat Indori (paroliere indiano di Bollywood e poeta in lingua urdu), «Hindustan kisi ke baap ka thodi hai!» (l’Hindustan non è proprietà privata di nessuno), che sembrano volersi davvero riprendere l’India. Come dice Indori nella sua inimitabile interpretazione di questo suo vecchio poema, che ora è uno degli inni dei nostri tempi: «Il sangue di ognuno di noi è fuso con questa terra / l’Hindustan non appartiene a tuo padre! Diavolo, no!».

Qual è l’idea di proprietà dell’“India” che ne emerge? Mi sembra che superi una mera nozione di “nascita”. Se il nostro sangue e il nostro sudore si mescolano con questa terra, la nascita non è più così importante.

LA “ZONA D’OMBRA” DELLA CITTADINANZA
Al contrario: l’idea stessa di “cittadino” genera, come un’ombra, il “non cittadino” sotto forma di rifugiato e migrante. Che l’idea di cittadinanza proietti un’“ombra” è noto da tempo; questa zona d’ombra deriva dal radicamento dei diritti di cittadinanza nello Stato nazionale. Come sottolinea Ranabir Samaddar (scienziato politico indiano, direttore del Calcutta Research Group), uno Stato-nazione è composto da cittadini, ma è lo stesso Stato-nazione a definire chi possano essere i suoi cittadini. Si dà il caso che questa opportunità non è data, indiscriminatamente, a tutti coloro che siano disposti a essere cittadini, o a coloro che vogliano partecipare alla “nazionalità”.
I diritti di cittadinanza sono forti proprio perché appartengono esclusivamente alla comunità inclusa nelle pratiche dello Stato-nazione. Per usare le parole di Samaddar: «Solo coloro con i quali la nazione ha l’obbligo di entrare in relazione saranno considerati cittadini».

Il punto è che per quanto inclusivi possano essere, i diritti di cittadinanza nel contesto dello Stato-nazione sono necessariamente esclusivi. Secondo questo schema mentale, il presupposto è che le risorse di una nazione debbano essere utilizzate a esclusivo beneficio dei cittadini, creando così uno spazio privilegiato per coloro ai quali viene riconosciuto lo status di cittadino.

Quindi, come sottolinea Samaddar, lo Stato-nazione si rivolge sempre a due soggetti, il “cittadino” e il “non-cittadino”, e quest’ultimo si manifesta nel volto del migrante e del rifugiato. Il rifugiato, secondo Hannah Arendt [cfr. Noi rifugiati, 1943], è il paradigma di una nuova coscienza storica: «I rifugiati espulsi da un Paese all’altro rappresentano l’avanguardia del loro popolo». A tal proposito, Giorgio Agamben nota, in una riflessione sul saggio di Arendt [cfr. We Refugees, Symposium: A Quarterly Journal in Modern Literatures, 1995], che la comparsa dei rifugiati come fenomeno di massa inizia con l’emergere del moderno sistema di Statonazione instauratosi dopo la Prima guerra mondiale. Solo un mondo composto da Stati sovrani, che prevedeva categorie di persone chiamate “cittadini” e intenzionato a regolare i flussi di popolazione attraverso i “confini”, poteva produrre la categoria giuridica di “rifugiato”.

Il migrante è la rappresentazione di quel fenomeno di movimento delle popolazioni ampiamente diffuso tutto il mondo da centinaia di anni. Questo flusso è stato sia volontario (si pensi a marinai, pastori nomadi, eserciti invasori che finiscono per stabilirsi nelle terre che conquistavano) sia forzato (commercio di schiavi, lavoro forzato per gestire piantagioni). Quello che è interessante è che, una volta instaurato il sistema dello Stato-nazione, questi flussi hanno finito per essere osservati con molta attenzione dai nuovi Paesi di residenza.

Da questo momento in poi (circa dall’inizio del Novecento), la migrazione ha iniziato a essere strettamente legata alla questione della sicurezza degli Stati-nazione. La migrazione non è più semplicemente un problema di demografia o economia del lavoro, ma è ora percepita come un problema che riguarda la sopravvivenza stessa di una nazione.

