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I numeri dell’India

by Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

Nell’ultimo censimento redatto dal Governo indiano (2001) la popolazione indiana si contava in India una popolazione pari a 1210.193.422 di persone. Il censimento indiano del 2011 è stato il secondo più grande mai fatto, superato solo da quello cinese dell’anno precedente, rappresentando uno sforzo enorme dal punto di vista economico con un costo di 439 milioni di dollari. Il tasso di crescita demografico dell’India si attesta oggi a +0,99% che – seppur molto più alto di molti Paesi occidentali (in italia è pari a -0,15%) – registra un significativo rallentamento rispetto agli ultimi decenni. I principali fattori di questa tendenza sono la crescente urbanizzazione, l’incremento dei livelli di istruzione (in particolare tra le donne) e la riduzione della povertà.

UNA BOMBA DEMOGRAFICA

Nonostante tale rallentamento, secondo le previsioni del Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni unite, l’India già nel 2027 dovrebbe superare la Cina come Paese più popoloso del mondo raggiungendo 1,5 miliardi di persone (mentre la Cina si attesterebbe intorno all’1,1 miliardi di persone). Secondo il rapporto, inoltre, l’India sarà uno dei nove Paesi che da soli, da qui al 2050, determineranno metà dell’incremento demografico a livello mondiale insieme a Repubblica democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Indonesia, Nigeria, Pakistan, Repubblica unita di Tanzania, e gli Stati Uniti d’America.

Fra il 2019 e il 2050 la popolazione dell’India dovrebbe aumentare di circa 273 milioni di persone rispetto a quella attuale e quella della Nigeria (altro Paese caratterizzato da un elevato tasso di crescita demografico) dovrebbe crescere di 200 milioni. Se i dati dovessero essere confermati, questi due Paesi da soli costituirebbero il 23%
della percentuale di crescita demografica mondiale nel 2050.
Nel 2019 i Paesi più popolosi del mondo erano la Cina, con 1,43 miliardi di persone, e India, con 1,37 miliardi, rappresentando rispettivamente il 19 e il 18% della popolazione mondiale. A seguire gli Stati Uniti d’America, con 329 milioni di persone e l’Indonesia, con 271 milioni.

POVERTÀ IN CALO, CON QUALCHE “MA”

Secondo i dati del Fondo monetario mondiale (Fmm), nel 2018 l’India è stato il Paese con il maggior tasso di crescita economica del mondo (7,3%). 

Tuttavia, nel 2019, a fronte delle previsioni di crescita pari al 7,5%, l’India ha registrato un rallentamento con una crescita del “solo” 5,8% nel primo trimestre. Nello stesso lasso di tempo la Cina è cresciuta del 6,4%. 
Secondo i dati dell’Indice multidimensionale di povertà del 2018 dell’Oxford Poverty & Human Development Initiative e del Programma dell Nazioni Unite Nazioni Unite, nel decennio che va dal 2005/2006 al 2015/2016 sono stati circa 271 milioni di indiani a risollevarsi da una situazione di povertà.

Ciononostante, secondo i dati del del World Clock Poverty oggi sono 50.700.122 le persone che in India vivono in condizioni di estrema povertà.

RELIGIONI, LAICITÀ E LEGGI DELLO STATO

Il preambolo della Costituzione dell’India del 1950 (We, the People of India) descrive il Paese come “una repubblica democratica secolare socialista sovrana”. Va precisato che parola “secolare” è stata inserita nel preambolo dal 42° Atto di emendamento del 1976. In India non c’è una “religione di Stato” e la Costituzione (in particolare gli art. 15 e 25-28) obbliga alla tolleranza e al trattamento paritetico di tutte le religioni nonché il diritto di praticare, predicare e diffondere qualsiasi religione. Nelle scuole finanziate totalmente dallo Stato, inoltre, non viene viene impartito l’insegnamento della religione in senso denominazionale.

In India si osserva la coesistenza di un “diritto territoriale”, a cui sottostanno tutti i cittadini indiani, e di una serie di diritti personali (le “personal law”) che intervengono soprattutto per regolare gli aspetti del “diritto di famiglia” che si declinano in termini religiosi in base all’appartenenza a una certa comunità.

Dunque, le principali comunità religiose non originarie dell’India (islam, cristianesimo, zoroastrismo ed ebraismo) seguono ciascuna la propria “personal law”. Più complessa è la situazione di hindu, giainisti, buddisti e sikh che sono assimilati come se, sul piano legale, fossero appartenenti ad una stessa religioneNell’articolo 25, paragrafo 2, lettera b), della Costituzione, infatti, viene stabilito sono legalmente da intendersi “hindu” tutti coloro che professano una di queste religioni citate. Anche l’Hindu Marriage Act del 1955 definisce giainisti, buddisti e sikh come “legalmente hindu” anche se non lo sono “per religione”. La Corte Suprema del 2005 ha inoltre decretato che gianisti, sikh e buddisti non siano da intendersi come appartenenti ad una “minoranza religiosa” ma da ritenersi “hindu” almeno da un punto di vista legale, sebbene nella pratica le religioni siano da considerarsi come distinte. Una delle conseguenze di questa equiparazione è che buddisti, sikh e gianisti non possono accedere ai servizi sociali o alle facilitazioni lavorative ed educative messe a disposizione dallo Stato per altre minoranze religiose.

MUSULMANI IN INDIA: UNA MINORANZA SIGNIFICATIVA

L’india è attualmente il Paese con la comunità musulmana più vasta, dopo l’Indonesia. Secondo una ricerca del Pew Research Center entro il 2050 la popolazione musulmana dell’India raggiungerà quota 311 milioni, rendendo quella indiana la più grande comunità musulmana del mondo. I musulmani indiani rimarranno una minoranza nel loro Paese, andando a costituire circa il 18% della popolazione totale, mentre gli indù costituiranno circa il 77% della popolazione.

