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Pandemie e ambiente, relazioni pericolose

by Michele Lipori

di Michele Lipori (redazione Confronti)

Lo scoppio della pandemia del Coronavirus, ha portato alla ribalta il termine zoonosi, con cui si intendono tutte quelle malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo. Le zoonosi conosciute, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono oltre 200 e comprendono: rabbia, leptospirosi, antrace, Sars, Mers, febbre gialla, dengue, Hiv, Ebola, Chikungunya e Coronavirus, ma anche la più comune influenza.

Il virus, essendo una forma di vita che consiste in materiale genetico rivestito da una capsula proteica, ha bisogno di una cellula ospite per riprodursi. Da qui il “contagio” che può avvenire, a seconda dei casi, per contatto diretto, attraverso altri organismi vettori (zanzare, zecche) o altri veicoli di tipo ambientale e alimentare. Le zoonosi più pericolose sono quelle che si trasmettono non solo attraverso gli animali, ma che si adattano alla nostra specie consentendo che la malattia si diffonda attraverso gli esseri umani.

Il termine spillover (“tracimazione”) indica proprio il momento in cui un patogeno passa da una specie ospite a un’altra, cosa che nel caso del Coronavirus sembra essere avvenuta nel contesto di un wet market [mercati in cui si vendono animali vivi e dove essi vengono macellati] in cui erano presenti anche pipistrelli (o chirotteri).

PERCHÉ I PIPISTRELLI?
Osservando la tabella qui sotto, si noterà che – fra le numerose zoonosi che l’umanità ha dovuto affrontare negli ultimi decenni – molte hanno avuto come origine da pipistrelli.

I pipistrelli risultano tra gli ordini di mammiferi con più “familiarità” con i virus, probabilmente a causa di alcuni fattori biologici, quali l’abitudine a formare, per il riposo o il letargo, concentrazioni impressionanti (fino ad un milione di individui in un sito), ma anche la loro lunga storia evolutiva, che li ha portati a maturare con molti virus un legame di coabitazione coevolutiva, e la capacità di volare che li porta a diffondere e contrarre virus su aree molto estese. Inoltre, i pipistrelli rappresentano circa un quarto di tutte le specie di mammiferi sul Pianeta.

Quindi, per gli umani, la probabilità di essere infettati da un virus animale è maggiore se la frequenza con la quale si entra in contatto con il tale animale è alta. Inoltre i pipistrelli, in quanto mammiferi sono più “adatti” a trasmettere un virus agli umani, rispetto – per esempio – ad un rettile. Ma gli studiosi al momento sono discordi: alcuni di loro ritengono che il virus originariamente trasmesso dal pipistrello, prima di arrivare all’essere umano, sia passato attraverso un ospite intermedio.

ZOONOSI EMERGENTI
Un recente studio pubblicato dal Word Wildlife Fund (Wwf) intitolato Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi ci mette in guardia sulle cosiddette zoonosi emergenti, ovvero quelle malattie di origine animale che in una certa popolazione compaiono per la prima volta o che erano già presenti, ma sono in rapido aumento per numero di casi o diffusione geografica. Queste sono fra le malattie più pericolose per l’umanità perché compaiono a un ritmo che non ha precedenti e hanno un impatto importante sulla salute, ma anche sui sistemi sociali ed economici.

Di fatto, siamo di fronte una nuova situazione epidemiologica, nella quale la globalizzazione, con i crescenti spostamenti di persone e merci e l’impatto ecologico, si accompagnano a nuove malattie emergenti e all’insorgenza di vecchie malattie che si credevano sotto controllo.

Nel report del Wwf si legge inoltre che fra le cause della diffusione di malattie infettive emergenti vi siano fattori importanti come la perdita di habitat, la creazione di ambienti artificiali, la manipolazione e il commercio di animali selvatici e più in generale la distruzione della biodiversità.


L’AZIONE DISTRUTTIVA DELL’ESSERE UMANO
La nostra azione distruttiva nei complessi equilibri dinamici della biosfera e il nostro intervento sugli ecosistemi – del cui funzionamento conosciamo ancora poco – possono portare a conseguenze che hanno un impatto diretto sul nostro benessere e in particolare sulla nostra salute.

In particolare l’azione distruttiva dell’essere umano si manifesta attraverso alcuni meccanismi:
• aumento dei siti di riproduzione dei vettori delle malattie;
• diffusione amplificata degli ospiti serbatoio;
• mantenimento in cattività di specie selvatiche a stretto contatto tra loro;
• trasferimenti di patogeni tra specie diverse;
• perdita di specie predatrici;
• cambiamenti genetici indotti dall’uomo di vettori di malattie o agenti patogeni (resistenza delle zanzare ai pesticidi o la comparsa di batteri resistenti agli antibiotici);
• contaminazione ambientale da parte degli agenti di malattie infettive.

In breve, la distruzione di habitat e biodiversità favorisce la diffusione di malattie zoonotiche emergenti. Inoltre, la creazione di habitat artificiali o più semplicemente di ambienti “poveri di natura” e con un’alta densità umana possono ulteriormente facilitare la diffusione di queste malattie.

Per capire meglio la portata di questo fattore di rischio, basti pensare che nel 2019 l’Intergovernamental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services dell’Onu ha definito “senza precedenti” l’azione distruttiva dell’uomo sulla natura.

Inoltre, secondo il Living Planet Report redatto dal Wwf nel 2018, in poco più di 40 anni il Pianeta ha perso in media il 60% delle popolazioni di vertebrati. A tal proposito bisogna ricordare l’importante ruolo che hanno le foreste che – coprendo il 31% delle terre emerse del Pianeta – costituiscono l’habitat per l’80% della biodiversità terrestre e che – grazie al processo della fotosintesi clorofilliana e all’assorbimento di CO2, – contribuiscono alla lotta al cambiamento climatico.

Purtroppo, però, si stima che oggi abbiamo perso quasi la metà della superficie forestale che abbracciava e proteggeva il nostro Pianeta all’inizio della “Rivoluzione agricola”.

Per questo la distruzione delle foreste può esporre la specie umana a nuove forme di contatto con microbi e con specie selvatiche che li ospitano.

[pubblicato su Confronti 04/2020]

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