Home Diritti Reportage. Taranto: la Città in perenne attesa.

Reportage. Taranto: la Città in perenne attesa.

by Gaetano De Monte

di Gaetano De Monte. Giornalista

È il 12 Giugno. Il giorno in cui, come ogni anno, a Taranto si ricordano i caduti sul lavoro. È la giornata tarantina della memoria, ed è così da oltre un decennio. Serve a ricordare quella data funesta del 2003, quando all’Ilva di Taranto morirono due operai, Paolo Franco e Pasquale d’Ettore, morti schiacciati dal braccio di una gru staccatasi all’interno del reparto fonderie, dove ancora oggi vengono trattate le polveri di ferro, i minerali che diventano acciaio e ghisa. A quel triste episodio anni dopo il cantautore Caparezza vi ha dedicato un verso all’interno della sua ballata più famosa. «Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru. Perché può capitare che si stacchi e venga giù».             

Fu quella una settimana altamente drammatica per la «Città dei due mari», perché soltanto sei giorni prima «una quarantina di lavoratori erano rimasti feriti dagli spruzzi di una colata di ghisa finita in una vasca d’acqua che provocarono due esplosioni», spiegarono allora dalla Fiom Cgil, che a seguito di quel primo incidente proclamarono due ore di sciopero, dalle 9 alle 11. 

Oggi, a distanza di 17 anni da quel duplice incidente mortale, i dirigenti della fabbrica ritenuti “colpevoli”, la loro pena l’hanno già scontata da un pezzo. Perché nel 2010 sono stati condannati in secondo grado, rispettivamente, a un anno e 4 mesi di carcere, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento fino al 26 luglio 2012 (quando fu arrestato nell’ambito dell’inchiesta “madre” che portò al sequestro di Ilva e che lo vede tuttora imputato di disastro ambientale) e ad un anno di reclusione, con pena sospesa, il responsabile della manutenzione meccanica dell’area in cui persero la vita i due lavoratori, Salvatore Zimbaro. L’allora patron dell’Ilva, Emilio Riva, invece, fu assolto sia in primo che in secondo grado. 

E, tuttavia, a Taranto, il 12 Giugno, si ricorda anche un altro morto sul lavoro. Quando quello stesso giorno, ma del 2015, Alessandro Morricella, 35 anni, morì dopo essere stato investito da una fiammata incandescente all’interno dell’altoforno 2, mentre stava verificando la temperatura della colata di ghisa, riportando ustioni su circa il 90% del corpo che non gli lasceranno nessuna speranza di sopravvivenza. Morricella spirò dopo 4 giorni di agonia, il 12 giugno, appunto. Con gli amici, la compagna e i parenti che ora attendono giustizia. Perché è cominciato da qualche mese il processo che si sta celebrando davanti al tribunale di Taranto e che vede imputati di «cooperazione in omicidio colposo», i massimi vertici dell’Ex Ilva allora in amministrazione straordinaria statale. Tra gli altri: manager come Ruggero Cola, ex direttore dello stabilimento, e Vito Vitale, direttore dell’area ghisa. 

Accusati di «non aver attuato cautele in materia di rischi industriali connessi all’uso di sostanze pericolose», all’interno dell’altoforno 2 che era stato poi sequestrato senza facoltà dai giudici proprio in seguito alla morte dell’operaio, ma che era stato prontamente “riaperto” da un decreto del Governo Renzi. E ancora fermato da un giudice alla fine del 2019. Infine, mai chiuso, in realtà, per volontà di un altro magistrato del Tribunale del riesame, il quale a gennaio di quest’anno ha accolto il ricorso presentato da Ilva in amministrazione straordinaria (amministrazione statale) che, così, come hanno commentato voci da sempre vicine alla dirigenza della fabbrica: «non ha salvato solo l’altoforno 2 dallo spegnimento a cui era avviato tra qualche giorno, ma ha anche evitato in extremis che il polo siderurgico di Taranto precipitasse in una crisi ulteriore, produttiva e occupazionale». Sarà. Intanto, mentre la Città attende che si concluda o che perlomeno possa sbloccarsi la vicenda che la vede contrapporsi alla nuova dirigenza di Ilva, il gruppo Arcelor Mittal, con il conseguente consueto carico grammaticale di cassa integrazione, massimi profitti, drammi ambientali, gli amici e i colleghi di Alessandro attendono “Giustizia per Morricella morto per decreto“, come recitava uno striscione appeso davanti al Tribunale – il giorno in cui è cominciato il processo – dagli attivisti del Comitato che ne porta il nome dell’operaio. 

