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I problemi posti dal virus e i nodi amazzonici irrisolti

by Luigi Sandri
di Luigi Sandri. Redazione Confronti


Questioni strutturali, provocate dal Coronavirus, e tensioni ecclesiali, indotte dalle conseguenze del Sinodo amazzonico di ottobre, da qualche mese stanno ponendo il pontificato di Francesco in difficoltà che non accennano a diminuire ma, piuttosto, ad aggravarsi con il loro carico di interrogativi.

La gran maggioranza degli scienziati ritiene che il Covid-19 sia nato da fenomeni e mutamenti naturali (magari da una natura selvaggiamente sfruttata); ma alcuni “complottisti” sostengono, invece, che esso sia stato creato in laboratorio, e da là sfuggito all’aperto iniziando nel mondo la sua marcia di morte. Tra questi ultimi vi sono due eminenti porporati, ambedue classe 1948: l’arcivescovo di Colombo, Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, e quello di Yangon, Myanmar, Carles Maung Bo.
Il primo il 15 marzo ha detto alla tv dello Sri Lanka: «Sappiamo che in diverse aree del mondo ricercatori sono impegnati per distruggere la vita umana e la natura. Queste ricerche sono fatte non dalla gente di Paesi poveri ma in laboratori di Paesi ricchi. Prego il Signore di farci trovare chi ha inventato questi semi velenosi. L’Onu o organizzazioni internazionali debbono trovare chi sta dietro gli avvenuti incidenti, e punirlo». Parole interpretate da alcuni giornali come una denuncia contro Pechino. Due settimane dopo non ha comunque lasciato dubbi Bo, elevato alla porpora nel ’15 proprio da Francesco: «Il regime cinese ha lanciato una campagna contro la religione che ha portato alla distruzione di migliaia di chiese e croci e alla reclusione in campi di concentramento di migliaia di musulmani uiguri [maggioranza nello Xinjiang, alla quale il governo centrale nega la desiderata autonomia]. E Hong Kong, un tempo una delle città più aperte dell’Asia, ha visto drammaticamente erodersi, sotto il peso della legge, le libertà e i diritti umani». Quindi, l’affondo: «Trattando in modo inumano e irresponsabile il Coronavirus, il partito comunista cinese ha dimostrato ciò che molti già pensavano: esso è un pericolo per il pianeta. La Cina è un Paese di grande e antica civiltà che molto ha contribuito nella storia del mondo; ma l’attuale regime è responsabile, con la sua criminale negligenza e l’uso della repressione, per la diffusione della pandemia nelle nostre strade».

Velatamente, queste parole si oppongono alla ostpolitik vaticana verso la Cina, decisa dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e dallo stesso Francesco; e quindi di fatto si saldano con le accuse del vescovo emerito di Hong Kong, cardinale Joseph Zen Ze-kiun (1932). Infatti, da quando, nel settembre ‘18, la Santa Sede aveva firmato con Pechino un “accordo provvisorio” per la nomina dei vescovi – il che ha convinto il papa a riammettere nella comunione con lui anche i vescovi “patriottici” (scelti cioè senza l’approvazione del pontefice) – il prelato aveva accusato Roma di “tradimento” per aver abbandonato alle mercé del regime i cattolici che, per rimanere saldi nella fede, hanno subìto il carcere, e anche la morte. Poi, il 27 settembre scorso, in una lettera a tutti i porporati, Zen ripeteva le sue tesi. E così Giovanni Battista Re, da gennaio neo-decano del Collegio cardinalizio, il 20 febbraio scriveva anch’egli una lettera alla stessa audience per rintuzzare le accuse. In tale contesto davvero inusuale, sono arrivate le affermazioni di Bo che, a parte il ruolo in patria, da un anno è anche presidente della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia. Domanda: e se il suo attacco frontale contro Pechino e, tra le righe, contro il papa – che, per raggiungere l’accordo del ’18, avrebbe accettato il silenzio sulle sistematiche violazioni dei diritti umani nella Cina di Xi Jinping – fosse l’eco di una critica diffusa tra i vescovi asiatici contro l’accordo “provvisorio”?
È inevitabile collocare il suono dell’arpa birmana nel clima delle sotterranee manovre pre-conclave: ciò non significa che già domani i cardinali si riuniranno nella Cappella Sistina per eleggere il Successore; il giorno “x” potrebbe essere lontano: ma… è bene, pensano, non arrivarvi impreparati.

