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Un sogno per il mondo

by Debora Spini

di Debora Spini. Centro Studi Confronti.

L’esistenza stessa della repubblica indiana è il risultato di un coraggioso progetto politico che, in un enorme mosaico di lingue, etnie e religioni, trovava un terreno identitario comune nei valori fondanti della Costituzione. Ma il partito al governo – il Bharatiya Janata Party (Bjp) – ha operato una drastica inversione nei confronti di questi ideali.

Nel suo celebre discorso A tryst with destiny (Un appuntamento con il destino) Jawaharlal Nehru – Primo ministro indiano dal 1947 al 1964 – salutava, nel 1947, l’arrivo della libertà, e allo stesso tempo ricordava quanto ancora ci fosse da lavorare per trasformare in realtà tutti i sogni ancora incompiuti. Concludeva con queste parole: «Questi sogni sono per l’India, ma sono anche per il mondo».

IL SOGNO DELL’INDIA E LA SUA COSTITUZIONE
Il sogno dell’India era costruire una grande nazione di cittadini e di cittadine che fosse democratica, egualitaria e secolare. Nonostante gli enormi ostacoli – in primo luogo le profonde ingiustizie e la spaventevole povertà nella quale versa ancora oggi buona parte della popolazione – questo sogno si è almeno in parte avverato. Pur conoscendo battute d’arresto spesso anche drammatiche – per non fare che un esempio, la buia stagione dell’“Emergenza” negli anni Settanta – e il permanere di contrasti feroci, l’India è effettivamente diventata la più grande democrazia del mondo. L’esistenza stessa della repubblica indiana è il risultato di un coraggioso progetto politico. Ciò che chiamiamo abitualmente “India” era ed è in realtà un enorme mosaico di lingue, etnie, religioni, che trovava un terreno identitario comune nei valori fondanti della Costituzione e non certo in una improbabile omogeneità etnica e/o religiosa. Non a caso nel suo articolo (Confronti 04/2020) Aditya Nigham definisce la Costituzione come il “contratto sociale” dell’India moderna. La Carta del 1949 nel nome di We, The People of India (Noi, il popolo dell’India) proclamava la Costituzione dell’India «in una Repubblica sovrana, socialista, secolare e democratica»; nel 1976 il testo costituzionale è stato emendato in «una Repubblica sovrana e democratica».

Anche nella versione più recente, dopo gli emendamenti del ‘76-‘77, la Costituzione afferma l’impegno di assicurare a tutti i cittadini «GIUSTIZIA, sociale, economica e politica; LIBERTÀ di pensiero, espressione, credo, fede e culto; UGUAGLIANZA di condizioni e opportunità; e promuovere tra loro assicurando la dignità dell’individuo e l’unità e l’integrità della nazione»

Il secolarismo era quindi una parte integrante del sogno, o progetto, di costruzione dell’identità politica indiana. Il secolarismo indiano tuttavia ha sempre avuto un carattere del tutto particolare, che non si può identificare automaticamente con i modelli europei, a partire dalla laicité francese. Piuttosto che su neutralità e separazione, il secolarismo indiano si fonda su un uguale rispetto e considerazione verso tutte le religioni, che Rajiv Bharghava ha definito come «distanza sorretta da princìpi morali».

UN’EREDITÀ MESSA ALLA PROVA
Questa eredità è oggi messa a dura prova. Come è noto, il partito al governo – il Bharatiya Janata Party (Bjp) – ha operato una drastica inversione rispetto all’identità nehruviana imponendo una serie di politiche di saffronisation, cioè di graduale riduzione del pluralismo culturale indiano. L’ideologia hindutva, basata sull’identificazione fra hindu-ness and indian-ness, vuole quindi sostituire il popolo di cittadini definito dalla Costituzione del ‘49 con un ethnos definito su base religiosa. Questo progetto è sostenuto da una radicale rivisitazione della storia dell’India, che raffigura la minoranza musulmana come il risultato di “invasioni” di popolazioni straniere, e da una narrazione semplificata della stessa identità religiosa che assume acriticamente la nozione di “induismo” ereditata dal colonialismo.

Nel suo articolo (Confronti 04/2020) Nivedita Menon affronta molti di questi temi rivelando l’ambiguità della categoria di stato nazionale se declinata in senso nativista e etnocentrico.

CITIZEN AMENDMENT ACT E NATIONAL CITIZEN RECORD
L’intenzione di liquidare il patrimonio di tolleranza, inclusività e pluralismo frutto della tradizione costituzionale indiana si manifesta nelle due iniziative legislative del dicembre 2019, il Citizenship Amendment Act (Caa) e il National Citizens Record (Ncr), che combinate insieme delineano un quadro nel quale la condizione di piena cittadinanza della “minoranza” islamica si trova a essere gravemente compromessa.

Questa sorta di offensiva antipluralista non ha mancato di suscitare una forte ondata di opposizione e di protesta, che Neera Chandhoke (Confronti 04/2020) nel suo contributo definisce come una vera e propria “eruzione” della società civile. Purtroppo, nelle ultime settimane si è verificata una violenta repressione da parte delle forze di polizia con pesanti sospetti di coinvolgimento anche del Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss) – organizzazione paramilitare espressione del nazionalismo hindu di destra – che ha insanguinato le strade di Delhi causando feriti e morti. Nonostante questi sviluppi assolutamente drammatici, l’ondata di proteste anti Caa ha portato alla luce nuove forme di protagonismo e di attivismo politico. Fra queste, particolarmente significativa è stata la mobilitazione delle donne musulmane che, nel quartiere di Shaheen Bagh a Delhi, hanno mantenuto per più di due mesi un sit-in continuo contro le proposte di legge del Governo nel nome della Costituzione.

L’ESPERIENZA DELLE DONNE DI SHAHEEN BAGH
L’esperienza di Shaheen Bagh è estremamente significativa sotto molti aspetti. In primo luogo è un esempio di soggettività politica femminile nel quale l’identità religiosa non ostacola, ma sostiene la mobilitazione politica. Le donne di Shaheen Bagh si sono mobilitate sì in quanto musulmane, ma in difesa dei valori di secolarismo inclusivo propri della Costituzione indiana, compiendo così una riappropriazione assolutamente innovativa del vocabolario e della simbologia dell’identità nazionale.

Da Shaheen Bagh si è poi sviluppata una vera e propria ondata di attivismo, che ha coinvolto i soggetti più diversi; particolarmente interessante per il pubblico di Confronti è senza dubbio la mobilitazione interreligiosa di solidarietà nei confronti delle comunità musulmane di Delhi est da parte di sikh, hindu e cristiani.

I contributi raccolti in questa sezione di Confronti indagano il significato di questa nuova mobilitazione civica a partire da categorie quali cittadinanza, identità religiosa, agency politica delle donne, società civile. Come già ribadito da Neera Chandhoke, questo è il momento della società civile indiana; il momento di difendere un sogno che non è solo dell’India ma del mondo.

[pubblicato su Confronti 04/2020]

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