Home Diritti Per superare aprile: attenzione agli ultimi, e anche ai penultimi

Per superare aprile: attenzione agli ultimi, e anche ai penultimi

by Claudio Paravati

Intervista a Mario Giro (DemoS)
a cura di Claudio Paravati

Servono subito misure di protezione e sostegno sociale.  L’Italia è provata dalla pandemia in atto, e dovrà fare i conti con sofferenze e ferite difficili da superare. Il più grande scandalo che potrebbe emergere nei prossimi tempi riguarda l’abbandono degli anziani. Su questi temi abbiamo intervistato Mario Giro, già Viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, esponente di vertice di DemoS (Democrazia Solidale).

DemoS nella Direzione nazionale qualche giorno fa ha mandato un documento da titolo: “Agire nell’urgenza per salvaguardare subito il potere di acquisto dei cittadini”. Dunque a che punto siamo? Quali sono le idee, le prospettive e i suggerimenti?

Siamo preoccupati per gli ultimi ma anche per i penultimi. Gli ultimi sono quelli che dovrebbero ricevere i soldi stanziati dal governo, i 400 milioni che i comuni stanno distribuendo. Il problema essenziale è: come i comuni li distribuiscono? Il governo non ha messo regole generali sul tipo di gestione e distribuzione di questi fondi e secondo noi ha fatto male. Ognuno così fa per sé. Ci sono dei comuni come quello di Salerno che hanno inventato una procedura a cui è molto difficile accedere. Il nostro appello è che i comuni non dimentichino tra gli ultimi quelli che non sono in possesso neanche di un documento d’identità. Parlo dei senza tetto, dei senza fissa dimora, dei rom e di una parte degli stranieri. Poi ci sono i penultimi, ovvero coloro che lavorano (italiani e no) ma lo fanno in nero o nel sommerso e questo secondo noi è un problema molto grave. Non sono persone che normalmente usufruirebbero di una mensa, quindi sono invisibili, in un certo senso. È gente che ha difficoltà a vivere questo mese di blocco totale, che magari fa tanti piccoli mestieri e che vive a metà strada tra il formale e l’informale. Per loro in questo momento non c’è nulla. Secondo noi invece il governo ha lavorato bene sulla questione dei cassintegrati, dei co.co.co. e delle partite iva, tutti raggiungibili e conosciuti dall’amministrazione, compresi i redditi di cittadinanza. Poi ci sono coloro che hanno visto la loro domanda di RdC rifiutata ma che potrebbero rientrare in un reddito d’emergenza. Alcuni parlano di 3 milioni di persone completamente sommerse, invisibili all’Inail e all’Inps e noi abbiamo fatto proposte per loro. Abbiamo chiesto alla grande distribuzione di incaricarsi attraverso un accordo col governo di accettare la spesa a credito, ma la grande distribuzione ha rifiutato. Adesso stiamo chiedendo di accettare almeno il concetto del “la spesa sospesa”, secondo il quale le persone che vanno a fare la spesa nella grande distribuzione possono comprare prodotti che verranno distribuiti a coloro che non possono accedervi. Cerchiamo così di evitare l’assalto ai forni di manzoniana memoria… che potrebbe accadere in certe parti d’Italia, perché in questo mesi di aprile e maggio ci sarà la sofferenza maggiore. Marzo è passato e ce l’abbiamo fatta, ma prima che le cose comincino a tornare normali, bisogna affrontare il tempo che riamane. Quindi coloro che non riceverebbero niente devono essere aiutati in questa maniera, direi a valle.

Secondo lei esiste un problema di tessuto sociale sulla media-lunga durata? Ci sono cose da fare adesso in modo tale che la nostra stabilità democratica non vacilli?