Avendo già parlato ampiamente di questo testo (Confronti 4/20), ne facciamo qui solo dei cenni. I 185 “padri” convenuti a Roma avevano denunciato con forza le minacce contro l’ecosistema di quel “continente”, esiziali per l’esistenza stessa degli indigeni. Poi, per garantire comunità sparse nella foresta, e visitate da un prete celibe magari una volta ogni uno o due anni, avevano proposto l’ordinazione sacerdotale di diaconi già sposati (=viri probati). E, non osando sostenere il diaconato femminile, avevano suggerito al papa di inserire propri rappresentanti nella Pontificia commissione istituita da Francesco già nel 2016 per indagare sul diaconato delle donne (diaconissae) nei primi secoli.

Il 2/2/20 il pontefice firmava Querida Amazonia [QA], un’esortazione apostolica post-sinodale: egli si schierava totalmente dalla parte degli indigeni e lodava le loro cosmogonie e la loro spiritualità, auspicando la crescita di una Chiesa dal volto (rostro) amazzonico; ma poi ignorava il “consiglio” del Sinodo sui preti sposati. Una “dimenticanza” che ha lasciato sconcertati molti indigeni e molti vescovi.

Anche teologi della liberazione, come il brasiliano Leonardo Boff, da sempre schieratissimi con un papa da essi definito “profeta” attuatore del Concilio, sono rimasti basiti per il silenzio di QA su una questione cruciale per la vita delle comunità amazzoniche. La mancanza di coraggio del papa, e il suo dietrofront sono tanto più conturbanti – ha notato Boff; e, poi, voci dal mondo teologico mitteleuropeo e, in Italia, da Andrea Grillo – perché l’Esortazione, trattando dei ministeri, sembra radicata più nel Tridentino che nel Vaticano II. E, hanno rilevato teologhe e teologi vari, inconsistenti e contraddittorie sono le ragioni apportate dal papa contro i ministeri “alti” alle donne.
Che l’oblio dei “viri probati”non sia un dettaglio “irrilevante” (come pur si ostinano a scrivere non solo i papa boys), lo conferma, in controluce, La Civiltà Cattolica del 7-21 marzo; infatti, la rivista dei gesuiti, in un ampio commento a QA ignora, curiosamente, quel dettaglio imbarazzante. Ma è saggio tacere ai lettori di un tema che finirà per scuotere anche i palazzi vaticani? Del resto, il silenzio del papa diventa trasparente se lo si valuta come un segnale al Sinodo tedesco in corso: la Curia romana non accetterà, in Germania, né viri probati né donne nei ministeri.