E, mentre si aspetta ancora giustizia per alcune delle decine di morti avvenute in Ilva soltanto negli ultimi 20 anni, la Città attende anche la nomina del nuovo Procuratore della Repubblica, perché il capo dei magistrati tarantini, Carlo Maria Capristo, è stato arrestato proprio qualche settimana fa, con l’accusa, come si legge nelle 200 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, di corruzione in atti giudiziari, per aver indotto e fatto pressioni sul magistrato della procura di Trani, Silvia Curione, al fine di consentire «vantaggi patrimoniali» per tre imprenditori ritenuti, dall’accusa, vicini a Capristo. Ma c’è di più. Perché nell’inchiesta che ha coinvolto l’alto magistrato tarantino sta emergendo anche l’ipotesi avanzata dagli inquirenti dell’esistenza di una consorteria che in qualche modo avrebbe tentato di influenzare anche il processo che tuttora si sta svolgendo davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Taranto e che vede alcuni dirigenti dell’ex Ilva imputati anche di disastro ambientale. 

Taranto attende giustizia, dunque, da più parti. È il 12 giugno. Siamo nel quartiere Tamburi, un posto in cui, nei giorni di forte vento, le scuole chiudevano perché i bambini erano in pericolo, già ben prima della pandemia. Nella piazza dedicata ai Caduti sul lavoro, l’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, benedice una corona d’alloro che viene posta sotto ad un monumento costituito da un tubo d’acciaio spezzato e da alcune croci. E dice: «Ricordiamo nella preghiera, ma anche nell’impegno civico, tutti coloro che hanno perso la vita sul lavoro». Accanto al vescovo ci sono le massime istituzioni militari cittadine. Il comandante provinciale dei carabinieri, Luca Steffensen, rappresentanze dell’Aeronautica, dei Vigili del Fuoco, della Marina Militare, il Prefetto di Taranto, Demetrio Martino, oltre alle delegazioni di alcuni comuni della Provincia, ed esponenti dell’amministrazione comunale di Taranto, insieme ad alcuni famigliari delle vittime sul lavoro. Cosimo Semeraro è un ex operaio dell’Ilva ed è l’animatore della cerimonia, in qualità di presidente del Comitato 12 Giugno. Racconta a Confronti che «avevo invitato tutte le rappresentanze sindacali ma oggi non sono venute. Mi batto perché gli operai non muoiano due volte, per l’assenza di tutele e per l’assenza di giustizia. Io stesso da anni lotto e convivo contro una malattia professionale, l’asbestosi da amianto. Ho visto colleghi ed amici morire per il mesotelioma. Sono centinaia le morti di operai attribuibili a questa malattia». E ancora, dice Semeraro: «Da anni mi rivolgo alle istituzioni nazionali, e per il mio impegno ho ricevuto anche le medaglie del Presidente della Repubblica, perché il 12 giugno diventi una giornata della memoria, dedicata ai lavoratori morti sul lavoro, non soltanto all’Ilva». «E nel frattempo attendo giustizia». Dice Cosimo Semeraro:  «Tanto da aver chiesto al Presidente del Tribunale anche una corsia privilegiata nell’ambito del processo Ilva per i morti in fabbrica. Perché i lavoratori non muoiano due volte», insiste. 

«Ma Taranto oltre che giustizia aspetta anche un futuro degno di questo nome, se proprio l’Ilva per l’interesse nazionale deve rimanere aperta, continuando in questo modo ad inquinare», si sfoga così un professionista molto noto e stimato in Città. E, in effetti, Taranto oggi attende anche che il “suo” uomo politico forte, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Mario Turco, catapulti sulla Città gli investimenti e la programmazione di cui il politico ne ha la delega. E di cui la «città dei due mari» ne ha l’urgenza. Si attendono i cantieri, dunque, i progetti, la riconversione del territorio. 

In realtà, esiste un vero e proprio cronogramma di opere pubbliche tese a ridisegnare la città di Taranto anche in vista dell’appuntamento con la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo che si disputeranno nella città pugliese nel 2026. In particolare, entro il mese di giugno del 2021 è previsto nella città vecchia il completamento del restauro della casa – museo dedicata a Giovanni Paisiello. Per l’anno successivo, invece, dovrebbero essere completati i restauri di alcuni palazzi storici sempre nella città vecchia: Carducci, Troilo e Novelune, insieme al piano di riqualificazione del quartiere Tamburi per cui sono stati stanziati 13 milioni di euro, e poi interventi sulle scuole, l’università e sulla biblioteca Acclavio; impianti sportivi da ammodernare, la riqualificazione di strade e marciapiedi, la costruzione di un nuovo ospedale e la nascita della facoltà di medicina nella ex sede della Banca d’Italia. È la Città che attende il proprio futuro oltre la monocoltura industriale.  

