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Con la cultura non si mangia. Falso!

by Paola Schellenbaum

di Paola Schellenbaum (Antropologa. Fa parte del gruppo di studio della Community of Protestant Churches in Europe su “Genere e sessualità”)

Con la cultura, l’impatto della pandemia e delle conseguenti limitazioni sulle nostre vite, è stato più dolce e sopportabile. Con la cultura, la reazione alla crisi causata dal Coronavirus è stata tempestiva, in alcuni casi ha sollecitato risposte innovative e creative che hanno consentito di valorizzare ciò che la cultura sa fare: unire le persone, favorire il dialogo e il confronto, creare comunità. Seppur in isolamento e a distanza. “Distanti ma uniti” è stato uno slogan che è risuonato spesso in questi mesi, ogni volta che si improvvisava un concerto dai balconi o si assisteva a una dibattito live su Instagram o Facebook, come quelli proposti da Casa Laterza (www.laterza.it).

Il carattere estemporaneo delle connessioni, unito alla serietà e gravità del momento, ha consentito di ragionare autenticamente sui cambiamenti che la pandemia  ha portato nelle nostre vite e abitudini di socialità, nel breve periodo, incominciando a pensare anche a lungo termine, per accompagnare la ripresa sociale, culturale ed economica, difficile e intermittente.

Il settore culturale è molto variegato, vi sono alcuni grandi attori che assorbono finanziamenti e contributi pubblici e poi, in quasi tutto il territorio nazionale, vi sono tante associazioni e istituzioni culturali di dimensioni più modeste che però svolgono un lavoro capillare e continuativo di divulgazione e di formazione. Alcune di queste istituzioni culturali hanno anche biblioteche e archivi, talvolta svolgono attività di ricerca in collaborazione con le università, sempre più frequentemente in cosiddetta terza missione, creando cioè un ponte con la società civile. È il caso del coordinamento degli istituti culturali del Piemonte che riunisce circa 35 istituzioni e associazioni, tra cui la Società di Studi Valdesi, che ricevono contributi regionali e ministeriali e il cui motto è: “La cultura per le persone”. Tali istituzioni culturali rappresentano il “sottobosco” che ha una funzione importantissima per la convergenza di attenzioni e persino di pubblici, senza contare che molte iniziative nascono piccole e poi si sviluppano nel tempo con progetti anche frammentari che fino ad ora non sempre hanno garantito una continuità di ricerca. 

È quanto Paola Dubini ha più volte ripetuto in questo periodo in diverse occasioni di confronto pubblico, nelle dirette social a cui ha partecipato,  affermando che durante questa crisi, tale polarità è risultata ancora più evidente. Come spesso accade, le fragilità sistemiche vengono alla luce proprio nei momenti di cambiamento. È però importante in queste circostanze – sostiene la docente alla Bocconi che insegna gestione delle istituzioni culturali –  rafforzare l’infrastruttura e la cooperazione di rete, soprattutto a livello territoriale, in modo da sviluppare progetti comunitari di prossimità, utilizzando diversi canali in modo collaborativo. 

Nella ripartenza, le collettività avranno bisogno di interventi qualificati per ricostruire le relazioni di fiducia, per risollevare interi quartieri dal trauma collettivo che li ha colpiti, nell’ottica di un welfare che possa mettere al centro la cultura e la promozione della lettura. 

Come si evince dalla lettura del suo ultimo libro “Con la cultura non si mangia. Falso!” pubblicato dagli Editori Laterza (2018), nella filiera del libro tutti gli attori sono concatenati e interdipendenti. Il digitale, ormai sempre più declinato non solo come innovazione tecnologica ma nei termini delle cosiddette digital humanities o umanesimo digitale, dovrà rappresentare un’opportunità aggiuntiva in questa fase, a patto che le storture ben note rappresentate dal monopolio delle grandi piattaforme (Netflix, Amazon ecc.) siano evitate, con ragionamenti critici sul ruolo della mediazione e della curatela dei contenuti. 

