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Se “Santa Sofia” diventa una moschea

by Luigi Sandri
di Luigi Sandri. Redazione Confronti

Solleva un nugolo intricato di questioni storiche, religiose e geopolitiche l’imperiosa decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di trasformare in moschea il museo di Santa Sofia (Ayasofya). Problemi, per sé, distinti, ma talmente aggrovigliati gli uni agli altri da rendere assai difficile scioglierli, a meno che non si usi la spada – come avrebbe fatto un tempo Alessandro Magno con il nodo di Gordio.

Una storia gloriosa e dolorosa

Diventata la capitale dell’impero romano d’Oriente, Costantinopoli doveva avere una splendida cattedrale, rivaleggiante con quella della prima Roma. Infatti, con l’editto di Milano del 313, gli imperatori Costantino e Licinio avevano proclamato il Cristianesimo «religione lecita», avviando così un cammino che, con un percorso non del tutto lineare, avrebbe poi portato Teodosio, nel 380, a proclamare quella religione la sola ed unica ufficiale dell’impero. 

È in tale contesto che nel IV secolo viene costruita la prima «grande chiesa»; questa viene distrutta, e poi ricostruita nel secolo successivo ; ma anch’essa subirà varie devastazioni, anche in seguito ad una rivolta popolare. Infine, nel VI secolo, l’imperatore Giustiniano volle riprendere da zero il grande disegno e, nel dicembre del 537, inaugurò solennemente la nuova, architettonicamente stupefacente,  grande basilica di Aghia Sophia, Santa Sofia (=Divina Sapienza). La quale subì incendi, terremoti, crolli della maestosa cupola – poi ricostruita – ma, infine, resistette, lasciando a bocca aperta fedeli e visitatori per la bellezza dei suoi mosaici e l’arditezza dell’insieme. 

È sull’altare di Santa Sofia che nel luglio del 1054 il cardinale Umberto da Silva Candida porrà la bolla di scomunica del patriarca Michele Cerulario, il quale risponderà con analogo gesto: da allora la “antica” Roma e la “nuova” rimarranno in stato di scisma fino ad oggi, anche se la vera rottura sarà nel 1204, durante la IV Crociata, quando i veneziani ed altri occidentali deprederanno Costantinopoli e vi installeranno un fatuo impero latino che sarà debellato dai bizantini nel 1261. 

Intanto… dopo aver conquistato pezzo per pezzo l’intera Anatolia, i turchi ottomani, guidati da Mehmet II, il 29 maggio 1453 prenderanno Costantinopoli, ponendo fine al millenario impero romano d’Oriente. Il nuovo sultano trasformerà Santa Sofia in moschea; e tale rimarrà per quasi mezzo millennio. Infatti, quando Mustafà Kemal, poi soprannominato Atatürk, sulle ceneri dell’impero ottomano nel 1923 creerà la moderna Turchia, uno Stato assolutamente laico, aspetterà qualche anno prima di cambiare lo status di quella moshea. Lo farà, infine, nel novembre 1934, decidendo di trasformare Ayasofya in museo, aperto al pubblico a partire dal febbraio dell’anno dopo.

Il progetto di Erdogan

Già da alcuni anni il presidente turco aveva fatto capire la sua intenzione di cambiare lo status di Ayasofya. Per attuare il progetto, ha atteso il “via libera” (da lui ordinato) del Consiglio di Stato; e il venerdì 10 luglio 2020 ha firmato il decreto che formalmente andrà in vigore il 24 luglio, due settimane dopo. E l’edificio, d’ora in poi moschea, sarà sotto la vigilanza del Diyanet, il Dipartimento per gli Affari religiosi, la più alta autorità religiosa islamica sunnita in Turchia. 

Per cercare di fermare il progetto del «sultano», sul versante politico era intervenuto il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, per sottolineare alla amica Turchia – alleata nella Nato! –   la «inopportunità» di compiere un  atto che avrebbe complicato la già difficile situazione del Mediterraneo orientale. 

