Ripensare le strutture politiche ed economiche e immaginare un nuovo modo di ridistribuire le ricchezze per superare la crisi - Confronti
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Ripensare le strutture politiche ed economiche e immaginare un nuovo modo di ridistribuire le ricchezze per superare la crisi

by Marzia Coronati

Intervista a Raul Caruso a cura di Marzia Coronati. Giornalista Rai RadioTre

Raul Caruso è professore di economia internazionale e economia della pace all’Università Cattolica del Sacro Cuore. È specializzato nello studio delle cause e delle conseguenze economiche di guerre, conflitti e crisi. Lo abbiamo intervistato per provare a fare luce sugli scenari economici futuri dell’Italia e d’Europa. Secondo Caruso, siamo di fronte alla crisi peggiore degli ultimi quattrocento anni, quando il declino dell’impero spagnolo ha ridisegnato assetti politici ed economici, un baratro da cui si può uscire solamente ripensando totalmente le strutture politiche ed economiche e immaginando un nuovo modo di ridistribuire le ricchezze.

Partiamo dall’inizio. Cos’è successo nel 1600? 

La crisi generale del XVII secolo è stata una crisi di livello mondiale, un declino economico profondo scaturito dalla caduta dell’impero spagnolo, uno stravolgimento che non è avvenuto nel giro di mesi o di pochi anni, ma nel corso di un lungo periodo di tempo, in cui si assisteva a momenti più tranquilli e momenti invece in cui la crisi si acuiva. Ecco, questo mi ricorda la nostra storia contemporanea, a partire dalla crisi del 2008 per poi seguire con quella dei debiti nel 2011, fino ad arrivare alla situazione di oggi, un filo rosso lega questi sconvolgimenti che stanno cambiando radicalmente assetti politici ed economici.

Cambiamenti che stanno travolgendo il sistema economico sia italiano che europeo. Le imprese e i singoli sono già in sofferenza e a breve bisognerà trovare una risposta adeguata. Lei sostiene che gli Eurobond siano una buona via d’uscita e ha più volte dichiarato che adesso è necessario portare il debito a livello europeo. Perché?

Gli Eurobond sono dei titoli di stato di natura europea, chiamarli Titoli di Stato sembra una contraddizione perché l’Unione europea, o meglio l’Eurozona, è fatta di tanti stati ma non è uno stato di per sé. Dietro lo sponsor Eurobond” infatti vi è un modo diverso di pensarci all’interno dell’Europa, una profonda riconversione dell’economia europea, significa delegare una parte della nostra sovranità a una organizzazione internazionale, chi propone gli Eurobond propone una riscrittura delle regole dei Paesi dell’Unione e una cessione di sovranità ulteriore. Si cede sovranità sì, ma si condividono responsabilità, creare un sistema di eurobond e di obbligazioni europee significa unire i Paesi ancora di più e questa è l’unica strada percorribile, perché la recessione andrà a colpire tutte le imprese in tutti i settori produttivi, che sono ormai interconnessi, per fare sì che le imprese non falliscono serve che l’Unione non sia frammentata. Credo sia necessario operare questa ulteriore cessione di sovranità per sostenere un’economia europea integrata.

Ripensare le strutture e le relazioni e prevedere forme di sostegno per il lavoro. Lei sostiene che la cassa integrazione però non sia sufficiente.