L’abbiamo scritto nel numero scorso: sulla “frenata” di Francesco, molto ha pesato la minaccia di un pubblico dissenso da parte di un gruppo di cardinali (non solo i soliti Burke e Sarah, ma anche Ruini) contro l’ipotesi viri probati; ma, aggiungiamo ora, ha pesato anche la minaccia di un allargamento della campagna contro di lui, del resto già in atto, da parte di filo-lefebvriani, fondamentalisti, sovranisti, politici fideisticamente devoti, adepti dei movimenti “Dio-famiglia-proprietà”, alfieri del neo-liberalismo, maschilisti: una battaglia campale, ben foraggiata da ambienti teocon sia statunitensi che russi, per screditare il papa che, oltre ad essere “comunista” – questo il suo peccato originale! – distruggerebbe la Chiesa andando contro la “tradizione” (che l’Ortodossia da sempre abbia il clero uxorato è un particolare che tali nescienti crociati ignorano).
Come che sia, sul piano sociale Bergoglio non indietreggia. In aprile, in una lettera ai movimenti popolari, ha scritto: «Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento e la quarantena [a causa del Coronavirus] vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità agli insostituibili compiti che svolgete».
Sul piano ecclesiale, invece, l’arretramento è evidente. L’8 aprile è stata annunciata in Vaticano la nuova commissione di studio sul diaconato femminile (la precedente si era conclusa senza un consenso su “quale” ordinazione ricevessero le diaconissae). Suo presidente è il cardinale Giuseppe Petrocchi, vescovo dell’Aquila; segretario il francese Denis Dupont- Fauville, officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede; membri cinque professori e cinque professoresse di liturgia, teologia e storia della Chiesa, provenienti da Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Svizzera, Ucraina, Usa. Africa e Asia? Non rappresentate. E l’Amazzonia? Nemmeno, malgrado la richiesta del Sinodo. Ma, a parte questa impensabile assenza, a preoccupare – soprattutto le teologhe interessate al problema – è che per lo più i/le prof. prescelti/e in passato hanno negato che le diaconissae ricevessero un “ordine” nel senso forte del termine.

Il Venerdì santo, il papa ha presieduto il rito della Via crucis tra il sagrato di san Pietro e l’immensa piazza vuota, e l’interno della basilica: il tutto, causa virus, senza popolo; e così la celebrazione della Pasqua. Ambedue accompagnate – ha spiegato in diretta tv un prelato – dalla riproposizione delle indulgenze. Si attuava quanto anticipato il 19 marzo dal cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, con un “Decreto circa la concessione di speciali indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia”. Quindi tre giorni dopo una normativa vaticana – a favore dei lefebvriani – equiparava la liturgia della messa tridentina a quella riformata dal Vaticano II.
Il Vaticano II, nei suoi documenti, aveva ignorato le indulgenze, biblicamente insostenibili. Poi, pur ribadite da Paolo VI, a poco a poco erano scomparse dalla spiritualità di larghissima parte del popolo cattolico. Ora, le cerimonie vaticane della Settimana santa sono state trasmesse anche da tv di Paesi dove forte è la presenza di protestanti e ortodossi, che ignorano quella devozione, o le sono fieramente avversi. Perché dunque riproporre, e collegata all’epidemia, una prassi che divide le Chiese?
Indulgenze a parte, la celebrazione teletrasmessa di liturgie senza popolo, apre un delicato problema ecclesiale: se, causa virus, la restrizione di adire alle chiese si protrarrà per mesi, molti fedeli penseranno che questa messa-tv è la stessa che “prima” si celebrava fisicamente in parrocchia tutti insieme. Forte è il rischio di rendere virtuale la Cena del Signore; e di clericalizzarla, visto che, celebrata senza popolo, esalta il celebrante (papa, vescovo o parroco) come esauriente centro di tutto.

E il Covid-19 ha un altro effetto collaterale: impedire i viaggi del papa, con il loro contorno di folle osannanti; e anche le partecipate udienze generali. È stato differito sine die il suo viaggio a Malta, previsto per questo 31 maggio; e così quello di settembre in Indonesia, Timor-est e Nuova Guinea; e quello a Budapest per il Congresso eucaristico internazionale, da settembre 2020 è stato differito di un anno, insieme all’evento mondiale. La Giornata mondiale delle famiglie, programmata a Roma nel ’21, sarà celebrata nel ’22; e l’Incontro mondiale della Gioventù non si terrà a Lisbona nel ’22 ma nel ’23. Il Coronavirus costringe in qualche modo a ripensare il ruolo del pontefice che, da pellegrino itinerante, deve essere ancor più vescovo a Roma e di Roma.

[pubblicato su Confronti 05/2020]

Luigi Sandri

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