L’Unesco, da parte sua, ha ricordato che l’iscrizione, nel 1985, di Ayasofya nel “patrimonio dell’umanità”, comportava e comporta una serie di obblighi: la Turchia deve impegnarsi a preservare l’eccezionale valore culturale del sito e nessuna modifica può essere effettuata senza previa notifica e approvazione da parte del “Comitato del Patrimonio Culturale”. Inoltre, ricorda l’Unesco, la fusione di elementi architettonici asiatici ed europei – derivata dalle differenti occupazioni – e quindi l’unicità dell’edificio sono stati decisivi al momento dell’iscrizione di Santa Sofia nella lista dei Patrimoni dell’Umanità. 

Ma Erdogan ha proceduto senza ascoltare nessuno. Perché? Molti analisti internazionali ritengono che egli abbia pensato, con la sua decisione, di riconquistare le masse della Turchia profonda, tutte musulmane e, fino al 2008, riconoscenti a lui per riforme economiche che le aveva molto aiutate. Ma la crisi mondiale di dodici anni fa, e altre successive congiunture sfavorevoli, hanno posto anche l’economia turca in crisi; e, dunque, i sostenitori del «sultano», pur sempre numerosi, ora lo sono meno, e forse meno convinti. Il riportare Ayasofya allo status di moschea sarebbe, dunque, secondo Erdogan, un colpo clamoroso per riconquistare la gratitudine e il sostegno delle masse turche. E la ouverture delle  celebrazioni, nel 2023, del centenario della nascita della Turchia.

Sul fronte musulmano globale, invece, egli ritiene di minare, o almeno indebolire, il ruolo-guida dell’Arabia Saudita nel mondo sunnita. È anche un segnale ai popoli turcofoni dell’ex Unione sovietica, anch’essi sunniti, sia pure a modo loro. Il «sultano», insomma, vorrebbe diventare il nuovo Atatürk, il rifondatore della Turchia, non più caratterizzata, però, da una rigidissima laicità ma, piuttosto dalla sottolineatura, pubblica e sociale, dell’islam nella Turchia come Paese musulmano. 

La sottolineatura etnico-religiosa – rafforzare l’islam e perciò difendere i  popoli turcofoni che considerano la Turchia come il proprio  fratello maggiore – potrebbe avere il suo peso, ad esempio, nell’acuirsi della tensione militare, con una ventina di morti, divampata ora, a metà luglio, tra l’Armenia e l’Azerbaigian, a causa dell’annosa disputa, in atto dal 1988, cioè dai tempi dell’Urss, per il Nagorno-Karabakh. È, questa, una regione autonoma dell’Azerbaigian, abitata in prevalenza da armeni, i quali ritengono di essere maltrattati da Baku. Il governo di Erevan, dunque, li difende anche militarmente. Gli armeni sono cristiani, gli azeri musulmani. 

Ma torniamo al piano di Erdogan per Santa Sofia. Esso ha un ostacolo in particolare: Vladimir Putin. Il capo del Cremlino sa che l’intera Chiesa ortodossa russa, guidata dal patriarca Kirill, è furiosa contro il leader turco. Essa ha fatto pressioni perché il governo di Mosca si impegnasse a convincere Erdogan a desistere dal suo disegno: se l’impegno c’è stato, non ha avuto risultati. Tuttavia vi sono molti modi, per la Russia, di punire – indirettamente – Erdogan per la sua prepotenza. Insomma, non è detto che con Ayasofya tornata moschea il cammino politico di Ergodagn sia trionfale. Nel breve termine, forse sì; ma nel lungo? E attirerà la gioventù?