Noi non possiamo immaginare che un domani avremo risorse adeguate per finanziare all’infinito sussidi al lavoro e alle imprese, dobbiamo uscire dall’idea che basti sussidiare lavoratori e imprenditori, pompare tanti soldi nella spesa pubblica, per risolvere il problema italiano. Dobbiamo affrontare un problema strutturale, che ci ha condotto a venti anni di stagnazione e a un aumento delle disuguaglianze. Dobbiamo riscrivere la nostra economia e liberare tutti quei capitali immobilizzati nelle rendite per fare in modo che rientrino nei meccanismi produttivi. Colpire i patrimoni immobiliari è la prima cosa da fare. In Italia è stato dato un vantaggio clamoroso alle rendite immobiliari e a chi vive di patrimoni immobiliari mentre gli imprenditori sono stati gravati di tasse salatissime. In Italia abbiamo un’imposta regressiva come l’Iva al 22%, che è una percentuale altissima, che colpisce particolarmente i consumi e che ha diminuito il potere d’acquisto delle persone meno abbienti, e questo va assolutamente riscritto. Bisogna riscoprire modi diversi di tassazione progressiva, bisogna trovare modalità nuove di relazione con il mondo del lavoro, la crisi ci sta insegnando anche che questo smart working è una strada che va percorsa in maniera sistematica per tutelare il lavoro, in Italia ci sono potenzialità produttive inespresse soprattutto nel lavoro femminile perché non abbiamo una buona conciliazione tra famiglia e lavoro e lo smart working potrebbe diventare qualcosa di più utilizzato dalle imprese e potrebbe farci scoprire momenti di produttività potenziale più elevata, allo stesso tempo gli imprenditori devono capire che non basta chiedere allo Stato sussidi una tantum, perché questo non rende nel lungo periodo, gli imprenditori devono chiedere di avere regole più certe, soprattutto le microimprese. Infine abbiamo ancora dei grossi avanzamenti da fare nel settore delle banche, i tassi di investimento in Italia sono molto bassi, perché è così se i tassi di interesse anche sono bassi? Perché qualcosa non funziona nell’accesso al credito per le imprese, il credit crunch del 2008 non è stato riformulato e le banche non hanno dato credito alle imprese. Queste cose che dico non sono nuove ma non c’è stata la spinta per attuarle.

In questi giorni molti hanno parlato di “economia di guerra”, secondo lei questo parallelismo è fuorviante?

Lo è, per almeno due motivi: la guerra nella sua tragicità ci restituisce una condizione in cui il principale fattore di sviluppo dell’economia, il capitale umano, perciò le donne e gli uomini, sono decimati, perché la guerra in primo luogo uccide i giovani, che poi successivamente non rientreranno nel settore produttivo. Se noi leggiamo gli studi sulla produttività del lavoro dei veterani inoltre capiamo che le sindromi da stress post traumatico condizionano la capacità di essere produttivi, lavorare per progetti e per programmarsi una vita. Questa crisi, con tutta la sua tragicità, ha però un elemento: l’età media delle persone che stanno morendo è molto elevata, perciò quando avremo trovato una cura, un vaccino, un protocollo, tutta la popolazione attiva sarà disponibile nel settore produttivo. Bisogna capire insomma che il debito pubblico che segue una guerra è solo un aspetto dell’economia di guerra.

La seconda grande differenza è che durante una guerra aumentano i prezzi dei beni perché vi è scarsità, qui non sta succedendo: grande e piccola distribuzione ancora funzionano e gli esercizi si sono adattati con le consegne a domicilio. La popolazione non è rimasta senza nutrimento, non siamo di fronte a un razionamento delle scorte.

In questi giorni alcuni movimenti per la pace hanno lanciato un appello per bloccare l’industria a dell’aerospazio e della difesa, che ancora continua a essere operativa. Che ne pensa?

L’industria militare è erroneamente considerata industria strategica, in realtà ha un numero di occupati relativamente basso rispetto a quello di altri settori, non ha nessun apporto significativo sulla crescita del Paese e ci mette in una condizione imbarazzante dal punto di vista strategico perché è un’industria che ha rapporti commerciali con Paesi in guerra in violazione con la legge dello Stato e con i trattati internazionali, come quello sul commercio delle armi convenzionali, quindi il ruolo dell’industria militare d’Italia andrebbe riscritto e riformulato, a prescindere dalla crisi, soprattutto oggi che abbiamo bisogno di risorse e liquidità bisogna bloccare l’industria militare, lo dobbiamo fare per l’Italia e per l’Europa, perché le risorse militari potrebbero essere stornate per la soluzione di questa crisi. Insomma, è di una miopia imbarazzante il fatto che l’industria militare ancora vada avanti e continui ad alimentare conflitti in corso, la cosa peggiore di una crisi come questa è una crisi in cui vi siano anche dei conflitti armati, perché a quel punto gli uni alimenteranno gli altri. Se vogliamo evitare il caos a livello globale dobbiamo diminuire gli incentivi ai conflitti. Nella grande crisi del diciassettesimo secolo c’erano varie guerre in corso, anche nel 2008 eravamo di fronte a una situazione simile, con conflitti che andavano espandendosi. Dovremmo limitare le guerre e interrompere l’industria militare, perché non è di interesse globale. Abbiamo bisogno di cooperazione, non di divisione. 

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