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Teologia (El Salvador)

by Nadia Angelucci

di Nadia Angelucci. Giornalista e scrittrice

Sonia Suyapa Pérez Escapini insegna Teologia latinoamericana e Teologia femminista presso l’Universidad Centroamericana José Simeón Cañas (Uca) di San Salvador. La sua storia è emblematica di un percorso di ricerca di un’“utopia possibile” influenzato dalla figura di monsignor Romero e di Jon Sobrino, teologo della liberazione.

«La mia scelta di studiare teologia ha a che vedere con monsignor Romero. L’ho conosciuto durante la mia adolescenza attraverso la radio diocesana, dove ogni settimana venivano trasmesse le sue omelie. Il Salvador stava vivendo una grande instabilità politica, con tratti autoritari e una violenza politica molto forte. Le sue catechesi alla radio erano dei veri e propri editoriali che non solo raccontavano la realtà ma la analizzavano attraverso la Parola. Pur essendo molto giovane percepii che le sue parole erano vere».

Sonia Suyapa Pérez Escapini insegna Teologia latinoamericana e Teologia femminista presso l’Universidad Centroamericana José Simeón Cañas (Uca) di San Salvador ed è coordinatrice del progetto Scuole di teologia pastorale che promuove la teologia della liberazione e la formazione di operatori per la pastorale.

Se il primo incontro con la possibilità di vivere la propria fede radicandola in una forte coscienza politica e sociale è arrivato con Romero, la seconda persona che ha segnato la sua formazione e che le ha dato gli strumenti per vivere il suo cammino di fede e la sua sensibilità sociale è stato Jon Sobrino, teologo della liberazione, che nel 1982 ha aperto anche ai laici un corso di teologia presso la Facoltà di teologia della Uca.

«Mi sono innamorata immediatamente di questa proposta che rappresentava una risposta alla mia necessità di sognare un’utopia possibile. Rispondeva alle domande di senso che mi attraversavano e dava corpo al mio progetto e all’impegno che avevo preso con me stessa, quello di servire il popolo salvadoregno. La teologia della liberazione dava luce alla realtà che vivevo e al desiderio di una società giusta, con la partecipazione dei laici e delle donne. Ho ricevuto la mia personale rivelazione con il documento di Puebla del 1979 dove si diceva che il popolo sudamericano ha fame di dio, di pane e di cultura. Mi chiedevo a quale fame potessi dare una risposta; come dare dignità al popolo, alla sua storia, alla sua memoria e alla sua lotta?».

Sono gli anni della guerra civile, delle stragi, già dal 1975 operano gli squadroni della morte.

«Provenendo da una storia di violenza domestica non riuscivo a considerare la guerriglia come un’opzione possibile. Ma volevo dare un contributo per trasformare la situazione nel mio Paese dove sembrava ogni giorno che tutto stesse per crollare».

Dopo la firma degli accordi di pace nel 1992, il Salvador è stato governato fino al 2009 dal partito di estrema destra Arena e poi dal Frente Farabundo Martì per la liberazione nazionale, partito di sinistra nato dalla guerriglia. Un anno fa un altro rovesciamento di fronte con la vittoria di Nayib Bukele, il candidato del partito di destra moderata Gran Alianza por la Unidad Nacional (Gana).

«I processi di coscientizzazione hanno bisogno di essere stimolati. Nessuno dei governi che sono stati al potere dopo gli accordi di pace ha lavorato per l’educazione politica e culturale. È prevalsa la necessità di cancellare la guerra civile e tutti i suoi dolori ma nessun Paese può costruire il suo futuro se non sulla memoria. Ciò ha aperto il passo a fenomeni come quello del nuovo presidente Bukele che dice esplicitamente di rappresentare qualcosa di completamente diverso da tutto quello che c’era prima e che grazie ad un abile uso delle reti sociali ha chiuso completamente sia con i contenuti che con le espressioni formali della politica. Ciò ha esasperato l’individualismo. Anche durante questa quarantena ci chiede di obbedire e ha militarizzato la nazione mettendo a rischio l’autonomia e la capacità di gestione e di risposta comunitaria dei cittadini».

L’esercizio, e in qualche modo anche l’orgoglio della laicità, definiscono l’identità di credente e cittadina di Suyapa che intreccia questo tema con quello della presenza femminile nella Chiesa.

«Io mi sento laica, felicemente laica. Mi ha sempre colpito la patriarcalizzazione, sessualizzazione e sacralizzazione del sacerdozio e la volontà di negare alle donne la dignità di essere portatrici dell’esperienza di dio. Mi colpisce anche che non ci abbiano neanche chiestose, come donne, vogliamo esercitare il ministero del sacerdozio così come è strutturato in questo momento. A me non interessa un ministero fondato sulla gerarchia, sul celibato e che riproduce dinamiche di potere. E non si serve il prossimo solo attraverso l’ordinazione ma attraverso i doni che abbiamo ricevuto e che possiamo mettere a disposizione per la nostra comunità. Le donne e i laici non hanno nessun dono da offrire agli altri?».

[pubblicato su Confronti 05/2020]

Nadia Angelucci

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