 

«Uno schiaffo all’intero mondo cristiano»

Politici a parte, la “riconversione” di Ayasofya è stato uno shock tremendo per il mondo cristiano, e soprattutto per l’Ortodossia, dove primus inter pares tra le quattordici Chiese sorelle è, appunto, il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo. Questi è un cittadino turco e, dunque, per lui è particolarmente delicato criticare Erdogan; la cui scelta – ha detto – «spingerà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam». In virtù della sua sacralità, ha aggiunto, Santa Sofia è un centro di vita «nel quale si abbracciano Oriente e Occidente»», e la sua riconversione in luogo di culto musulmano «sarà causa di rottura tra questi due mondi». Infatti, nel XXI secolo è «assurdo e dannoso che Haghia  Sophia, da luogo che adesso permette ai due popoli di incontrarsi e ammirare la sua grandezza, possa di nuovo diventare motivo di contrapposizione e scontro». 

Per novecento anni il palazzo dei patriarchi era stato accanto a Santa Sofia. Qualche tempo dopo la conquista turca della città essi dovettero spostarsi lontano, nel quartiere del Fanar, lungo il Corno d’oro, dove risiedono anche oggi. Qui, nella chiesa di san Giorgio, minuscola rispetto a Santa Sofia, sta la cattedra di Bartolomeo, il quale oggi, contando non solo Istanbul, ma l’intera Turchia, ha nel paese circa cinquemila fedeli: una piccolissima comunità. I circa tre milioni di ortodossi legati al suo patriarcato si trovano specialmente nelle due Americhe e in Europa occidentale. 

Sulla questione di Santa Sofia ha protestato, ovviamente, la Chiesa ortodossa greca. E ad Atene la ministra della cultura, Lina Mendoni, ha definito «una provocazione al mondo civile» la decisione del Consiglio di Stato turco. E ancora: «Il nazionalismo mostrato dal presidente  Erdogan riporta il suo Paese indietro di sei secoli». Opinioni che per Ankara contano meno di nulla. 

Conta qualcosina, forse, il parere della Chiesa russa, perché ha Putin alle spalle. Kirill ha accolto con “grande pena e dolore” la decisione di Erdogan. Il metropolita Hilarion, “ministro degli esteri” del patriarcato di Mosca, ha parlato di «schiaffo all’intera Cristianità»; e il suo vice, Nikolai Balashov, di «un evento che potrebbe avere serie conseguenze per l’intera civiltà umana».

L’incubo della “autocefalia” ucraina

Nel protestare contro la decisione di Erdogan, Kirill ha fatto interessanti riflessioni sulla nascita del Cristianesimo nella Rus’ di Kiev, e quindi in Russia. Egli ricorda che il Vangelo, al principe Vladimir di Kiev, lo portarono da Costantinopoli: e così nel 988 egli si fece battezzare, portando (costringendo) l’intero suo popolo ad abbracciare il Cristianesimo. E da Kiev – annota il patriarca – quella religione arrivò in Russia. Perciò, aggiunge, assai intense sono sempre state le relazioni tra il patriarcato di Costantinopoli e quello russo, anche se, precisa, «talora vi furono periodi non semplici». Parole criptiche, per chi non sia addentro nelle tensioni intra-ortodosse; vanno dunque tradotte.

Il riferimento è – parlando dell’oggi – alla gravissima contrapposizione tra i due patriarcati a causa della questione ucraina, su Confronti più volte raccontata. In breve: dopo il collasso dell’Urss del 1991, l’unica Chiesa ortodossa del paese – esarcato legato a Mosca – si frantumò in tre parti: la Chiesa ortodossa ucraina (Cou), legata al patriarcato russo, e la più forte per numero di fedeli e di parrocchie; il patriarcato di Kiev, infine guidato dal metropolita Filaret, già membro del Santo Sinodo di Mosca, e da questo ridotto allo stato laicale, e scomunicato; una piccola Chiesa autocefala.