È una mattinata di inizio estate. È il 19 giugno e l’immagine plastica del sindaco Rinaldo Melucci mentre taglia il nastro del cantiere nell’area ex militare dei Baraccamenti Cattolica dove sorgerà, tra le altre cose, un Parco della Musica, è testimone di questo dinamismo. Sullo sfondo dell’odierno presente, però, restano sempre le tensioni a causa della situazione drammatica in cui versa la grande fabbrica, che potrebbero far esplodere da un momento all’altro la situazione dal punto di vista sociale. La polveriera è l’immagine richiamata dai più. I sindacati del comparto metalmeccanico, Fim, Fiom e Uilm, e anche Usb, hanno presentato negli ultimi giorni diversi esposti alla magistratura tarantina denunciando le condizioni di mancata sicurezza in cui si trova la ex Ilva, ritenendo «non più rinviabile un confronto per entrare nel merito delle problematiche, necessario a normalizzare una gestione unilaterale da parte di Arcelor Mittal che perdura ormai da tempo». 

È lunedì 22 giugno ed oggi un incontro tra le istituzioni locali e l’amministrazione delegato di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, doveva esserci a Bari, dove era stata prevista l’audizione nella  IV commissione consiliare della Regione Puglia, appunto, dell’amministratore delegato di A.M, che era stata richiesta dal consigliere regionale del gruppo misto, Gianni Liviano. Ma non c’è stata perché l’azienda ha chiesto di posticipare «di almeno due o tre settimane» l’audizione. L’assessore allo sviluppo economico della Regione Puglia, Mino Borraccino, ci è andato giù duro. «L’assenza dell’amministratore delegato Lucia Morselli rappresenta l’ennesimo schiaffo che questa azienda assesta alle istituzioni del territorio, una mancanza di rispetto alla Regione Puglia e a tutti i suoi cittadini», ha dichiarato. Inoltre, evidenziando che «il presupposto di ogni attività deve essere rappresentato dall’effettivo e concreto avvio dei previsti interventi di bonifica per l’area di Taranto per cui si registrano ritardi insostenibili». E poi aggiungendo: «ciò che va fatto, va fatto presto, perché il tempo delle parole e degli annunci è finito, e ora aspettiamo risposte anche da parte del governo centrale». 

Chi invece non ha aspettato per costruire un futuro degno di questo nome, almeno per se stesso, oltre la grande fabbrica, sono  Aldo Ranieri e Marco Tomasicchio, due ex operai che come altre centinaia di colleghi che sono fuggiti in questi ultimi anni dalla fabbrica hanno rifiutato il ricatto della grande industria. Loro due sono anche tra gli attivisti del Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, soggetto post sindacale nato nel 2012 dopo il sequestro dell’ex Ilva per reclamarne la chiusura, il reimpiego degli operai nelle bonifiche e la riconversione del territorio tarantino. Aldo e Marco proprio in questi giorni hanno riconvertito le loro vite, aprendo un ristorante nel centro cittadino. L’hanno chiamato: “A casa vostra”, perché, hanno spiegato i due: «per anni abbiamo ripetuto ai colleghi che l’unica via era la riconversione e ci rispondevano poi verremo a mangiare a casa vostra». E ora in questo locale in via De Cesare dove era un tempo la sede di uno storico bar cittadino, ristrutturato completamente con le loro mani e le competenze operaie, a “casa” di Aldo e Marco si potrà mangiare davvero: cucina tipica, cibi di qualità, con una forte attenzione alla sostenibilità dei prodotti. Dopo 20 anni di fabbrica la loro riconversione è cominciata. E la tuta blu marchiata Ilva così resta solo un cimelio appeso a un balcone che si trova all’interno del locale. 

Un altro “attore” della Città che ha scelto la propria strada personale della riconversione, senza “attendere”, è Andrea Rotelli – che è anche l’autore delle foto che corredano questo reportage – e che di mestiere fa l’imprenditore agricolo, conducendo l’azienda agricola di famiglia che produce prodotti completamente biologici. 

Andrea, che ha 38 anni, un percorso universitario alle spalle e in fabbrica non ci è mai stato, ritiene che: «proprio vista la crisi del comparto siderurgico ed industriale, tutto, che a Taranto comprende anche raffinerie e cementifici, e che ha prodotto nell’ultimo periodo un esercito di cassintegrati, occorrerebbe investire sul serio in altri comparti, quello agricolo locale, specialmente». Non solo. Secondo l’imprenditore: «la salvaguardia dell’ambiente e del territorio, il sostegno a una filiera commerciale di qualità favorendo la piccola impresa, piuttosto che i grandi capitali e la grande distribuzione nel settore agricolo, i massicci investimenti nella formazione, in un posto in cui è ancora forte l’abbandono scolastico, sono soltanto alcune delle progettualità da cui ripartire». «Perché Taranto non muoia». Era il grido d’allarme lanciato più di 60 anni fa da uno dei più grandi intellettuali meridionalisti, Tommaso Fiore. Un urlo che risuona ancora forte oggi, qui, tra i due mari che bagnano questa Città, che intanto aspetta. 

Ph. Andrea Rotelli

Gaetano De Monte

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