Dal punto di vista economico siamo abituati in Italia ad avere una parte del mercato del lavoro sommerso. È il mercato del lavoro che viene in parte gestito dalle mafie ed è molto pericoloso. Dal punto di vista politico il discorso è diverso. Evidentemente non si può fare democrazia online a tutti i livelli. È vero che alcuni movimenti come i 5 Stelle e la stessa piattaforma Rousseau sostengono da tempo che si può votare online, ma non è sufficiente per la vita democratica votare online – anche se ci si arrivasse un giorno. C’è bisogno di tutta una serie di condizioni istituzionali, e anche parlamentari. Come si fa a fare un parlamento online? Quindi è evidente che questa situazione è molto strana e che ci deve far riflettere. Credo che il governo, e qui l’opposizione ha avuto ragione, avrebbe dovuto coinvolgere almeno le commissioni parlamentari molto di più e sin dall’inizio, anche se poi è stato fatto. C’è una prassi parlamentare che va rispettata per quanto possibile.

Lei è stato viceministro degli esteri. Nelle ultime settimane abbiamo assistito agli aiuti da Cuba, dalla Russia e dalla Cina. La cooperazione sta vivendo una stagione inedita, e per certi versi inaspettata?

La situazione è sicuramente inaspettata. Almeno un quarto dei volontari o cooperanti sono tornati a casa mentre altri sono in lockdown nei paesi di operazioni. Ora c’è il lockdown africano, che è molto difficile da fare perché in Africa non si può mantenere il distanziamento sociale. Pensiamo agli slums… . Speriamo davvero che in Africa non avvenga una tragedia. Sappiamo che la struttura sanitaria nel continente è quasi a zero, quindi una pandemia sarebbe davvero un dramma. Molti programmi di cooperazione ora sono congelati e dovranno essere riattivati, ci vorranno altri soldi per farli ripartire. Quelli sanitari sono importantissimi e c’è urgenza di metterli in condizione di operare per aiutare l’Africa. Se la pandemia esplode anche lì, sarà un nuovo fattore di push per le migrazioni. 

Cosa avete in progetto di fare sul territorio per accompagnare l’Italia in questo momento?

Fin da ieri ci stiamo attivando per colloquiare con tutti i comuni sulla distribuzione dei 400 milioni. Abbiamo chiesto che le procedure siano meno burocratiche possibile e che questi soldi arrivino direttamente alle persone attraverso buoni pasto e buoni acquisto e che, attraverso questi strumenti, anche le associazioni, come la Caritas, Sant’Egidio, Terzo settore, ma anche le più piccole vengano messe in condizioni di operare, perché bisogna far arrivare il cibo alle persone che ne hanno bisogno. Tutte queste persone sono in qualche modo conosciute dalle associazioni, quindi la connessione tra grande distribuzione e associazioni è fondamentale. L’altra cosa a cui ci stiamo preparando è fare proposte per rivedere il sistema sanitario, perché se c’è una cosa che questa crisi del Coronavirus ha messo in luce è che il sistema sanitario va rivisto. La privatizzazione, o para-privatizzazione, non funziona. Abbiamo visto infatti il modello lombardo andare in crisi. Non è una questione di destra o sinistra, anzi si può fare il paragone tra due regioni governate dalla Lega: Veneto e Lombardia. Tra le due il Veneto se l’è cavata molto meglio, perché il 70% della sanità veneta è ancora pubblica, mentre ormai in Lombardia è solo al 40%. 

Ridisegnare dunque una sanità diversa?