Nel 2018 Bartolomeo ha benedetto un “Concilio della riunificazione” (per Mosca ovviamente illegale) che – favorito dall’allora presidente ucraino Petro Poroshenko – ha creato a Kiev una Chiesa ortodossa d’Ucraina (Codu), autocefala, sperando che in essa tutte le altre confluissero. Così non è stato, e la Cou continua ad essere la maggiore, numericamente, tra le Chiese ucraine. Il 5 gennaio 2019 il patriarca di Costantinopoli ha concesso il tomos (decreto) dell’autocefalia alla Codu. Come risposta, Kirill e il suo Sinodo hanno confermato quanto già deciso nel 2018: la rottura della comunione eucaristica con il patriarcato di Costantinopoli, accusato di interferenze nel suo “territorio canonico”. Dunque, tra le due Parti è ora in atto uno scisma. Un drammatico scisma intra-ortodosso che ha diviso le Chiese ortodosse: alcune, come la greca e l’alessandrina, filo-Bartolomeo e altre, come la serba e le gerosolimitana, filo-russe.

In tale contesto è piombata, inattesa, la questione di Santa Sofia. Nei comunicati del patriarcato di Mosca, aspri contro Erdogan, non si cita mai Bartolomeo, né questi ha, in pubblico, ringraziato Kirill per la sua solidarietà. Il grande sommovimento provocato dalla trasformazione di Ayasofya in moschea, aiuterà dunque la seconda Roma (Costantinopoli) e la terza Roma (Mosca), a trovare un ragionevole compromesso? Al momento, non lo si vede all’orizzonte. Eppure è chiaro a tutti che un’Ortodossia lacerata non potrà adeguatamente rispondere alla sfida del “sultano”.

Francesco: «Sono molto addolorato»

Il puzzle di Santa Sofia ha messo in grande imbarazzo il Vaticano.  La Santa Sede ha rapporti diplomatici con la Turchia, e ad Ankara vi è una nunziatura. Quindi, ogni reazione vaticana alla scottante situazione attuale si inserisce in tale contesto. A complicare una situazione già complessa, vi è un fatto: Bergoglio – che nel novembre 2014 è stato ad Ankara, là ricevuto dal presidente prima di proseguire per Istanbul – ha denunciato il “genocidio armeno”. 

Il riferimento è a quanto avvenne, nell’allora impero ottomano, a partire dal 24 aprile 1915, iniziando a Costantinopoli. Gli armeni – e i maggiori storici internazionali confermano questa tesi – sostengono che i turchi, direttamente, o costringendoli ad estenuanti marce per finire in miserabili campi a morire di fame, uccisero quasi un milione e mezzo di armeni. La storiografia turca, e i governi della moderna Turchia, hanno sempre respinto, però, questa tesi: non vi fu, dicono, alcun deliberato “genocidio” deciso dalle Autorità; ma, nel clima di dissoluzione dell’impero, avvennero molti scontri tra varie bande rivali: in essi, secondo Ankara, morirono trecentomila armeni, ma anche almeno quattro milioni di musulmani.

Diversi parlamenti del mondo hanno riconosciuto il “genocidio armeno”: anche rari intellettuali e storici turchi lo ammettono. Ma Erdogan è inflessibile nel negare quella tesi, perché porrebbe una macchia indelebile sull’onore dell’esercito turco che, in pratica, è l’erede di quello ottomano. Per tali motivi, era assai delicato, per Francesco, intervenire su Ayasofya. Infine, all’Angelus del 12 luglio, ricordando che quella domenica ricorreva la “Giornata Internazionale del Mare”, egli ha detto: «E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato». Nessun’altra parola.

Il 4 febbraio 2019 Bergoglio si era recato ad Abu Dhabi, dove insieme al grande imam di al-Azhar – il maggior centro teologico sunnita del mondo – aveva firmato un “Patto per la fraternità”, soprattutto tra cristiani e musulmani, traboccante di auspici di speranza per il futuro. La vicenda di Ayasofya assesta però un durissimo colpo a quelle speranze. 

Erdogan viola il Corano?

La trasformazione di Ayasofya ha aperto un dibattito intra-musulmano mondiale, e intra-turco, che non si chiuderà presto: al contrario aprirà sviluppi inediti. Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura (2006), ha dichiaratoro alla BBC: «La riconversione in moschea è dire al resto del mondo che, purtroppo, non siamo più laici. Vi sono milioni di turchi laici come me che si oppongono a questa trasformazione, ma la loro voce non è ascoltata. La nazione turca è molto fiera di essere la sola nazione musulmana laica, e la basilica ne era il segno. Ora hanno tolto questa fierezza alla nazione».