LE NUOVE SFIDE DEL SECOLARISMO INDIANO
Il Primo ministro ha mentito esplicitamente al popolo indiano, affermando, di fronte alle proteste inarrestabili contro il Caa e l’Nrc, che i due decreti non avevano niente a che fare l’uno con l’altro, e che oltretutto l’Nrc non era neanche all’ordine del giorno del suo Governo. Si tratta di una evidente menzogna, che è stata accuratamente smentita. Il Caa, il National Population Register (Npr) e l’Nrc sono strettamente connessi, e sono essenziali per il piano dell’Hindutva di rendere i non-hindu, delle non-entità in India.

Se l’Hindutva attaccherà direttamente i non-hindu, e in particolare i musulmani, allora i musulmani alzeranno la voce in quanto tali. E questo in ogni caso: sia che si tratti di “musulmani” per nascita o per fede, sia che si tratti di persone musulmane diventate ormai atee, o di coloro i quali, praticanti o meno, sono comunque marchiati come “musulmani”.
I 200 milioni di musulmani in India stanno ora parlando come musulmani e come cittadini; il secolarismo indiano sta quindi attraversando una nuova fase. Il vecchio mantra della sinistra di «lasciare le proprie identità alle spalle quando si entra nel campo della politica secolare di classe», è logoro, ma anche espressione del potere del patriarcato, e del privilegio di casta.

Dopo che i veli islamici hanno messo in campo le donne avvolte nel burka come volto della protesta dello stato contro la modifica della Legge sulla cittadinanza, il Partito comunista indiano ha avvertito che «l’uso di simboli religiosi e l’organizzazione di persone su base religiosa contribuisce solo a promuovere l’agenda del Sangh Parivar».

Il secolarismo indiano deve imparare che all’interno del “suo” spazio dovranno ritrovarsi anche identità diverse, sia religiose che di altro tipo.
Precludere alle identità religiose la partecipazione nel discorso pubblico, porterebbe a escludere unicamente le minoranze religiose. Perché, diciamoci la verità, l’identità religiosa dominante, in questo caso l’induismo, tende a rendere se stessa la norma.

Nell’India secolare, per decenni, abbiamo visto i rituali del bhumi puja [rituale dedicato alla Terra che si tiene per venerarla prima di avviare i lavori di costruzione] e noci di cocco rotte all’inizio di cerimonie pubbliche dello Stato e persino la recita di shlokas [poesia epica indiana] in sanscrito in onore degli dèi dell’induismo all’interno delle istituzioni pubbliche. Riaffermando che è la Costituzione il libro che definisce il suo esser popolo, l’India deve imparare nuovi modi di interagire con le identità religiose nello spazio pubblico a patto che esse affermino valori costituzionali, anche se, forse, in forme fino ad adesso sconosciute.

Allo stesso modo, le proteste contro il Caa nel Nord Est del Paese non si esprimono nell’opposizione fra hindu e non-hindu, ma in termini di inclusione o esclusione etnica. Entra qui in gioco la complessità delle storie degli Stati in cui evidentemente le preoccupazioni maggiori si concentrano sul tema della difesa a oltranza della cittadinanza per nascita, basata sull’identità etnica. In questi contesti particolari è infatti giustificato il timore che il Caa porti a un flusso incontenibile di estranei; ma che siano hindu o musulmani, in questo caso, non fa troppa differenza.

QUALE DIALOGO POSSIBILE?
Sarà possibile un dialogo, una volta che l’agenda dell’Hindutva sarà stata sconfitta, tra coloro che sono nelle strade insieme adesso, ma che sono divisi sul fatto che i diritti debbano essere basati sulla residenza e sul lavoro o sull’identità basata sulla nascita? Tra coloro che credono in un mondo senza confini e che nessun essere umano è illegale; e quelli che vogliono proteggere le culture indigene dagli estranei? Sarà un dialogo difficile, ma dovrà iniziare da qualche parte. E potremmo dover rinunciare all’idea di una risposta univocamente applicabile in questa terra che chiamiamo India.

[pubblicato su Confronti 04/2020]

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