UNA LEGGE CONTROVERSA: IL CITIZENSHIP AMENDMENT ACT

A partire dallo scorso novembre sono esplose in tutta l’India accese proteste, in molti casi sfociate in sanguinose repressioni da parte della polizia (solo durante le proteste protrattesi dal 23 al 29 febbraio nel Nord-Est di New Dehli si sono contati 53 morti e oltre 200 feriti). Tutto ciò a causa di una legge controversa, il Citizenship Amendment Act (Caa).

1955

● Il Citizenship Act del 1955 permetteva ai migranti irregolari di accedere alla cittadinanza indiana dopo 10 anni di residenza nel Paese. Per quelli provenienti da Bangladesh e Pakistan tale periodo era ridotto a 5 anni.

2003

● Nel 2003, un primo emendamento alla legge del ’55, poi noto come Act 6 of 2004, introduce la categoria dei “migranti illegali” rendendoli non ammissibili alla cittadinanza attraverso i percorsi di registrazione o naturalizzazione.

● Questa modifica al Citizen Act del 1955 impedisce l’acquisizione della cittadinanza ai nati in India se uno dei genitori appartiene alla categoria dei “migranti illegali”. 

● Viene anche introdotto il concetto di “Cittadino d’India d’oltremare” (Oci), i cittadini di altri Paesi di origine indiana, a cui viene permesso di lavorare o vivere in India a tempo indeterminato.

● La legge prevede, inoltre, che il Governo indiano costituisca e mantenga un Registro nazionale dei cittadini (Nrc)

2013-2014

● Il Governo fa le prove generali del Nrc nello Stato dell’Assam, dove viene implementato per identificare gli immigranti irregolari (perolopiù originari del Bangladesh), insediatisi negli anni precedenti in quell’area.

● La pena per chi non riesce a fornire la documentazione adeguata è l’espulsione dal Paese o l’internamento in campi di detenzione.

2019

● Il 23 maggio vengono comunicati i risultati delle elezioni parlamentari. Con un tasso di partecipazione del 67% (il più alto di sempre), il Bharatiya Janata Party, partito conservatore fautore di una politica nazionalista e di difesa dell’identità induista (fortemente influenzata dalla corrente di pensiero denominata Hindutva), vince le elezioni con il 37.36% dei votiNarendra Modi è confermato Primo ministro.

● Il Governo pubblica il 31 agosto l’Nrc dello Stato di Assam. Quasi 2 milioni di persone (fra cui molti musulmani) non sono stati inclusi nel registro ed è stato dato loro un tempo limitato per presentare ricorso e dimostrare di essere cittadini indiani a pieno diritto.

● Il partito di Governo, il Bharatiya Janata Party, intende estendere il Nrc a tutto il Paese entro il 2024.

● Il Governo emana il 12 dicembre il Citizenship Amendment Act (Caa).

● Il Caa restringe ulteriormente le maglie del Citizenship Act del 1955, che permetteva ai migranti irregolari appartenenti a minoranze religiose (indù, sikh, buddisti, giainisti, zoroastriani e cristiani), fuggiti dalle persecuzioni da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan prima del dicembre 2014, di acquisire la cittadinanza indiana.

● Di fatto, con le modifiche apportate del Caa i musulmani sono esclusi dal percorso di acquisizione della cittadinanza.

● Lo stesso dicasi per rifugiati tamil dello Sri Lanka, i rohingya (musulmani) dal Myanmar e i rifugiati dal Tibet.

● In molti evidenziano come il Caa vada contro l’articolo 14 della Costituzione dell’India, che garantisce l’uguaglianza davanti alla legge per tutte le persone sul territorio nazionale e dunque anche ai rifugiati (di qualsiasi religione) dovrebbe essere garantito l’accesso alle misure previste dalla legge.

● Con il Caa è la prima volta che la religione viene esplicitamente usata come criterio per acquisire la cittadinanza indiana.

REAZIONI NEL MONDO

Alle proteste dei cittadini indiani si sono unite anche voci internazionali.

L’Organizzazione per la cooperazione islamica ha espresso preoccupazione per le conseguenze nei confronti della comunità islamica a causa dell’emanazione del Caa (proccupazione condivisa anche dall’Ong Human Rights Watch) ma anche nei confronti dello stigma nei confronti dei musulmani durante l’epidemia di Coronavirus, accusati da più parti di diffondere il virus.

Nella relazione annuale pubblicata lo scorso aprile, la Commissione per la libertà religiosa internazionale, incaricata dal Congresso degli Stati Uniti d’America, afferma che il Caa, nei fatti, discrimina i migranti musulmani provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan.

La vicepresidente della Commissione, Nadine Maenza, ha dichiarato in una conferenza stampa che il peggioramento della libertà religiosa in India è stato “forse il più drastico e allarmante” fra quelli analizzati in tutto il mondo. La Commissione ha inoltre accusato il partito al potere di Bharatiya Janata Party (Bjp) di «aver permesso impunemente il perdurare di atti di violenza contro le minoranze e i rispettivi luoghi di culto e di tollerare discorsi di odio e incitamento alla violenza».

Lo scorso autunno, durante l’evento Howdy Modi (organizzato dagli indiani-americani in onore del proprio premier d’oltreoceano e che letteralmente significa “Come stai, Modi?”) tenutosi lo scorso 22 settembre a Huston, Donald Trump aveva definito Modi «uno dei più grandi, devoti e leali amici d’America» ​​affermando altresì che stesse facendo «un lavoro davvero eccezionale per l’India e tutto il popolo indiano».

[pubblicato su WE n.6 India, Yoga e Hindutva 21-06/2020]

Michele Lipori

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