I sondaggi, tuttavia,  mostrano che la maggioranza dei turchi approva entusiasticamente la decisione di Erdogan, il quale, alle critiche esterne, replica seccato dicendo, in sostanza: «Chi ci critica si oppone all’indipendenza della Turchia e interferisce negli affari  interni del Paese». Ma, inevitabilmente, questa «interferenza» continuerà, proveniente anche dal variegato mondo musulmano globale, là dove è massiccia maggioranza, o anche significativa minoranza, come in Italia.

Ha commentato, infatti, Izzedine Elzir, consigliere dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche in Italia: «Assistiamo a scelte che sono più politiche che religiose. Il rispetto è alla base di ogni convivenza civile. Abbiamo la massima comprensione per i nostri fratelli cristiani: non è facile vedere un luogo costruito come chiesa essere usato per un altro culto. Per questo auspichiamo che  Santa Sofia, anche se trasformata in moschea, resti aperti a chiunque voglia visitarla».

Ma non ci sarà – immaginiamo – alcuna difficoltà a visitare la nuova «moschea» : infatti, quasi a sfidare Santa Sofia, i turchi nel Seicento costruirono là di fronte, a trecento metri di distanza, la bellissima « moschea blu », perché tutti potessero ammirare e valutare quale civiltà – la cristiana o la musulmana – fosse più brava in architettura. E questa moschea è sempre e da tutti visitabile, tranne che nelle ore della preghiera segnalate dal muezzin. E ciò complicherà i programmi dei moltissimi turisti che vorranno visitare la rinnovata, teologicamente, Ayasofya. Dove, è lecito pensare, saranno ben salvaguardati i bellissimi mosaici bizantini, magari coperti da una tendina durante la preghiera.

Per quanto riguarda, poi, le reazioni dei musulmani italiani, e quelli di altri paesi, è troppo presto per fare una mappa complessiva. Dalle prime avvisaglie si ha l’impressione di una grande varietà: chi, sotto sotto, gioisce per il colpo che la Mezzaluna infligge alla Croce; chi sta prudentemente in silenzio; chi si esprime in modo equivoco; chi esalta Erdogan e chi lo condanna. Al momento, ci sembra che l’analisi più dissacrante della decisione di Erdogan sia quella di Sayyid M. Syeed, presidente del Board of Directors of the Islamic Society of North America (Isna), un cartello che ha più di trecento affiliati negli Stati Uniti e in Canada. 

Il dirigente sostiene che già Mehmet II aveva violato il libro sacro dell’islam, quando decise di trasformare in moschea Santa Sofia. E, aggiunge, lo stesso errore fa, ora, Erdogan. Argomenta Syeed: «La sura [capitolo] 40, 22 del Corano stabilisce con chiarezza che è contro il piano di Allah demolire luoghi di culto e trasformarli in qualcosa d’altro. Il nostro amato profeta Muhammad – la pace sia su di lui! – aveva ribadito che, in guerra, noi dobbiamo proteggere i nemici inermi, i loro raccolti e luoghi di culto… La trasformazione di Aghia Sophia in moschea riaprirà le ferite dei cristiani greci e russi ortodossi e delle comunità cristiane in tutto il mondo».

Poi una stoccata finale. Syeed ricorda la proteste di Erdogan contro Paesi che hanno tollerato violenze anti-islamiche – forse il riferimento è alle proteste di Ankara quando nel febbraio scorso fanatici induisti, a Delhi, assaltarono moschee, le bruciarono, e uccisero una ventina di musulmani indiani. E il dirigente di Isna si domanda dove sia la coerenza del presidente turco che, trasformando Ayasofya, potrebbe innescare violenze religiose nel mondo.

Luigi Sandri

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