È chiaro che un privato, o un privato convenzionato, non può permettersi di tenere tanti letti in terapia intensiva vuoti perché deve metterli a reddito, ed è proprio questo che ha penalizzato in particolar modo la Lombardia. Per quanto sia d’eccellenza, la sanità lombarda, non ha retto: è necessario che ci sia una media alta a cui tutti possano accedere. E qui abbiamo visto la difficoltà che c’è stata. Ora bisognerà cambiare. Sono necessari dei reparti o degli ospedali interi dedicati a queste emergenze infettive; casomai vuoti, ma pronti per fronteggiare quello che potrebbe capitare. Anche se questo suona come spreco alle orecchie di chi ragiona privatisticamente, va detto che è così: bisogna attrezzarsi e prepararsi prima. Poi occorre ri-diffondere la sanità sul territorio, e abbiamo visto quanto male ha fatto chiudere tanti ospedali. E bisogna evitare di “covidizzare” tutti gli ospedali mettendo in crisi il resto della sanità, perché chi aveva un tumore e doveva fare terapia, o chi doveva fare un’operazione in questo periodo è stato penalizzato. Terzo, bisogna assolutamente che si generalizzi la cultura dell’igiene e della prevenzione. È vero che c’è una buona sanità, globalmente parlando, ma l’Italia ha un tallone d’Achille fortissimo, ovvero le infezioni ospedaliere. La prova è stata il fatto che si siano ammalati tantissimi medici e infermieri e ne sono morti troppi. Negli ospedali in cui la cultura della prevenzione contro le infezioni ospedaliere era alta come al Sacco di Milano o allo Spallanzani di Roma o al Cotugno di Napoli, non si è ammalato nessuno fra medici, infermieri e operatori. In questo caso la responsabilità non è né dello Stato, né del governo, ma di una cultura della prevenzione contro le infezioni ospedaliere che deve tornare subito ad essere preoccupazione primaria trai medici. Da tempo ogni italiano sa che ci sono ospedali in cui ci si può ammalare di altro se si viene ricoverati, e questo deve finire. 

In questo quadro purtroppo le fasce più deboli stanno soffrendo ancor di più.

Infatti per noi è di primaria importanza la questione degli anziani, cioè delle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali, ndr), degli ospizi e degli istituti. Perché molti anziani sono morti, e molti sono morti per abbandono, su questo verrà fuori uno scandalo, e già a Bergamo il sindaco ha detto che i conti dei deceduti non tornano. Dal nostro punto di vista lo scandalo è stato quando le RSA, attaccate dal virus, si sono limitate ha serrare l’accesso ai parenti e ai volontari ma hanno lasciato gli anziani morire senza proteggere loro né i solo assistenti. Temo proprio che emergeranno dei casi in cui questi anziani sono stati lasciati a morire di fame e di sete perché non c’era nessuno che li assisteva. Quindi la risposta è domiciliarità, ma da tempo in alcune regioni si sono fatti passi indietro sulla domiciliarità dei servizi. Secondo DemoS la linea deve essere: basta con gli istituti! È stato un fattore gravissimo anche in Spagna e in Francia, un fattore di morte. Quando degli studi inglesi dicono che in Italia sono morti tanti anziani perché qui gli anziani vivono a contatto con la famiglia è una falsità: perché la cura familiare è stata molto più attenta dell’abbandono a cui sono stati lasciati gli anziani negli ospizi.

Ci sarà una profonda ferita da rimarginare nel nostro Paese. L’abbandono, la non possibilità di assistere chi poi è morto per il Covid. Un gruppo di teologi e di teologhe – un gruppo, tra l’altro ecumenico – ha pubblicato un appello su Repubblica (https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/04/02/news/coronavirus_nessuno_merita_di_morrie_da_solo_l_appello_di_teologhe_e_teologi_evangelici_e_cattolici-252968546/), chiedendo di non lasciar morire da sole le persone. 

Sì, recentemente DemoS di Roma ha chiesto che al geriatrico nomentano di Roma non si mettano altri anziani appartenenti a geriatrici come quello di Nerola, pesantemente infettati dal Coronavirus. Costoro devono essere portati in ospedale come tutti. Ci sono stati casi di istituti in Italia in cui sono morti quasi tutti. Bisogna portare gli anziani malati negli ospedali come lo Spallanzani, dove ci sono posti liberi, e smetterla con questa pratica di chiudere le RSA e lasciare morire la gente in questa maniera. È uno scandalo e sono convinto che verrà fuori anche a livello giudiziario. Ci saranno inchieste su questo in tutta Italia. Questo forse è il più grave vero scandalo italiano di tutta questa crisi da Coronavirus

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