La cultura, che unisce istituzioni pubbliche e private, alcune anche partecipate dall’Ente pubblico, potrà cooperare con la filiera del libro per iniziative rivolte a pubblici diversi, utilizzando le nuove tecnologie per meglio affinare la capacità di informare e di offrire contenuti culturali, sia in presenza che online, magari sfruttando l’arricchimento dell’esperienza di fruizione che è possibile attraverso l’uso delle nuove tecnologie non in un’ottica sostitutiva, ma in modo complementare e convergente, riservando alle iniziative in presenza momenti significativi, in un percorso ibrido tutto da strutturare.

I bisogni culturali aumenteranno in un prossimo futuro e la speranza è che la cultura possa davvero diventare motore dello sviluppo, per far fronte alla sofferenza anche psicologica cui diversi strati della popolazione sono andati incontro. Le opportunità che una politica culturale illuminata poteva offrire prima della crisi causata dalla pandemia – e illustrate nel libro di Dubini – diventano ancora più urgenti alla luce della trasformazione in atto, sia per la salvaguardia della diversità e del pluralismo di istituzioni culturali di cui sopra e sia nell’ottica dello sviluppo: queste organizzazioni possono rendere un servizio prezioso di ricostruzione delle relazioni anche in luoghi del disagio sociale, attraverso interventi mirati e coordinati atti a favorire l’inclusione e la cittadinanza consapevole. 

L’innovazione sociale prevede un alto tasso di coinvolgimento e empowerment affinché tali associazioni siano sempre più presidi di democrazia e di cura, in quanto la pandemia avrà effetti psicologici su ampie fasce della popolazione, sulle famiglie e sui soggetti più deboli. In questo senso, politiche attive di partecipazione culturale potranno agevolare il ritorno a una vita sociale, segnata dall’esperienza del lockdown e dalla paura, ma rivitalizzata dalla progettazione di interventi culturali che permetteranno nuovamente l’aggregazione sociale e l’inclusione, pur in modo protetto e graduale.

Spesso Paola Dubini nei suoi interventi cita anche il dato che la quasi totalità delle scuole ha attivato la didattica a distanza (DAD) con esiti però diversi, per le piattaforme utilizzate, per la durata delle lezioni, perlopiù frontali, con il nodo delle difficoltà di accesso al digitale da parte di circa la metà delle famiglie italiane, a causa della mancanza di un device o per la condivisione dello stesso, per le condizioni del contesto familiare e per le forme di esclusione a cui occorrerà porre rimedio. In secondo luogo, sarà necessario ripensare le modalità educative, con alternanza tra scuola e altri luoghi – biblioteche, musei, istituzioni culturali – per assicurare il distanziamento, adeguando le misure di sicurezza, le regole per tutelare la salute psicofisica degli studenti, l’armonizzazione delle attività didattiche. 

La lettura del libro suscita oggi interrogativi e domande ancora più attuali, ma indica anche una strada che viene da lontano e che si potrà sperabilmente mettere in pratica, nell’ottica della sperimentazione e partenariato tra pubblico e privato: i luoghi di cultura in prossimità geografica, superando particolarismi e pregiudizi tipici di tale settore, potranno accogliere progetti innovativi rivolti alle scuole e alla popolazione. 

È cioè importante capire che progettazione e gestione delle attività culturali, unitamente a una dimensione organizzativa, sono cruciali per un’offerta culturale equa e etica, che sappia affrontare le disuguaglianze e diventi accessibile. Nel libro emerge che la cultura è un asse fondamentale dello sviluppo sostenibile, ma dopo la pandemia diventa un pilastro anche della salute psicosociale per favorire benessere e resilienza nelle comunità colpite e messe a dura prova dal Coronavirus. La crescita sviluppata dalle avversità è un approccio già sperimentato in contesti di ricostruzione da post-conflitto che ci ricordano che la cultura non solo non è un lusso o un optional, ma diventa una leva fondamentale insieme all’educazione continua per costruire e ricostruire le relazioni nelle comunità. In questo modo la cultura è insieme nutrimento e occupazione, talvolta investimento produttivo.

Paola Schellenbaum

Paola Schellenbaum

Antropologa. Fa parte del gruppo di studio della Community of Protestant Churches in Europe su “Genere e sessualità”

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